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 Il letto di Katia... di Carvelli
 
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Questo lillà perde i fiori. Da se medesimo cade e cela la sua antica ombra. Morirò di cose come questa.

Alejandra Pizarnik
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 26/02/2010 @ 08:29:44, in diario, linkato 144 volte)

Tempo fa ho letto un racconto che si intitola Solitudine ed è di Maupassant. A un certo punto campeggiano questi versi di Sully Prudhomme:

"Le carezze non sono che inquieti rapimenti,/ infruttuosi tentativi del povero amore che tenta/ l'impossibile unione delle anime attraverso i corpi..."


L'inno di oggi è un inno antisolitudine. Potete cantarlo ad libitum e vi incollo il testo.
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Well the eggs chase the bacon
Round the fryin' pan
And the whinin' dog pidgeons
By the steeple bell rope
And the dogs tipped the garbage pails
Over last night
And there's always construction work
Bothering you
In the neighborhood
In the neighborhood
In the neighborhood

Friday's a funeral
And Saturday's a bride
Sey's got a pistol on the register side
And the goddamn delivery trucks
They make too much noise
And we don't get our butter
Delivered no more
In the neighborhood
In the neighborhood
In the neighborhood

Well Big Mambo's kicking
His old grey hound
And the kids can't get ice cream
'cause the market burned down
And the newspaper sleeping bags
Blow down the lane
And that goddamn flatbed's
Got me pinned in again
In the neighborhood
In the neighborhood
In the neighborhood

There's a couple Filipino girls
Gigglin' by the church
And the windoe is busted
And the landlord ain't home
And Butch joined the army
Yea that's where he's been
And the jackhammer's diggin'
Up the sidewalks again
In the neighborhood
In the neighborhood
In the neighborhood

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Di Carvelli (del 25/02/2010 @ 14:39:20, in diario, linkato 119 volte)
Ieri ho visto Amabili resti. Ha una colonna sonora splendida, una buona idea regalo davvero (anche per me, a me). Chi si risente? La bellissima voce di Elizabeth Fraser. E la musica dei Cocteau Twins. E non solo: in capo a tutto c'è Brian Eno. Per vedere sono rimasto ad aspettare i titoli di coda (tipo 15minuti di titoli) da solo in piedi che mi avranno preso per matto. Specie se il cinema è sulla Tuscolana e già dopo un minuto o due spariti tutti. Anzi dal 5° minuto arrivano i nuovi, quelli dello spettacolo seguente. Tutti con la faccia più che sorpresa, quasi irritata. Non so se vi capita: alle volte la differenza irrita. gente che ti guarda come se ti rimproverasse di avere una visione diversa dalla propria. Ecco, questo volevo dire. Del film non ho cose esaltanti da dire. Né brutte. ma mi divertono le ricostruzioni postmortem e l'idea di un mondo di mezzo in cui ancora si comunica tra vivi e morti. Ecco.
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Di Carvelli (del 25/02/2010 @ 09:51:24, in diario, linkato 114 volte)

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Finalmente l'ho rivisto. Un cuore in inverno. Quello che il film dice è qui http://it.wikipedia.org/wiki/Un_cuore_in_inverno quello che il film non dice è che Stéphane ama Camille più di quanto la possa amare Maxime. La ama punto. Infatti è lui che la fa innamorare - dice per gioco e per competizione con Maxime ma non è così. Stéphane la ama veramente e accende il circuito dell'amore che non ha acceso Maxime. Ma quando il circuito è stato attivato non regge la tensione della corrente che passa nel circuito e si ritrae. La frase che citavo giorni fa - quella sulla totale impossibilità, quasi ontologica, dell'amore - non è vera per lui. E' vera - o gli sembra - in assoluto. E la deve ricordare a se stesso, per non naufragare in un mare che non conosce. La riva che ha sempre avuto a vista è quella che ripete a lei. E serve a lui dirla a lei. S. ama C. ma il sentimento è talmente nuovo per il suo sistema di energia sentimentale che appena si sviluppa deve fare inevitabilmente segno di non riconoscerlo. Di riverificarlo e cassarlo alla luce del solo modo di amare che conosce: non amare. Ma la relazione inversa non è altro che una conferma della relazione positiva (in negativo, come in fotografia). Camille impazzisce di dolore perché - per le donne è spesso così - lei ha sentito, lei sa e soffre per sé ma soprattutto per lui. Camille sa di essere riamata da Stéphane ma purtroppo non riesce in quel momento in cui lo sa a farne rendere consapevole lui. Perché - ecco l'ontologia - se non è lui (e succederà purtroppo dopo e tardi, irreparabilmente tardi) - Lui in generale - ad accorgersene lei non potrà fare nulla per rivelarlo o sarà molto difficile. Questa è la stagione dell'amore che non riesce a scaldarsi al sole. L'amore ai tempi del disgelo.

