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 Letto di L 2... di Carvelli
 
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Salta giù dal letto di primo mattino e si mette in cammino solo quando ha lo spirito netto, il cuore puro, il corpo leggero come un abito estivo. Non si porta dietro provviste. Berrà per strada aria fresca e respirerà salubri odori. Lascia le armi a casa, gli basta tenere gi occhi bene aperti. Gli occhi gli servono da reti dove le immagini verranno ad imprigionarsi da sole.

Jules Renard
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Roberto Carvelli







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Di Carvelli (del 26/07/2014 @ 18:06:13, in diario, linkato 41 volte)
Sembra incredibile come un racconto possa diventare tutt’altra cosa nelle mani di un bravo regista. Accade spesso anche in quelle di uno non bravo, per dire. Ma in questo caso parliamo di uno abilissimo (Monicelli) e di un film riuscito (“La grande guerra”). Omaggio – più o meno dichiarato – a un racconto di Maupassant che ho riletto da poco. Il racconto si intitola “Due amici”. I protagonisti (Sauvage e Morrissot) poco sembrano aver a che fare con i nostri Gassman e Sordi. Diversa la lor pacatezza, l’amicizia, la passione scanzonata per la pesca e la casuale caduta in mano militare. La guerra – nel racconto quella franco-prussiana – del film è la Grande (con uno slittamento verso il passato più recente e doloroso della Seconda che non può che essere tattico nella scelta del team di scrittura italiano), che in questi giorni rievochiamo pregni di imbarazzo per la sua efficacia mortifera di cui non possiamo dirci pentiti stante la contemporaneità di molti altri conflitti in cui in qualche modo entriamo come protagonisti o antagonisti, suggeritori o suggeriti. Il film monicelliano (l’idea era dello sceneggiatore Vincenzoni) ha una parentela labile con il racconto di Maupassant a cui aggiunge spunti dalla grande letteratura del fronte. In definitiva, è nella soluzione finale il legame tra il plot della novella e il più articolato sviluppo del film. Un andare a ritroso che ha reso fortuna e successo alla pellicola di Monicelli senza togliere grandezza al bel racconto di Maupassant. “Mi te dis proprio un bel gnent faccia de mer…” dice Gassman con insolito rabbioso eroismo alla richiesta del luogo di costruzione del ponte del tenente mentre nel racconto del grande novelliere francese la richiesta era di una parola d’ordine. Un gesto di scrittura e creazione che mi fa pensare a quanto la scrittura cinematografica novecentesca abbia vissuto di legami benefici e trasudi (anche se non dichiarati) con la grande letteratura. Un modo di lettura e scrittura diffuso che, anche quando parliamo di commedia, non manca di suggerisci la statura elevata di quel pensiero di artigiana confezione dei soggettisti del primo grande cinema italiano.
 
Di Carvelli (del 25/07/2014 @ 15:44:52, in diario, linkato 46 volte)
Memento mori - Desiderare figli è un’attività anaerobica - La maternità - Le muse coadiuvanti - La vestizione - La questione della ricrescita - Unità di misura - Al parco - Nell’auditorium della casa - In ufficio - Splendori e miserie dei capi - In vacanza - Una premessa fotogenica - Lo spettacolo della società - Il discorso di fondo - Scrivere con la sinistra - Quando i cavalli da tiro morivano - La questione dell’amore - L’amore è un ufficio postale - Il principio dell’armadio - Frattempo di un discorso amoroso - La poubelle - Tecniche di ragionamento provvisorio - All’ospedale - Il corpo umano - La sofferenza piega il corpo dei ragazzi - Gli anziani escono presto la mattina - Le persone si addormentano con la pastorizia - La questione del decadimento fisico - L’apocalisse ha le ore contate - Alla fine
 
