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Piegati soltanto per amore se muori, continuerai ad amare.. Ne te courbe que pour aimer Si tu meurs, tu aimes encore..

René Char
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Un'interessante riflessione/lettera di Giuseppe Genna in risposta a un articolo di Filippo La Porta
Di Carvelli (del 28/07/2006 @ 11:27:30, in diario, linkato 1404 volte)

Da www.giugenna.com

Genna su La Porta: fiction vs faction

Sul Corriere della Sera, pochissime righe a supporto dell'articolo che celebra Luoghi comuni di Pino Corrias: ne è autore Filippo La Porta che, nuovamente, si schiera per la schiavitù della letteratura alla cosiddetta "realtà" e contro l'immaginario. La risposta dell'autore del Dies Irae, Giuseppe Genna [a destra nella foto; a sinistra, Filippo La Porta].

• CARO LA PORTA, LA TUA REALTA' NON E' LA MIA. E NEMMENO LA LETTERATURA
di
GIUSEPPE GENNA

Poiché la critica vera è quasi morta, rappresentata ormai da grandissimi intellettuali come Citati Cordelli Siciliano Canali Mengaldo, dovremmo accontentarci della critica giornalistica? Su questo punto non ho il minimo dubbio: sì. La critica letteraria, sui giornali, accenna, grazie alla capacità di lettori professionali, a suggestioni intorno a un libro, e divulga affinché il libro venga letto. La critica vera, invece, non è critica: è teoria della letteratura o non è. La teoria della letteratura non ha praticamente rappresentanza sui quotidiani o sui mezzi di comunicazione e, da scrittore di ormai lunga navigazione nel cosiddetto "àmbito editoriale", è circa un ventennio (diciamo dalla fine di Alfabeta) che ravviso la pubblica assenza di teoria della letteratura su media massivi (discorso altro, ovviamente, per i libri: ne escono, e di ottimi). Soltanto gli intellettuali di cui ho fatto i nomi sopra sono recentemente intervenuti (e recentemente vale qui per un periodo, diciamo, di cinque anni: il che è tutto dire) con potenza e profondità, per aiutare gli scrittori a chiarire le tenebre in cui sono immersi nell'affrontare il presente. Ogni tanto, però, non si sa come, qualche eccezione sfugge al monolitico discorso del presente mediatico: appaiono brevi pareri che hanno tutto il tono di dettami iscritti nell'ordine di una teoria della letteratura. Come il pezzo di spalla, oggi su Corriere, alla recensione entusiastica a Luoghi comuni di Pino Corrias. Un libro che esce in questa collana, 24/7, e che, va detto, ha tratto in inganno il titolista del prestigioso quotidiano di via Solferino. Il titolo del pezzo sul libro di Corrias è infatti Il romanzo italiano si rimette in viaggio, mentre a rimettersi in viaggio è un giornalista e un narratore come Corrias, che non ha scritto nessun romanzo, bensì una raccolta personalissima di reportage letterari e per questo assai significativa e interessante, capace di coniugare l'occhio clinico di Capote e la pietas di Piovene. Il titolo dà comunque la stura a un brevissimo elzeviro di Filippo La Porta, che non è un teorico della letteratura, bensì un critico direi generalista, il quale stende un non tanto orfico decalogo (anzi: un monologo secco) il cui sunto è: che gli scrittori italiani contemporanei scrivano faction, la letteratura è avulsa dalla realtà, si metta a inseguire la realtà e la racconti. E' una posizione bennota di La Porta, soprattutto per chi nei mesi scorsi ha frequentato la Rete e le polemiche letterarie esplose nella blogosfera. Posizione da cui mi permetto di dissentire e alla quale rispondo, con tutta la stima che porto per un intellettuale intelligente come Filippo La Porta.