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Di Carvelli (del 24/02/2010 @ 09:08:21, in diario, linkato 112 volte)

Risposte. Risposte vostre. La mia np, non perviene. Non ricordo questo san valentino mentre ricordo bene quello dell'anno scorso. Che era sabato - quest'anno cadeva di domenica - come di sabato ma nel 1900 era quello di questo bel film dei quasi inizi di Weir, Picnic ad Hanging Rock. Su quella trepidazione adolescenziale (con lievi tracce di quelle che forse è corretto chiamare infatuazioni amicali) che fa compiere cose strane e spesso definitive ma con una levità che tutto attenua o addolcisce. Bisognerebbe essere così per passare un bel san valentino. Come va va. Bisognerebbe avere quell'età interiore per queste e per altre cose che richiedono incanto e anche un po' d'inganno.

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Di Carvelli (del 23/02/2010 @ 12:22:57, in diario, linkato 130 volte)

L'uomo che verrà, quello nuovo
Girarsi indietro, anche a rischio di diventare una statua di sale

Roberto Carvelli (www.amiciperlacitta.it 14/02/2010)

Il mondo è pieno di metafore per dire questo. La letteratura – specie quella religiosa – trasuda metafore per questo. E “questo” è “la capacità di riconoscere le persone e le cose per quello che sono nella loro funzione più profonda”. Questo è: saper dire cosa è importante e cosa no. E chi. Questo è riconoscere per quello che è un film che esce nelle sale come qualsiasi altro (forse in un numero di copie minore rispetto ad Avatar o Baciami ancora) ma che non è come qualsiasi altro. Scrivo tutto questo a proposito del film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto. Lo scrivo tornando a casa e riprendendo in mano uno dei libri che hanno segnato la mia formazione letteraria, Mattatoio n. 5. Lo ha scritto Kurt Vonnegut e la IV di copertina mi ricorda ogni volta che mi ricade nella mani che è “Uno dei più grandi romanzi contro la guerra”. Vonnegut racconta a ritroso la Dresda a cui aveva partecipato da soldato. In una specie di profonda espiazione rievoca uno dei bombardamenti più terribili della storia. A un certo punto scrive: “Così va la vita. Era gente spregevole, quella di Sodoma e Gomorra, come tutti sanno. Il mondo stava meglio senza di loro. E alla moglie di Lot, naturalmente, fu detto di non voltarsi indietro a guardare il luogo dove prima c’era tutta quella gente con le sue case. Lei invece si voltò, e per questo io le voglio bene: perché fu un gesto profondamente umano. Così fu trasformata in un pilastro di sale. “Così va la vita”. Già: la vita va così. Costa molto voltarsi indietro, fare gesti profondamente umani.
Deve averlo scoperto Vonnegut e forse l’avrà avvertito Diritti. Uscendo dalla sala dopo aver visto L’uomo che verrà mi sono chiesto da quanto nella cinematografia italiana non comparisse un capolavoro del genere e viene facile pensare a Olmi e al suo Albero degli zoccoli ma non è questione di confronti. Di Diritti ho visto in tempi quasi non sospetti il primo piccolo film di culto al suo esordio Il vento fa il suo giro ma non avrei immaginato che si potesse raggiungere al secondo film tanta perfezione di visione e di racconto, tanta capacità di guidare gli attori a partire dalla bravissima bambina che interpreta Martina. Si narra di Marzabotto e il voltarsi indietro colmo di pietas e di dolore (senza rancore e senza retorica) del regista rende il gesto della rievocazione una dolorosa trasformazione del dolore in qualcosa che ti immobilizza nel dolore e ti fa uscire irrigidito nel sale della sofferenza. Uscendo dalla sala dopo aver visto L’uomo che verrà mi sono chiesto se questo film verrà riconosciuto per quello che è e non confuso con film belli (altrettanto belli), cose divertenti, pensieri interessanti, cose inutili pensate come necessarie.