Di Carvelli (del 23/07/2014 @ 13:16:16, in diario, linkato 71 volte)
Pubblico qui l'introduzione scritta da Claudio Damiani per il mio ultimo libro "Le persone" (Kolibris edizioni). http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=108 La scrittura di Roberto Carvelli è anzitutto osservazione di cose vicine, molto concrete e tangibili, luoghi che viviamo e amiamo, che ci circondano e contengono, su cui poggiamo, cose che tocchiamo, su cui rimane la nostra orma. Un suo libro si intitola Letti, e racconta uno per uno i letti su cui l’autore ha dormito, dalla culla in poi. È come se Carvelli potesse parlare di noi solo attraverso le impronte che lasciamo, come se la sua fosse un’archeologia del presente. Come se così veloce scorresse il presente, e così poveri, così fragili noi, che altro non si potesse che attaccarsi alle cose, come a tronchi o pietre che anche loro rotoleranno nella corrente della vita. Così Carvelli ci conduce per mano per i nostri luoghi, tra le nostre cose: in casa, nelle nostre stanze (la cucina, “luogo delle soste / inattese e indefinite”, il corridoio, lussuosa “viaria degli incontri”, la stanza da letto, luogo della smemoratezza, il bagno, luogo di pensiero, di scelte fondamentali), al parco (“eden pubblico”, sacra rappresentazione dell’al di là), in ufficio (“luogo del tempo” e del suo spreco, dove “le persone realizzano / nel lavoro / la loro più compiuta inaffidabilità / e si declassano / di un rating / vicino alle cose / di cui sono arredo”), in vacanza (dove le persone si aggrappano ossessivamente agli scatti, alle fotografie, perché sognano “di essere perfette e finite, / di non essere più quello che sono / ma un qualcosa di simile / al marmo, al bronzo, / alla materia che plasma / l’infinito nel finito”), e insomma davanti a tutto “lo spettacolo della società”, tutti noi immagini, foto di qualcosa o di qualcuno, “spettatori” che “spettano” a qualcuno, non a se stessi, e quella “legge della traslazione” come la chiama Roberto, quel non poter tenere la responsabilità, quel dare sempre la colpa a altri, o a altro, o al fato, che è così tipica delle persone. È come se Carvelli, che ci guidò un tempo per le vie di Roma nel suo indimenticabile Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale, ci guidi ora nel museo della nostra vita quotidiana, illustrandocene ogni stanza, ce le faccia vedere tutte, impietoso, le miserie, le vanità, e tante cose piccole e minime di noi, ma significative, di cui non tutti si accorgono, e come corra giù rapida la vita verso la foce, come un torrente torbido invernale, come cade e decade il nostro corpo, e il nostro tempo; e come siamo, però, pur tuttavia, “persone”, come possiamo esserlo e non esserlo. E ci dà, allora, delle indicazioni, non è solo un Cicerone, è anche una guida spirituale, un Virgilio. Non voglio stare qui a dirle, le troverà il lettore, sono sparse nel cammino, come i grani che i bambini portano ai pesci del laghetto del parco, e involontariamente perdono: “a passi incerti / e mani lasche, / come in una favola / seminano grani”.
 
Di Carvelli (del 22/07/2014 @ 08:12:32, in diario, linkato 63 volte)
Tecnicamente si parla di letteratura di autofiction (o autofittiva come riporta Franco Cordelli citando la studiosa Claudia Jacobi dalle colonne de La Lettura domenica scorsa) quando chi dice io nel romanzo paga alla regola dell'invenzione un prezzo più alto. Quando, per dirla altrimenti, l'imbarazzo dell'identificazione cede il passo alla certezza o alla necessità della stessa. Chi mi legge sa che da tempi non sospetti dedico a questo non genere una composta attenzione. Forest prima Carrere poi. Ma prima di prima Walden di Thoreau e ancor prima la letteratura che amo ha familiarizzato col nemico. I libri che rileggo stringono rapporti con una verità soggettiva. Hanno trovato giusta distanza dall'autocompiacimento e spregio del dolore per nutrirsi di se in modo autocannibale. Se ci si pensa anche le lettere (genere ben prima storicizzato e letteraturizzato) fanno comunella col reale da tempo. Per Cordelli realtà e romanzo sono indecidibili e il male non dovrebbe abbigliarsi. In definitiva da questo punto di vista dovrebbe esistere letteratura autofittiva ben scritta (dove ben scritta forse starebbe per necessaria senza virgolette ovvero necessariamente di autofiction) o meno. E, per quanto valga un genere (una aggiuntiva ipotesi di critica letteraria) vale pur sempre maggiormente sapere se c'è un nuovo libro buono o meno. Un autore che ha qualcosa da dirci in più. Prescindendo dalle armi e dal contesto del suo dire. Dal materiale del suo dipingere, dalla classificazione incommensurabile "astratto o figurativo".
 
