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Grammatica, metropolitana
Di Carvelli (del 30/05/2008 @ 08:51:32, in diario, linkato 993 volte)
Ieri metro. Uscendo una ragazza diceva "je pija a male". Je pija a male. Je pija a male. Sono stato un bel po' a pensare perché non "je pija male". Io me la ricordavo così. Gli (o le...è uguale) prende male, non gli va bene, si arrabbia, lo fa indispettire eccetera eccetera. Sempre più spesso sento dire Je pija a male e mi domando se sia contaminazione laziale del romanesco (in questi giorni esce, dedicato, un libro di Trifone: verificare). Qual è la versione più rispondente alla grammatica italiana? Un tempo si diceva pija subbito d'aceto (per s'inacidisce). Boh non so. Noi c'abbiamo il nostro dialetto. Diciamo fica e non figa (anche se suona male, più duro con quella c e non adatto all'intercalare ma sicuramente più adatto per il resto). Diciamo "mavaffanculo" (prendendo la ricorsa e senza risparmiare effe e c). E' un dialetto duro. Che non risparmia i raddoppi ( appunto  subbito)ma poi (un po' ironicamente, ma senza rendersene conto, leva le doppie...matina invece di mattina). Sicuramente se a uno dici dajie ivece di dai gli verrà più voglia di muoversi, si sentirà più incoraggiato all'azione. Forse i dialetti servono prima che sono. Ecco allora che Roma avrà autoprodotto per sé un dialetto irriverente e duro (non sarà che è un'autoimmunizzarsi contro il potere qui molto praticato iun tutte le sue sfere?). Un dialetto sonoro e veloce: provate a cronometrare coglioni e cojoni. Un'arma di offesa quindi (di difesa in ultimo). Parole che servono da scudo. O un lancio di pietre per allontanare i malintenzionati. Anche solo idealmente. Irridere il potere=avere potere proprio. Anche se poi è tutta un'illusione.