Sodoma e Gomorra erano piene di persone sgradevoli. Sì. Forse per andare di metafora potremmo mettere al posto di quei toponimi altri. Di certo ci potremmo convincere che sia giusto bombardarli posti così sgradevolmente minacciosi.
Quello che ho avuto la fortuna diciannove anni fa di riconoscere come maestro di vita, il pensatore giapponese Daisaku Ikeda, si è fatto recentemente promotore di una proposta per la stesura di una “dichiarazione per l’abolizione del nucleare da parte della popolazione mondiale” da sottoporre all’Assemblea Generale dell’ONU entro il 2015. In essa si parla di disarmo interiore e si invita a costruire una solidarietà globale al fine di rendere possibile la denuclearizzazione. Ikeda domanda “L’umanità non ha davvero altra scelta che vivere sotto la minaccia delle armi nucleari?” e invita i giovani a farsi promotori e testimoni di un futuro senza il pericolo della guerra nucleare. Anche io come Vonnegut voglio bene a chi si gira indietro anche a rischio di diventare una statua di sale. E’ un gesto profondamente umano anche se Sodoma e Gomorra sono piene di persone sgradevoli, come forse lo era Dresda e la Marzabotto partigiana su cui i tedeschi hanno fatto piovere piombo. Per tutto questo – il questo di cui dicevo – vi invito a voltarvi a rivedere la Marzabotto del dolore del film perfetto di Diritti e ripensare a cosa è davvero profondamente necessario per la nostra felicità non solo presente. Per tutto questo e per lasciarvi con un pensiero pratico vi invito a pensare se quell’infinito potenziale umano di cui disponiamo secondo il filosofo giapponese debba coincidere con l’infinito potere distruttivo della guerra o l’infinito potere deterrente delle nostre piccole azioni quotidiane per evitarla ogni giorno, fatto di voltarsi pietosi a rianalizzare quello che ci ha spaventato o ci spaventa, quello che temiamo possa corromperci e da cui fuggiamo lanciando la bomba che cancella, una parola, un luogo comune. Forse questo è (o lo speriamo) L’uomo che verrà, dopo di noi.

www.amiciperlacitta.it/articolo.cfm?id=1205

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Di Carvelli (del 23/02/2010 @ 09:51:21, in diario, linkato 113 volte)

Che cos’è un “curriculum sentimentale”?

 

 

A sentire Carlo le persone si presentano bene o male dal punto di vista dei sentimenti. Bene o male, solo così. Delle due, per sé, lui sceglie un’autovalutazione negativa.

Una volta, presentandosi a una ragazza, già tutto sommato ben disposta nei suoi confronti, aveva detto “NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE: ecco cosa scriverei fuori di me come se fossi un pacchetto di sigarette”. La frase a effetto aveva colpito lei e i rischi paventati sarebbero state malattie purtroppo reali. Non si sbaglia mai a presentarsi male. Lo sapeva Carlo e non sapeva di saperlo quella ragazza che si chiamava Giulia. Ma questa è un’altra storia. Carlo e Giulia. Una storia che dal momento in cui raccontiamo fa parte di una specie di piccola archeologia amorosa.

Il momento da cui racconto è quello in cui Carlo ha conosciuto Anna e siamo qualche anno dopo. Neanche molti ma abbastanza per credere che si tratti di due persone diverse: Carlo dopo Anna, Carlo prima di Anna. Uno spartiacque che ha tagliato il corso placido del fiume che era, che era sempre stato prima di conoscerla. Una diga, un salto, una cascata che non lascia l’acqua ferma mai.