Di Carvelli (del 21/07/2014 @ 14:36:28, in diario, linkato 68 volte)
Ha fatto tutto quello che ha potuto. Per esempio ha pianto. Per non farlo andare. Per farlo tornare. Poi, quando lui per davvero è tornato, non sapeva davvero cosa fare. Non sapeva ridere. Non c'era ragione di piangere. E così non ha fatto nulla. E lui è riandato. Senza che lei avesse più lacrime.
 
Di Carvelli (del 16/07/2014 @ 14:52:53, in diario, linkato 52 volte)
La mamma di Giulia - Che è morta senza averle spiegato cosa si fa dopo aver conquistato un uomo. Che tutto i primi tempi le era sembrato facile. Ma che tutto, presto o tardi, si è messo per il verso contrario. Che non bisognerebbe morire senza aver completato una formazione. O che, almeno, una lo dovrebbe dire: da qui in poi fai sola. Quello che manca leggilo in questo libro, in questi libri. Ma i libri non dicono mai la fine di una formazione. Per una scuola della vita servono dita puntate, scrollate di capo. E urlare, serve. Tutte cose che non fai da sola. Anche se hai molta fantasia.
 
Di Carvelli (del 15/07/2014 @ 12:15:57, in diario, linkato 60 volte)
Giorni fa (il 6 luglio) leggevo sul “Corriere della Sera”, nelle lettere a Sergio Romano (in genere le lettere ai giornali, per una mia iniqua deformazione del senso attivo/passivo della lettura, è una delle parti che salto a piè pari), una missiva di un lettore che riferiva di un sondaggio effettuato in Francia. Dal 1959 a oggi per tre volte è stato chiesto ai transalpini “Quale paese ha maggiormente contribuito alla sconfitta della Germania?” durante la Seconda Mondiale. Si è passati dal 57% URSS e 20% USA del 1945, al 25% Sovietici e 49% States del 1994, fino al 20% Russia e 58% America. Disegnando, insomma, un arco inverso che sembra quasi speculare nella sua inversione. Tralascio la risposta che, naturalmente, mette in risalto la non verità storica dei sondaggi ma la percezione (“giudizi e pregiudizi”) della Storia. Meno importante e più importante per motivi diversi. Forse meriterebbe un test la percezione di questa conquista democratica dovuta ai liberatori. Di quale senso di democrazia atteso e disilluso portato dalla liberazione parliamo e quali ne sono le conseguenze attuali rispetto ai suoi albori?
 
Di Carvelli (del 06/05/2014 @ 08:58:26, in diario, linkato 201 volte)
Paolo. Forbito, sofisticato, sensibile. Così era Paolo. E aveva persino poche velleità di sembrarlo. Non un gesto, non una parola, niente era destinato a quel tornaconto immediato. Le persone che lo hanno conosciuto lo ricordano timido, imbarazzato. Tutti quelli che hanno provato a raccontarlo hanno riscontrato persino un po’ di complicazioni per trovare fatti, storie che evidenziassero le sue qualità. Ma alla fine, a tutti, questo è parso un ennesimo segno della sua statura morale.
 
Di Carvelli (del 05/05/2014 @ 09:46:28, in diario, linkato 118 volte)
Parli per sigle. Parli per sesto senso. Parli senza dire. Senza dire cose che pensi. Parli e non pensi. E io dovrei, peraltro, ascoltarti. Per pensare cosa? Per dire che? Cose che non ci sono? Che vedi solo tu? Io dovrei ascoltare cose che non ci sono. A tanto arriva la tua immaginazione. Fin qui si spinge la tua voglia di forzare la concretezza dello spaziotempo.
 
