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Intimità in tram
Di Carvelli (del 13/01/2006 @ 09:33:39, in diario, linkato 1465 volte)

“L’Amore e l’Amante vivono davvero in eterno:/ non attaccare il cuore a cose riflesse e prestate!/ Fin quando t’abbraccerai stretto un’amante già morto?/ Abbraccia piuttosto la Vita, che non ha limite mai!”

 

“Anzi siamo più alti degli Angeli! Perché non passiamo oltre dunque? La nostra meta è l’Eterno!”

 

Rûmî – Poesie mistiche (traduzione di Alessandro Bausani)

 

 Perché usiamo la parola “intimità” solo in riferimento alle altre persone? A noi con le altre persone, e così raramente a noi in riferimento con noi stessi? “Nel nostro intimo” per estensione sembra esser diventato “nel nostro privato messo in condivisione con gli altri (non sempre il privato degli altri)”. Perché “intimità” non significa il nostro personale rapporto con noi stessi svincolato da qualsiasi altra relazione esterna? Il diario di oggi è a rotaia. Nasce sul tram e ascolta (spia acusticamente) una conversazione in cui una ragazza parlava ad un’amica (un’amica? O una conoscente, una coinquilina – si sale sull’autobus con un’amica alle 8 del mattino? Forse sì) in intimità (ma eravamo trecento e uno addosso all’altro ed era impossibile non violarla, forse voleva essere violata quella intimità? “Io gli ho regalato questo… io gli sono stata vicina quando…. Che poi io glielo avevo detto che lui… invece non mi ha dato retta…” Ogni frase sembrava far scoppiare dei palloncini di plastica come quando ai lunapark se ne rimane un po’ di plastica afflosciata a pendere da una corda. Esplosa. Finita. Ridotta all’insignificante brandello di un’inutilizzabile fibra. In palio non c’era neppure un orsacchiotto di squallido peluche con gli occhi due ellissi disegnate male.