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Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo
Di Carvelli (del 06/02/2014 @ 08:59:49, in diario, linkato 870 volte)

È una tentazione persino debole talvolta pensare a come sarebbero state le cose se fossero andate diversamente, le cose. E lo scrivo così, in modo un po’ sgrammaticato, per rafforzare la più compiuta e impossibile tautologia. Il libro di Francesco Piccolo (“Il desiderio di essere come tutti”, Einaudi) sembra prender le mosse da qui. In mezzo ci balla il destino del Nostro Paese (tra le due B di Berlinguer e Berlusconi), una vicenda sua, dell’autore (nei termini del personaggio-narratore) che ne rappresenta un parallelo andare verso. Il gioco delle età, delle età più legate ai bilanci sembra risiedere in queste domande. Ho fatto bene? Potevo fare altrimenti? “Il desiderio di essere come tutti” è un titolo già marcato dall'antinomia. È possibile avere un desiderio collettivo? Manifestare dei desiderata che conducano all'omologazione? Leggendo questo saggio-romanzo su un segmento di storia nazionale che ha sembrato condurre il Paese alla modernità seminando premesse di sviluppo poi mancate, mi è venuto da pensare a coppie di aggettivi praticate dal libro o suggerite: cauto/incauto, giusto/sbagliato. Alcune suggerite dall’autore, nel testo. Poi spicca l'idea della purezza e del suo contrario. Uno stato dell'essere che non ha implicazioni se non morali ed estetiche. “Se non” vuol dire che abbraccia davvero tutto ed è bello che ci sia fatta rientrare la politica. Anche se quella che riguarda il nostro Paese ha così tante degenerazioni, in un senso e nell'altro, da apparire controproducente. Ma c'è stato un meglio, sembra dire l'autore. Non Berlinguer (come scrive) ma quella dirittura che esprimeva (come sottintende). Anche se poi l’autore mette in crisi l’idea un po’ romantica e snob di un tempo antico migliore rispetto al male di oggi. Il romanzo civile di Piccolo approfondisce quel difficile passaggio della linea d'ombra che separa i sogni pensati come realizzabili dalla convenienza data come realizzata. Lo fa sotto la specie della militanza o, meglio, della ambizione di uguaglianza. Non quella che rende uguali ma che regola con uguaglianza la nostra diversa unicità. Alla fine conclude: "Ho capito che piegarsi era infinitamente più virtuoso e utile che non piegarsi" e poi offre un elogio della vita impura contro quella pura. La pura, ad esempio, fa inseguire la perfezione in un rapporto di coppia con il rischio sempre vivo della delusione e del dolore legato alla scoperta del corrotto, dell’imperfetto naturale e alla disillusione conseguente. Essere impuri ed essere superficiali è la risposta a questa fiaccante caccia all’ideale. Spesso ciò che detestiamo, in fondo, ha somiglianze con ciò che si oppone a quello che non detestiamo. Non si tratta di un pensiero debole però (debole sarebbe stato, piuttosto, pensare a come sarebbe andato tutto se tutto fosse stato diverso). Ma di un pensiero forte o, meglio, di forte realismo prospettico. Quello che manca a chi cerca di cambiare se stesso e il mondo che lo circonda.