Di Carvelli (del 28/04/2014 @ 14:06:42, in diario, linkato 175 volte)

 

Pubblico qui la mia introduzione al libro di Marco Marcocci "Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva" (pp. 104, Ecra, € 10,00, ISBN978-88-6558-088-2). Per chi fosse interessato: migrantiebanche@yahoo.it

 

“Ogni uomo è ricco in funzione delle cose di cui può fare a meno”. Porto questa frase stampata in mente. È di Henry David Thoreau, uno dei padri del radicalismo americano, che ha scritto praticamente un reality ante litteram e solitario. A Walden (località che dà titolo al suo libro, il cui primo capitolo non casualmente si intitola “Economia”) ha dimostrato a sé e al mondo che per vivere c’è bisogno non solo di meno di quel che si pensa ma di molto di meno. Ha dimostrato con la vita e sulla carta che gran parte di quello che riteniamo necessario è trascurabile e che, spostando l’asse della necessità verso la sobria sussistenza, si può dire no a molti surplus ottocenteschi. Il nostro rapporto col denaro – oggi più che allora – soggiace a leggi del consumo sempre più influenti o, addirittura, stringenti. Tutto questo ha determinato una nuova distinzione di classi (e di Paesi) e con essa nuove povertà. Il libro di Marco Marcocci – non nuovo alla rassegna e allo studio delle forme della finanza “buona e giusta” – parte da premesse diverse, per così dire ex post. In questo agile saggio fa ripercorrere al suo extraterreste flaianesco tutte le pratiche dell’inclusività economica e finanziaria. Esiste un modo? Si può praticare una via della sobrietà del denaro? Si può riuscire a coniugare il benessere personale con l’attenzione alle povertà? Può il denaro rendere partecipi del suo scambio e della sua circolazione anche chi meno può, per ragioni di sviluppi personali e storici diversi? Il sì che diciamo insieme a Marcocci e al suo Missih si declina attraverso riusciti esempi di solidarietà economica. Praticata 10 > M. Marcocci Missih. Un alieno sulla Terra alla scoperta della finanza inclusiva dall’Ecuador al Togo, dall’Islam all’India. Alla base ci sono le leggi dell’economia che conosciamo dagli albori del nostro pensiero, così come dal Vangelo e dalla parabola dei talenti che si conclude con la reprimenda del servo fannullone che restituisce il suo senza vantaggi (diversamente da quelli che avevano messo a frutto, raddoppiandoli, i loro 2 e 5 talenti) e fa dire al suo padrone: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Matteo 25, 26-29). Nei termini della “semina” è necessario non guardare tanto al seme in sé, ma alla terra dove esso cade o viene messo a dimora: “Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno” (Marco 4, 3-8). Insomma, il denaro può e deve dare frutto. Non può rimanere fuori dalla necessaria pratica della semina: bisogna solo scegliere il dove e capire il come, ma partendo sempre da un perché. E questo avviene anche nella modalità del dare. Il Corano – cito dalla versione dell’indimenticato islamista Alessandro Bausani – incoraggia il dono: “E quando uno dona dei suoi beni sulla via di Dio è come un granello che fa germinare sette spighe, ognuna delle quali contiene cento granelli; così Dio darà il doppio a chi vuole” (Sura II, 261). E mette in guardia dall’indole troppo spinta verso il vantaggio: “Non ti inganni la facilità negli affari degli infedeli, sulla terra: poca cosa e poi, l’ultimo rifugio, l’Inferno; qual tristo giaciglio!” (Sura III, 196-197). Marco Marcocci, in maniera del tutto laica e mondana (contrariamente alle nostre citazioni oltramondane), ha tirato giù il suo Missih dallo spazio e gli ha fatto conoscere pratiche di un’economia attenta ai bisogni di chi può poco o non può. Ed è un libro che cade come un seme in un terreno sempre più arido per la crisi che viviamo da quello che, tra procrastinate uscite e malintesi segni di ripresa, sarà presto un decennio. Mentre ci siamo dentro, qualcuno cerca di uscirne fuori. Non solo in centri di calcolo e uffici studi. Ma lì dove serve, dove è necessario. Il risultato è: un’altra finanza è possibile. Una finanza che può far raddoppiare il singolo talento che qualcuno di più magre possibilità possiede senza per questo doverlo guardare come un seme troppo piccolo per trovare il terreno giusto dove essere messo a dimora.

