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Come leggere le poesie di Daniela D'Angelo
Di Carvelli (del 30/10/2006 @ 19:29:57, in diario, linkato 1849 volte)
Finalmente emergono dal buio di un cassetto i versi di Daniela D'Angelo, grazie all'attenzione e alla cura di Alessio Brandolini sulla sua rivista (n.4) on line www.filidaquilone.it. Qui. Che tipo di poesia è quella di Daniela? Ne parlo a braccio e senza tecnica. Non-professionalmente, così, quindi. Quindi sposto la domanda. Come leggo i versi di Daniela? Come si accende una luce nella notte, in una di quelle notti tormentate e senza fine. Accendi una luce e vedi più chiara la sensazione che ti ha strappato al sonno. Accendi una luce fioca da comodino. Magari non a casa tua. In un albergo di passaggio. E hai chiara la sensazione di tutto quel dolore che ti aveva turbato la notte. Una luce fioca ma sufficiente a vedere con chiarezza quello che temevi potesse essere. Quella piccola tenue luce forse non ti ha dato una vera speranza ma un'esattezza sì. Un'esattezza del dolore, della sensazione scomoda o del breve piacere di un momento. Di un istante della tua vita. Un singolo istante a cui forse puoi ancorare con una soddisfazione al di là del bene e del male (di un piacere durevole) la tua vita per intero. (E forse a quel punto ti riprende sonno, anche se non hai trovato soluzioni). E allora eccola la vita, assicurata ad un posacenere o a qualsiasi altro oggetto-simbolo capace di salvare con la sua pochezza tutto l'esistente. Quello interno (i dolori appunto, il futuro, un singolo star bene che forse passa e non ritorna ecc) e quelli esterni (le cose tutte che ci circondano ed entrano in una dinamica di scontro e incontro con noi). C'è comunque e sempre un rischio, un argine che forse cederà all'acqua se acqua pioverà. Un lutto e con il lutto anche una salvezza. Ché bisogna morire almeno una volta o un poco per riessere qualcosa. Anche poco. Poco è una parola che serve molto per dire dei versi di Daniela D'Angelo. Serve perché sono versi pochi e serve perché sono versi sul poco. Un apparente poco che invece come quel lumino nel cuore della notte illumina tutto quello che serve vedere, sapere, pensare. Non si potrà dire che è una poesia di asciugatura. Non nel senso industriale almeno. Si dovrà dire che emerge solo quello che è rimasto dopo l'incessante lavoro di un sole a picco. Come se i versi avessero appreso la tecnica delle vasche e del mare, delle saline della città in cui è nata: Trapani. Metti tante parole nel largo di una mente o di una pagina e aspetti che affiori solo sale. (Niente a che vedere col pescatore, la sua tempra procacciatrice per quanto paziente). Finché non sparisce lo sterminato mondo dell'acqua non esce poesia. In proporzione dal tanto il poco. Che è però anche dire l'essenziale.