 

 

 

Anna – e siamo a uno dei loro primi incontri – di sé aveva detto molto semplicemente a Carlo: “Anna è questa e anche quella”. Parlava di sé in terza persona e si chiamava per nome in una prova di vigore egotico e impersonalità insieme. Carlo era troppo preso dall’incanto della voce e dal sottile e semplice tribale del braccio – un particolare nascosto agli sguardi meno intimi delle persone che l’hanno incontrata fuori   per capire quale era Anna delle due, quali erano le due Anne a cui lei stessa richiamava la libertà di quella ubiquità. Anche giorni o mesi dopo non avrebbe saputo dire la doppia Anna. Anna in breve sarebbe stata una – una per lui, unica per lui – e la disattenzione sarebbe stata premiata con un dolore nuovo per lui abituato più a far soffrire che a soffrire. La novità, naturalmente, sarebbe stata in certo qual modo apprezzata pur nel male. Da lì sarebbero scaturite riflessioni in forma di lamentazione, vittimismo ed espiazione. Espiazione necessaria.

Qualcuno a quel punto avrebbe dovuto richiedere a Carlo: “Carlo, che cos’è un curriculum sentimentale?” E mettersi lì ad attendere una nuova risposta.

 

 

 

Alla domanda Quanti anni hai?, invece, Carlo risponde 29, per una consuetudine che si è prolungata ben al di là di un anno. La Carta d’identità dice infatti quasi 31. Ma lo sconto praticato dal portatore non è, in definitiva, mal riposto. Tutto in Carlo – dall’abbigliamento alla perfetta forma fisica, a un certo modo di scherzare e prendere la vita con una leggerezza senza confini – conferma l’età giovanile e la diminuzione non stona. Ma non ci sono vezzi dietro questa piccola decurtazione. Solo consuetudine, come detto. Spesso un anno dura due. O forse un anno particolare come quello del trentesimo di vita finisce per essere annunciato e festeggiato, atteso e quindi prolungato da celebrazioni che lo posticipano. Gli anniversari fanno spesso questo di buono.

 

 

 

Degli uomini Anna, in estrema sintesi, pensa che siano vittime inconsapevoli – sulla consapevolezza è disposta a mettere mani in altoforno, inteso la vera consapevolezza, che poche volte ha incontrato e per un tempo così ridotto da pensare che sia praticamente casuale come indovinare un paio di numeri al superenalotto – di loro stessi. Li vede schiavi antropologici. Tutti aggravati dalla necessità di dimostrarsi maschi al cospetto della società e di loro stessi. E’ come – pensa Anna – se dovessero continuamente dimostrare alla loro parte femminile che non esiste o conta poco. I primi a soffrirne sono loro stessi.

 

 

 

Anna è stata sposata ha cinquant’anni e nessun figlio. Anna si sarebbe detto anni fa è vedova. Una parola in disuso, oggi. Una parola che si usa, al limite, solo per chi ha figli. Una parola che si usa con un compatimento che rischia di ingessare chi la riceve. Meglio ricevere la perentoria classificazione di una definizione spaziale come Anna è sola? Forse neppure. Ma è come si sente Anna, a dispetto dell’amichevolezza di tanti colleghi, dell’amicizia sincera di tanti parenti della sua e della famiglia dell’ex-marito Augusto. Di Laura.

 

 

 

Ecco in sintesi le due schede sentimentali dei nostri protagonisti che abbiamo lasciato in una birreria e che fra un po’ ritroveremo in un ristorante che segue qualche aperitivo insieme a Laura e ad altri. Sempre insieme ad altri. Ma sempre con la domanda sottesa Usciranno mai da soli? E soprattutto: Come si troveranno? E ancora: E’ già il tempo di smettere i panni neri della vedovanza per Anna? Domande generali. Domande dei due. Domande soprattutto di Anna. E soprattutto perché le risposte sono di Anna. E’ lei l’ago della bilancia di questo piccolo pezzo di futuro in attesa.