 
Di Carvelli (del 22/04/2014 @ 07:08:48, in Diario, linkato 145 volte)
Che c'entrano il quartiere Coppedè e D'Annunzio e Pirandello? E poi: come mai è diventato un teatro il fondale preferito del cinema? E infine: perché le suggestioni di questa opera architettonica circoscritta hanno figliato più nel cinema che in letteratura? Lo scopriremo domenica 27 camminando tra simboli e storie cercando di realizzare il misterioso fascino di questa opera concettuale piena di evocazioni. Più che un'isola felice un nonluogo iperpersonalizzato. Dove si unisce una fantasia spazialtemporale a una abitativa. La conferma che un architetto può diventare un brand di se stesso osando persino troppo ma così eternandosi in una Roma adusa al superbo.
 
Di Carvelli (del 25/03/2014 @ 13:58:32, in diario, linkato 171 volte)

File:Walden Thoreau.jpg

 

Mi crea da sempre un certo imbarazzo l’ambientalismo, la filosofia del “chilometri zero”, il pensiero verde. La cosa non accade per contrarietà, qualche partito preso industrialista o convinzione inflessibile nell’urbanesimo. Tutt’altro. A fermarmi è l’impaccio offerto dalla paura che la limpidezza della coscienza, quella che pretende un allineamento tra pensiero e azione senza che l’uno faccia ombra all’altro, non sia tale da sostenere un tema così alto e pure così semplice. Nel caso del libro di Henry David Thoreau, “Walden ovvero Vita nei boschi” (che leggo in un’edizione tascabile della BUR e nella versione di Piero Sanavio), e forse mai come in questo caso, non accade e ciò a tutto vantaggio del pensiero che è la materia del libro. L’esperienza si allinea all’idea e fanno una stessa luce. Walden è, da questo punto di vista, un libro della riconciliazione tra prassi e atto. Il filosofo non fa buio al praticante. Lo scrittore non scatta il flash sulla materia del suo racconto. Perché questo è un libro che nasce dall’esperienza e dal pensiero della sua necessità. Lo potreste leggere come un manifesto o come l’autofiction (prima che “autofiction” diventasse un genere) di un esperimento: andare a vivere in campagna per conoscere la comunione con la Natura. E anche questo ha poco a che vedere con le mode quanto piuttosto con un’urgenza che, a seguire, ci spinge a domandarci quanto e per quale strada possiamo essere/diventare migliori. Insomma, un libro che ha la funzione di dire e nel dire sfidarci a essere. Con un lato educativo non trascurabile ma senza pedanteria. L’esperienza di vita nei boschi di Thoreau è inebriamento determinato dalla contiguità con lo spirito della terra e immersione nella sua manifestazione in un continuo scambio osmotico tra ragionamento e sensibilità ma sempre a partire dal dato reale del fare. L’autore lo scrive nel 1845 anche se il libro esce, dopo sette revisioni, solo nel 1854. Lo precede una determinatezza di cui sono testimonianza i diari dell’autore (che io possiedo in una edizione cartonata e con sovraccoperta del 1963 di Neri Pozza: “Vita di uno scrittore”). Il nascere dell’esperienza è salutata il giorno dopo il suo inizio con oggettività icastica: 5 luglio 1845. “Ieri sono venuto a vivere qui”. Solo questo. L’autore ha 27 anni. Non è la prima volta che pensa di vivere/scrivere di questo lago che dà il nome al suo libro. Ci ragiona dal 4 settembre 1841 (anni 23), ad esempio, quando nel diario annota: “Penso che potrei scrivere un poema che dovrebbe intitolarsi ‘Concord’. Per argomento avrei il Fiume, i Boschi, i Laghi, le Colline, i Campi, le Marcite e i Prati, le Strade e le Case, ed i