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Questioni di piede (un racconto su Zoe Magazine)
Di Carvelli (del 26/03/2009 @ 16:56:24, in diario, linkato 1005 volte)

I passi a livello. Storie parallele di suole semi/uguali
di Roberto Carvelli

Il piano sopra il nostro è quello dei dirigenti, mi ha raccontato una volta Manuel al bar sotto casa. Io sapevo solo che lavorava in un call center di una televisione satellitare. Niente altro. Non parliamo mai troppo di queste cose tra noi. Ognuno fa quello che fa. L’importante è che tutti la pensiamo nello stesso modo su cose generali. Tipo il calcio, la politica.  Esattamente sopra le nostre teste c’è la sala delle riunioni, mi ha detto Manuel una sera con una birra di troppo. Nel laconico snocciolarsi dei tasti del nostro PC – usa sempre immagini molto efficaci lui specie quando ha bevuto un po’ di più – sentiamo il rumore dei loro tacchi e ne indoviniamo la casta dal passo, racconta. Per prima cosa capiamo che non ci sono gomme, para, salva suole e capiamo che c’è una riunione ad alti vertici. C’è solo un irridente ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Un tip tap dell’alterigia, dello scherno, dell’a proprio agio e soprattutto consapevolezza di ruolo. Noi abbiamo suole di plastica e se non facciamo quegli sgradevoli e goffi gnek-gnek (che in realtà dipende più dal pavimento di plastica che dalle nostre scarpe) siamo silenziosi come bisce. Il loro lavoro – meglio, la loro mansione – è farsi avvertire, annunciare. Il nostro è tacere e rendersi invisibili. Non nascondersi o imboscarsi, ma silenziarsi, privarsi di un tono, di una presenza, del suono. Così non emergiamo se non in un univoco fruscio mentre sopra ballano il ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Sembra che l’unica cosa che ci differenzia siano le suole e il loro suono. In realtà ci separano conti correnti e cifre. Anche le marche delle scarpe: Church’s, Tod’s, Prada, Paciotti (loro), tutto il resto noi. Noi il piede che traspira, la suola che non si consuma, quello che capita, quello che costa meno. Tutto un insieme di cose che sta distante dalla qualità. Per cui, se tra noi uno abbandona la postazione (va al bagno o va a chiedere qualcosa al nostro team leader) e gli scappa un crof-crof-crof delle suole, gli altri lo guardano austeri ma manco più di tanto perché sanno che con questi quattro spicci che ci danno mica si riesce a comprare scarpe silenziose. Con ‘sti due soldi al limite il piede che traspira. Stiamo uno sull’altro, eppure, loro con le loro suole perfette, noi con queste ridicole imitazioni a basso costo. E sarebbe da ridere, infatti, ma a nessuno viene in mente. Poi suona il fine turno, ci s-loghiamo e andiamo via lasciando confusione e anonimato lì dove era prima “buongiorno sono Manuel... posso esserle utile? Non riceve più il segnale?” L’isola rimane vuota, senza segni, a parte il calore della sedia per il culo di un nuovo interinale. Sembriamo pecore che si compattano di lana, scampanellando e belando, formando un corpo unico in precipizio verso le scale sotto la voce del pecoraio invisibile che chiama il cambio turno. Ed è un po’ triste tutto questo racconto di calzoleria, un po’ poca cosa rispetto a quello che questo ragazzo è o credevamo dovesse diventare. Manuel è più di quello che dice di essere. Manuel è più di quello che è. E non sto parlando delle scarpe. . Ora parlo del diploma e della laurea. Manuel qui tra noi è stato sempre guardato come un capoccione, uno che ce l’avrebbe fatta. Per Manuel noi abbiamo sempre immaginato un futuro radioso: soldi, biglietti da visita, macchina di rappresentanza. Non come noi. E invece noi, per paradosso – noi senza nessuna speranza, noi senza diplomi – noi ora abbiamo trovato lavoro e soldi e lui dopo anni di studi e laurea è quello che non ci aspettavamo. Perché alla fine Manuel non è questo. Questo che scende al bar è una specie di triste replicante di quello che abbiamo immaginato potesse diventare: un amico che ce l’ha fatta, uno di cui andare fieri, uno diverso da noi sì ma uno importante. Ed è per questo che quando lo prendiamo in giro è come se prendessimo in giro noi stessi. Noi che abbiamo creduto che ce la potesse fare, che potesse diventare qualcuno, qualcuno più di noi.

 

 

 

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