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ValeANA/Mardin (intervista su l'Adige 15/03/09)
Di Carvelli (del 17/03/2009 @ 11:35:28, in diario, linkato 1188 volte)

Gli specchi di un'anima tormentata
di Roberto Carvelli

«ValeANA» (Elliot edizioni, 117 pagine, 12,50 euro) è il libro di esordio di Martita Fardin , scrittrice di Como che per parecchi anni ha abitato a Trento (collaborando anche con le pagine culturali dell' Adige ), prima di fare ritorno sulle rive del lago manzoniano. Frasi di cruda e scarna adesione al vero doloroso che disegnano la storia di Vale, spirito inquieto che si dibatte tra il mondo della moda famigliare e la solitudine esistenziale attenuata dall'amicizia delle amiche e una storia d'amore (tra le pagine più riuscite del libro) con un musicista austriaco malato di tumore al seno. Tra sms e autoracconto la vita di una diciottenne alle prese con il dramma dell'anoressia. Martita Fardin costruisce una sorta di giallo esistenziale che si risolve però all'interno. «Quod me nutrit me destruit» è l'esergo della quarta di copertina, motto che chiude e apre la vita di chi si ama filiforme fino al rischio della evanescenza. Abbiamo intervistato l'autrice. Il libro ha una scrittura piana, diretta, dichiarativa. Racconta fatti chiamando le cose con semplicità. Ci sono le marche che ormai suggeriscono (sostituiscono) i nomi degli oggetti, un po' di slang ma contenuto. È la voce di una diciottenne: in che misura quelli che ho detto sono tratti distintivi della voce della protagonista e si discostano dal suo sentire? «Amo la semplicità nella scrittura. Volevo che il libro si infilasse come un fiore o un ago nella mente del lettore. Per quanto riguarda le marche e gli oggetti, direi che ho chiamato semplicemente le cose con il proprio nome». L'anoressia ha un ruolo fondamentale. A tratti il libro vira addirittura verso l'inchiesta o quasi, chiamando a raccolta blog, testimonianze, community. Può parlare del lavoro che ha fatto per aprire a questo underground di chi soffre per questo disturbo psicoalimentare? Ed è veritiero o comune che ci sia un senso di appartenenza e condivisione tra chi ne soffre? «Questo libro è quanto di più lontano da un'inchiesta. È la storia di un'anima, come direbbe Leopardi. L'anima di Vale, e anche un po' la mia». Un mondo, quello comasco, e un ambiente, la moda. Party fastosi, soldi a pioggia: è esplicito o implicito o è solo simbolico che l'anoressia sia la malattia del rifiuto di un'abbondanza a tratti strabordante? «Ogni evento, ogni scenario, acquista nella storia un che di simbolico, come se tutto avesse un senso evidente e uno nascosto. Almeno, io ho lavorato in questo senso». Nelle prime pagine (ma anche altrove) si tende a creare un nesso culturale-spirituale che vede il difficile rapporto col cibo come un portato ereditario della mediazione della fede... «Posso solo dire che io volevo descrivere un interno di famiglia. Dove ci sono persone che si muovono sotto l'ombra rassicurante e tremenda di un crocefisso di legno». Proprio per quel che è stato detto prima si potrebbe pensare che il suo sia più un libro su delle testimonianze, a tema o a tesi. Ha già scritto altro? Ha in mente altro da scrivere? Ha autori di riferimento a cui si ispira? Quale crede che debba essere la funzione della letteratura? «Rifiuto fermamente questa definizione. Il mio non è affatto un libro a tesi. Questo è il mio primo, romanzo, forse ne verranno altri, forse no. Se ci penso, nella mia testa ho sempre scritto. Mi piace Agota Kristof. Una volta lei ha detto che per la sua scrittura si è ispirata ai temi dei suoi figli. Ecco, mi piacerebbe scrivere come un bambino di terza elementare. Una scrittura semplice, elementare, onesta. La funzione della letteratura? Scacciare la morte, tenerla lontana, anche per pochi istanti. Che altro?».


l'Adige 15/03/2009