Paesani. E poi Mattino, Meriggio e Sera, Primavera, Estate, Autunno e Inverno, Notte, Estate di San Martino e le Montagne all’Orizzonte”. In “Walden” è scritto: “Verso la fine del marzo 1845 mi feci prestare una scure e andai nei boschi presso il lago di Walden, il più vicino possibile a dove avevo intenzione di costruirmi la casa, e cominciai ad abbattere pini bianchi, alti e appuntiti e ancora giovani, per farne legname da costruzione”. Quello che si dice “pensiero insistente”. Per dire della continua oggettività del libro, poche pagine dopo questa citazione c’è una specie di scontrino fiscale dell’occorrente per la costruzione della sua capanna. E in questa meticolosità da tributarista il riflesso di un discorso, fatto poco prima, sull’eccessivo e ingiustificato costo delle case, in affitto o acquisto che siano. Stesso registro di spese entra dopo per gli alimenti e puntualizzerà l’intero libro. E questa disposizione al calcolo è così moderna fatta la tara al dollaro e agli spread. Persino la successiva ricetta del pane sembra da rotocalco. La verità è che Thoreau sta scrivendo non un manuale della sopravvivenza né uno stiloso articolo sul fai da te in tempi di recessione bensì un invito al selvatico che sarà pane e testo sacro per i pensatori e i movimenti bioregionalisti, i teorici wilderness come Gary Snyder. Il suo scopo è riscoprire “l’uomo ospite nella natura”. La radicalità di questo pensiero non si ferma alla sola e bellissima poesia di questa immersione nel divino naturale. C’è una critica dello Stato e delle ragioni dello Stato, le sue tasse, la sua pretestuosa ed elefantiaca determinazione del destino degli uomini, l’economia e la sua pretesa forza totalizzante. Walden è un libro costruito a partire da sé ma, attraverso una conoscenza del Sé, ricava una lezione che vale per ognuno di noi. Il libro contiene l’invito a “seguire la propria strada, non quella di suo padre, sua madre, o un suo vicino”, alla “spartana semplicità di vita, e uno scopo elevato”. A questo libero pensatore sta a cuore la felicità individuale nella comunità degli uomini, in comunione con la Natura e le sue leggi compassionevoli anche nella durezza (bipolarità che nasce dal pensiero orientale di cui è infarcito il libro in una sintesi sincretica con il cristianesimo trascendentalista). Da Thoreau impariamo che “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno”. Con lui veniamo invitati “a condurre la vita con la medesima semplicità e posso dire con la medesima innocenza della Natura”. A contemplare la vita “nelle sue opere più belle e più critiche” e a vivere dentro essa. Una delle frasi più famose e ipercitate del testo dello scrittore americano non ha perso nulla della sua poeticamente straziante e luminosamente assoluta determinazione ispirata a quell’allineamento di pensiero e azione di cui dicevo all’inizio e che sta al libro come la sua sinossi. “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici; se si fosse rivelata meschina, volevo trarne tutta la genuina meschinità, e mostrarne al mondo la bassezza; se invece fosse apparsa sublime, volevo conoscerla con l’esperienza, e poterne dare un vero ragguaglio nella mia prossima digressione”. Walden è un libro per grandi, per la complessità di certe sue radicali argomentazioni politico-economiche, per meno grandi, per l’invito continuo alla scoperta e al racconto della bellezza naturale di cui tutti abbiamo bisogno per compiere un allineamento sempre più raro e necessario tra pensiero e azione, io e Natura.

