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Era un po' che non lo vedevo quel gesto. Fermarsi al centro del marciapiede e aggiustarsi il sandalo spostando il piede, ruotandolo su se stesso. Forse è levare un sasso, forse mettere a posto la suoletta. E infatti chi lo fa è una donna di una certa età. Ha un'aria dimessa nonostante il vestito curato, studiato, elegante anche se ordinario. E sa di mela come di uno shampoo di poco prezzo e formato famiglie. Ma forse è sola. Ed è bassa. E forse in questa giornata deve fare tutto di fretta. Andare al lavoro. Pensare a tutte le occupazioni altre. Forse badare a una mamma o un padre anziani. Forse a un uomo disattento e sgarbato (ma in un modo tollerabile). Ma forse è solo che oggi è lunedì. E c'è ancora tanto da fare. In prospettiva. Si riaggiusta il sandalo e va.
Voi come fate a capire quando le cose iniziano a girare? Io: 1) l'assicurazione ti dice che riceverai 350euri per un incidente fatto (una volta tanto) con uno che è assicurato (tre mesi fa lo stesso era accaduto con uno non assicurato, cosa, pare, sempre più diffusa); 2) l'impiegato di un'altra assicurazione ti comunica che sei stato confermato in classe prima, in vece che quattordici come preventivato, grazie a uno stupido vecchio timbrino di un funzionario su una pagina per quanto poi mai riportato in registro (siamo tutti figli della borocratija); 3) una cacata di piccione 3x3 finisce in corsa sul parabrezza della moto altezza occhi e tu pensi "una frazione di millesimo e mi prendeva in piena faccia".
Da dove mi vedi tu? Da quanto lontano mi leggi? Senza sapere chi sono e cosa faccio cosa pensi delle parole che trovi? Di quello che scrivo, che idea ti fai? Un tempo, tu non eri neppure nata, una frase ci avvertiva che stava per arrivare un'altra chiamata. Ci fermavamo sospesi aspettando di riconoscere le cifre di...Erano le mie o le tue? Non compariva un nome sul display. I numeri erano quasi condanne o premi che a uno dei due toccavano per destino. Arrivavano scanditi come in una roulette russa. Nei tanti anni che ci separano queste differenze elettriche scavano tra noi un guado che potremmo riempire solo coi silenzi o con storie mie che non sono tue. E viceversa. Tu digiti forse più veloce di me. Tu è possibile che fai passaggi più rapidi nel ragionamento. Passi da un discorso all'altro, da una dieta all'altra, da un convincimento all'altro in modo totalmente diverso dal mio. Forse baci in modo differente. Hai o non hai sensi di colpa se fai qualcosa in cui non credi ma che ti va di fare. Ti risolvi da sola cose che alcuni di noi forse risolvevano solo agitando nello scarico di responsabilità generazioni che precedevano o seguivano. Nei pomeriggi rari che passiamo insieme sento che arriva tutta questa luce tenue, il passo leggero di un'ombra che avanza, il soffio vicino di qualcuno che ti sta per parlare all'orecchio. E poi vai via e ritorni da dove sei venuta. Da dove, già? Per questo ora che tu non sei qui ma sei lì a chilometri di distanza e non so quando è previsto un nuovo incontro... Mi piacerebbe - dicevo - che sentissi nelle orecchie una alla volta le lettere del mio nome, le lettere del mio codice. Quelle che aprono il tuo desiderio e il ricordo un po' appannato di giorni fa. Quanti? In questo modo comunico a te, telepaticamente, che ho voglia di sentirti. Tu ascolti, riconosci il mio pensiero, lettera per lettera, numero per numero, e metti giù quello che stai facendo. Sto arrivando da te. Anche se non subito. Appena avrai butatto giù sarò lì.
Ritorno a casa
ora è tutto leggibile; in semioscurità fuori dal legno parlano colombe. stazioni stazioni ferroviarie, nazioni limitrofe: sono stanco sullo sgabello. a pian terreno si offrono betulle, faggi. saluto qualcosa che manca. tutto il tempo di dio, questo voleva seneca. io volevo una fisarmonica e un cane, vedevo cose, che precipitavano ……….dal tavolo, nelle quali ero contenuto io
di Lutz Seiler (traduzione F. Italiano)
Quando son soli il padrone e lo schiavo si abbracciano.non lo dirò al banchiere né al dottore.guardateli,contemplano il sole scendere/dietro il monte che non è di nessuno.non sanno niente né di alleanze né della fenice.stasera il sole scende/magnifico dietro una montagna, e i miei due uomini/sogneranno mille volte questa scena/negli intervalli/della reciproca punizione. Leonard Cohen
C'è un genere di serata in cui i protagonisti non hanno ruoli vincenti. Come se non ci fosse un superiore o un inferiore. Neanche ruoli perdenti, quindi. Sono serate che passano meglio delle altre. Chi va lascia a chi resta sempre il beneficio di un ancora.