Quando si prendono posizioni come quella pronunciata da La Porta, si deve essere cauti, perché si è nel regno della teoria della letteratura, che ha il suo cominciamento nella Poetica di Aristotele e non può scendere al di sotto dell'asticella fissata dallo Stagirita. Altrimenti, si tratta di opinioni: e non è che le opinioni non costituiscano realtà - la realtà essendo fatta di opinioni, anche, e non soltanto di fatti sociologicamente trattati dal regime mediatico, che sarebbero il cerchio di realtà a cui La Porta si ispira, suggerendo a me e ai miei colleghi di inseguire tali fatti e metterci tutti allegramente a inventare il meno possibile, perché l'invenzione è una fola, un immaginario, capace di farti espellere da viscere ambigue romanzi fluviali a ogni stagione. Magari ci fossero più romanzi fluviali a ogni stagione, caro La Porta! Romanzi fluviali alla Wolfe, alla Mailer, alla Roth quando è fluviale, alla Ellis, alla Houellebecq! Gente che, la faction, l'ha fatta quarant'anni orsono (Mailer e Wolfe, soprattutto - dico il Wolfe non tradotto in Italia) e che si è convertita al romanzo puro, al romanzo che, attraverso l'immaginario, scruta le pieghe della storia. E quando fa faction, come il Houellebecq di Lanzarote, è chiaro che la usa come prodromo per la grande narrazione, in questo caso de La possibilità di un'isola.
Per fare teoria della letteratura bisogna avere una solida conoscenza della filosofia, che, in quanto solida, ha talmente saturato i processi sinaptici, da costituirsi in visione del mondo: in visione della realtà. Il problema della posizione enunciata da La Porta è infatti di ordine filosofico: a quale realtà dovrebbero ispirarsi gli scrittori? Che realtà ha in mente La Porta? Dovrebbero i narratori inseguire crimini o grandi fatti? Non insegna nulla il fatto che nessuno tra i grandi scrittori americani si è messo a scrivere un romanzo esplicitamente dedicato all'11 settembre? La Porta sembra convinto che la realtà sia mediata: una falsità filosofica, perché nulla media la capacità d'essere e, quand'anche la rappresentazione mediale influenzasse la capacità di sentire e pensare, resta il fatto che gli scrittori non seguirebbero questa strada: non giocherebbero la partita mettendosi a rincorrere, sul piano del racconto, la realtà che altri mezzi, cronachistici o analitici in maniera indecente e superficiale, sanno raccontare con immagini e retoriche preformattate (come la tv che, rubata la retorica alla letteratura, va in crisi perché, dopo un po', la retorica non basta più: serve l'immaginario). La realtà non è quella a cui pensa La Porta e sfido l'amico Filippo a elencarmi una lista di dieci autori nel mondo che fanno quanto dice lui che dovrebbero realizzare gli italiani contemporanei. Forse Ellroy con il suo ultimo, splendido, Jungletown Jihad? Ma lì siamo ad altezza Burroughs, se non ce ne fossimo accorti. Quali sono le faction che stanno costruendo l'immaginario? Non certo quelle di Carlo Lucarelli, che va a mettere le mani nel fango per portare alla luce un immaginario storico di cui non si sapeva nulla (o se ne sapeva, ma in pochi) e che riesce nel miracolo di compiere l'operazione non con furia, ma calma oratoria. E non certo la congiuntura settantina di Romanzo Criminale di De Cataldo o dell'ultimo Arpaia: romanzi, per l'appunto, fluviali, ispirati certo a una realtà storicizzata (e la storicizzazione è comunque una mediazione mentale: non tanto diversa dalla catodizzazione dell'evento...), ma devianti secondo canoni di cui solo la letteratura vera dispone.
Però, forse, quelle poche righe di spalla in una pagina del Corriere sono quello che sono: un riassunto troppo limitato di quello che negli elzeviri della Gazzetta dello Sport si definirebbe "il La Porta-pensiero". Bisognerebbe concedere a La Porta uno spazio maggiore, per giustificare a dovere cosa pensa che sia la realtà e per difendersi dall'amichevole accusa che gli muovo: cioè che la realtà a cui lui pensa è già di per sé il nemico della letteratura, l'ostacolatore - la realtà mentalizzata e mediata, non la possibilità infinita dello scatenamento a cui conduce l'immersione della storia nell'immaginario della letteratura.

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