 
Di Carvelli (del 24/03/2014 @ 08:53:58, in diario, linkato 182 volte)

Mi è sempre piaciuto pensare che l’Italia abbia avuto – e abbia tuttora – una sua buona generazione di voci in letteratura capaci di parlare dal piccolo della provincia al largo bacino dei lettori che – almeno si pensa – vivono nelle grandi città. Con forza, con esattezza. In un certo senso, il mio è un pensiero al netto di ogni facile propensione, con una sua forza ma anche una sua giusta dimensionalità. Voglio dirlo altrimenti. Credo che a molti intellettuali sia piaciuto e piaccia pensare – dal centro – che il racconto della provincia possa in qualche modo avere la forza di una catarsi. E questo fa propendere, in certo qual modo almeno, per una debolezza verso la letteratura della provincia. Una sorta di complesso di inferiorità. Talvolta – anche se non consapevolmente – con la sordida (non dichiarata) maglia della salute di un “notizie da una provincia dell’Impero”. Allargando l’orizzonte, tecnicamente, la lettura rischia di essere una potente forma allucinogena. Più consueta per luoghi che hanno lunghezza e difficoltà di attraversamenti? Più facile per chi ha meno costi-tempo correlati alla maggiore dimensione? Raccontare la provincia, per noi che stentiamo in urbe, può avere l’urgente temperie di un alleggerimento. Il mondo ci grava addosso la sua pena fisica e noi la traduciamo in metafisica per mezzo della letteratura. Scrivo un po’ di provincia e di letteratura dopo aver letto questo significativo bestiario umano della provincia di Marco Drago “La vita moderna è rumenta” (uscito per la Zoom della Feltrinelli ovvero solo in ebook). La provincia (Canelli, nell’astigiano e dintorni) di Drago – uno dei narratori della grande provincia anni Novanta (meritoriamente monitorata anche con la bellissima rivista di cui è stato uno dei fondatori e animatori, Maltese Narrazioni) e successivi che mi piace qui nominare insieme con la ingiustamente dimenticata anconetana Silvia Magi (che esordì per la Rizzoli con la prodigiosa scarna e scabra raccolta di racconti di “Tutto quello che mi sta a cuore”) e con Sandro Campani (che raccolse storie di un appennino tosco-emiliano in “È dolcissimo non appartenerti più” per la Playground). Ovviamente è una selezione strettissima che non inquadra tutto un fenomeno complesso e ricco d’Italie e di stili diversi. Più attenti a sfumature o a generazioni. Un fenomeno a cui si aggiunge il nuovo di Alessio Torino e la sua Urbino. Insomma una foto metafisica più che un gruppo di famiglia. In realtà quello che volevo scrivere qui è una contenuta felicità per questa speciale dotazione di scrittrici e scrittori che aggiungono sapore a una letteratura spesso troppo metropolitana senza per questo assegnar loro il vantaggio dell’esotismo. Piuttosto il beneficio del saper inquadrare, con assolutezza di osservazione, una linea-tempo che nelle letteratura metropolitana viene spesso troppo suggestionata dal fluire delle mode e della transitorietà dell’esperienza del consuma e crepa.

 

 
Di Carvelli (del 18/03/2014 @ 08:56:45, in diario, linkato 204 volte)

 