Solo chi fa sa. Gli altri ne parlano. Gli altri non sono d'accordo. Gli altri si lamentano. Un cane randagio si bagna, puzza di grasso e deve cercare un albero sotto cui ripararsi. Una giornata a un'altra segue come se fossero uguali. La speranza fa bene a chi rischia. Il supremo è semplice. Il superbo ha un meccanismo a vista. Il calcolo ha una tara che prima o poi si mostrerà, un errore di sostanza mascherato da una forma invitante. Guarda al concreto. Guarda all'essenziale. Non essere un altro. Non essere chi non sei. Non cercare di essere un vincente. Scegli di essere chi può anche rischiare di perdere.
Rimango in attesa di qualcosa che (so che) non verrà. Ecco la mia particolare forma di evanescenza. Ecco il mio disincanto operativo. Essere per non. Non avere. Non sperare. Così, da tutto questo, il nuovo può arrivare e andare. Senza un permanere di delusioni, di sbadate sviste. Un gioco che so fare, un campionato a cui posso partecipare. Chi è invitato di solito si diverte. Perché questo è uno sport per tutti. E io non sono un campione ma un buon giocatore. Uno che non vuol vincere a tutti i costi. O, peggio, stravincere. Ma solo uno che si vuole divertire insieme a qualcun altro. Rimango in attesa perché so che qualcuno giocherà.
Solitudine
Che vergogna andare al cinema da solo senza un amico, senza un'amica, senza moglie, là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi e tanto lunga la loro attesa.
Che vergogna in questa interiore guerra dei nervi davanti alle coppiette beffarde del foyer in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino, come se ci fosse di che restar confusi... Noi, fuggendo la solitudine e l'angoscia ci buttiamo in qualsiasi compagnia, e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso ti perseguiteranno fino alla tomba.
Le amicizie si formano in modo assurdo: gli uni si danno al bere senza una ragione, gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce, e c'è pure chi sembra occupare il tempo in discussioni astratte, ma di fatto si somigliano tutti tra di loro... Molte son le forme della vanità! O l'una, o l'altra chiassosa compagnia... Non saprei a quante di queste io sia riuscito a sfuggire!
E come caduto in un nuovo tranello, sono riuscito a sfuggire, lasciandovi il pelo, sono sfuggito! Mi sei dinanzi, vuota libertà... Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara e insieme odiosa, come una moglie non amata e fedele. E tu, amata mia, come stai tu? Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni? A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici e le tue bianche, splendide spalle? Pensi certo che io mi vendichi, che in qualche parte mi precipiti in taxi, ma se anche lo facessi dove scenderei? Eppure non potrei liberarmi di te! Con me le donne si rinchiudono in sé, perché sentono d'essermi ora del tutto estranee. Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro, a te appartengo... Or non è molto sono stato da una in una brutta casupola di via Sennàja. Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni. Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche, rilucendo con le sue pantofoline bianche, sedeva una donna, severa come una bambina. Avevo così facilmente ottenuto il permesso di venire, che ero sicuro di me e troppo inebriato, come oggi si usa e le avevo portato non fiori, ma vino. Ma tutto apparve molto più complicato... Ella taceva e modestamente due goccette trasparenti, due orecchini, brillavano sui suoi lobi rosati. E, come sofferente, guardandomi confusa, sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata: "Vattene... È meglio di no... Lo vedo, non sei mio, ma suo..." Mi amava una ragazzetta dalle maniere rudi, da maschiaccio, con un ciuffetto sbarazzino e gli occhi trasparenti, pallida di paura e tenerezza. Eravamo in Crimea. C'era di notte un temporale e la ragazzina al bagliore dei lampi mi sussurrava: "Mio piccolo! Mio piccolo!" e mi copriva gli occhi col palmo della mano. Intorno tutto era spaventosamente solenne, il tuono e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella, con una lucidità tutta femminile, mi gridò: "Non sei mio! Non sei mio! » Addio, mia amata! Io sono tuo, cupo e fedele, e la solitudine è la più fedele di tutte le fedeltà. E non importa se sulle mie labbra non fonde più la neve d'addio del tuo monchino. Grazie alle donne belle e infedeli per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio! che non è un "arrivederci!", perché, fiere come regine nella loro menzogna, ci regalano delle dolci sofferenze e i magnifici frutti della solitudine.
Evgenij A. Evtusenko
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maggio 2012
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