Tardi rispetto al clamore da orecchio a orecchio che lo ha portato a essere uno dei libri più amati, oltre che apprezzati, nel 2013 leggo “Stoner” di John Williams. Una sorta di repechage che ha ridato lustro a un autore americano dimenticato. Inizio da questa scena bellissima: Eccoli, lei e lui: “‘Non sono ammalata’, disse lei. E poi aggiunse con voce calma, riflessiva e quasi distaccata: ‘Sono disperatamente… disperatamente infelice’. Lui ancora non capiva”. Poi capisce e: “Alla fine, con voce lenta e grave, disse: ‘Sotto molti aspetti, sono un uomo ignorante. Sono io che sono stupido, non lei. Non sono venuto a trovarla perché pensavo… sentivo che cominciavo a essere un fastidio. Forse non era vero’”. E non era vero: “‘No’, disse lei. ‘No, non era vero’. Sempre senza guardarla, Stoner continuò: ‘E non volevo causarle il disturbo di doversi confrontare con… con i mie sentimenti per lei… che prima o poi, se avessi continuato a vederla, si sarebbero palesati’. Lei restò immobile. Due lacrime le inumidirono le ciglia e le corsero giù per le guance. Non le asciugò. ‘Forse sono stato egoista. Pensavo che questa cosa non avrebbe fatto altro che mettere in imbarazzo lei e rendere infelice me. Conosce le mie… circostanze. Mi sembrava impossibile che lei potesse… provare qualcosa per me… se non…’”. Le circostanze di Stoner, il lui, sono che è sposato e ha scoperto di provare qualcosa per lei, la sua allieva, Miss Driscoll, e la cosa non deve piacergli particolarmente. O, almeno, per un uomo come lui un po’ integerrimo e cauto è una piccola ombra di imbarazzo a cui si abbandonerà solo vincendo una grande resistenza. Le cose stanno così. Ho ripensato a questa scena vedendo finalmente il bellissimo “Her” di Spike Jonze (di cui forse qualche tempo fa ho recensito il corto “I’m her”). Un film gravido di suggestioni al di là della gamification e del plot futuristico o futuribile. Se ci si può innamorare con trasporto emozionale di una voce sintetizzata, quale è la natura ultima, il grado zero del sentimento? Se le convenzioni (quelle dell’America degli anni di cui scrive Williams) possono essere piegate e persino la scienza sottomessa, quale è la cifra minima dell’amore? Giorni fa un mio amico mi faceva un discorso che qui sintetizzo: “Vedi, nell’amore contano tante cose, la confidenza, l’attrazione, la condivisione, il dialogo, la somiglianza di punti di vista sulle cose e di passioni eppure oggi, dopo tanto tempo, penso che può esserci anche uno solo di questi elementi – e gli altri sono venuti meno o non ci sono mai stati – e il rapporto può funzionare benissimo lo stesso”. Voleva dire – ha poi detto – che basta un solo ingrediente per la felicità. Il discorso si complicherebbe a voler allungare questa disamina. Per esempio si potrebbe chiedere: “Forse basta solo una decisione?” o “Forse basta solo un bisogno o la disponibilità all’accontentarsi?”. Ma mancherebbe la profondità dello spunto del mio amico che lascio all’osso: basta uno solo di questi elementi portato al suo livello più comprensivo e con la forza totalizzante di coprire con la sua forza gli altri, i mancanti. In “Her” manca la fisicità. Ma manca davvero? Non è vero forse che la costruzione di una confidenza la sostituisce con qualcosa di analogamente coinvolgente anche se indotta, stimolata, suggerita? Per tornare a Stoner e alla Driscoll, che si ameranno e si separeranno, il loro mondo – la loro storia – si chiude e trionfa nella dedica del primo libro di lei: “A J.W.”. Il mondo spesso finisce in tre lettere e un imbarazzo trionfante. A tre lettere diamo tutta la forza totalizzante che una voce sintetizzata da un sistema operativo o dei ricordi sbeccati finiscono per avere o non avere più. E va bene così.

 

 
Di Carvelli (del 17/03/2014 @ 08:54:20, in diario, linkato 148 volte)
Di ventitré anni e di tutti questi giorni che li hanno costruiti non so che dire. Neppure dico come sono. Neppure so con esattezza i miei mille difetti. Questa lunga incostanza. Questo non tradirsi. Quell'esserci sempre. Quel poter dire "io c'ero". Dire: "se servirà ci sarò". E così passano ventitré anni. Una questione un po' imbarazzante per chi, incostante, non ha finito cose che ha iniziato, concluso persone che ha cominciato, portato a termine lavori avviati. E oggi per la ventitreesima volta qui. A stupirsi di come sia potuta accadere tutta questa fedeltà a un'idea, una persona, un gruppo di persone. Una scelta quasi invisibile. Per raccontarla in un giorno. E rimando a domani. Sapendo che questa fedeltà l'ho costruita così: dicendo "anche domani". In parte, un piccolo inganno per la noia, la paura, il tempo.
 
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