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Di Carvelli (del 22/02/2010 @ 12:38:30, in diario, linkato 128 volte)

Da quanto tempo? Una domanda legittima a cui possiamo rispondere più avanti. La domanda che poniamo ora è Quanto dura una birra media? che è un quesito con tante variabili di risposta. E pur nella variabilità di risposta non si può dimenticare che Anna nel pub vorrebbe stare poco. Lo stretto necessario, il tempo in cui si finisce una birra media. In quanto tempo si finisce una birra media? Anna e Laura sembrano incarnare due risposte antitetiche: Anna beve a larghe sorsate e Laura centellina. Dopo una mezz’ora Anna ha quasi finito e Laura è appena a metà. Per non guardare il bicchiere mezzo pieno, Anna accetta la conversazione con l’amica con una certa leggerezza di spirito. Laura sa che deve evitare argomenti che all’altra potrebbero creare dolore o imbarazzo e affronta con tatto e vacuità insieme temi generali. Così generali che persino la cultura lacunosa di Carlo, seduto al loro fianco con due amici può dire la propria. In effetti a chiunque è dato avere un’opinione sugli extracomunitari, sul precariato, sul freddo. I nessi logici tra i temi suggerirebbero la completa estraneità a essi di tutti i dibattenti: nessuno ha contezza della vita dei primi, delle difficoltà economiche causate dal secondo, degli effetti dell’ultimo su chi non ha casa né vestiti. Eppure tutti dicono la loro su tutto e come succede è logico persino aspettarsi visioni dissimili. La durata della birra media, la durata media, sfugge a ogni previsione e persino Anna ora non si accorge che l’amica ha esaurito la sua e che ne sta ordinando una piccola. Assiste senza protestare e sollecitare il ritorno a casa: per distrazione o per approvazione. Un po’ più a suo agio rispetto al momento del suo ingresso ora accetta gli sguardi attenti di Carlo, la conversazione a quattro – uno dei tre ragazzi non fa altro che annuire, confermare, sorridere e bere –, l’agio di Laura nel creare un clima disteso e aperto. Anna studia Carlo per capire se il fatto di piacergli – cosa di cui più o meno si sente sicura – può avere un corrispettivo nella soddisfazione anche minima di provare piacere nel sentirsi da lui apprezzata. E questo può essere definito un tema decisamente femminile. Un tema che ha direttamente a che fare con il fatto che spesso le donne hanno la seconda mossa. E la seconda mossa è frequentemente decisiva nel senso che è la conferma o la negazione di una mossa chiara dell’uomo. La prima e da subito azzardata. Una partita che chiude presto, si pensa, non è una partita ben giocata. Ma anche una partita che non chiude mai rischia di esserlo. Esistono, dovremmo dire, modi di giocare diversi ma lo stesso rischio che le sfide possano finire male. Non nel modo che ci si aspetta. Non nel modo in cui si desidera di vederle finire. Deve essere per questo che una volta ho sentito affermare, non ricordo da chi, che spesso le donne belle fanno matrimoni infelici o hanno relazioni sbagliate. Perché, penso, hanno tante seconde mosse da giocare come decisive. La domanda delle domande è e rimane: chi ho davanti? Ed è una domanda che non si ha spesso voglia e tempo – spesso possibilità – di procrastinare. Che uomo è quello che mi sta chiedendo se apprezzo il fatto che lui mi apprezzi? Chi è l’uomo che ho davanti? Già, chi è Carlo? – si domanda ora Anna.

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Di Carvelli (del 22/02/2010 @ 10:07:43, in diario, linkato 106 volte)

Segnalo due documentari di amici. Uno si chiama Lettera22 ed è del mio amico Emanuele Piccardo. Se ne parla oggi in relazione all'anniversario imminente della morte del grande Adriano Olivetti, uno dei più citati a sproposito geni del mondo del lavoro. Della sua organizzazione culturale di cui l'Italia e il mondo degli uffici si appropriano ancora con mediocre aspirazione valoriale si scopre la portata vastissima in queste interviste e immagini del fotografo di architettura Piccardo. L'altro STORIE DI RESISTENZA QUOTIDIANA si deve a una coppia di amici Paolo Maselli che lo ha diretto e Daniela Gambino che lo ha scritto. Qui si parla di pizzo, di mafia, di Palermo, terre confiscate e reduci. Resistenza, insomma, in salsa isolana. Vi linko due trailer e vi auguro di imbattervi nella visione completa dei due docu.
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Di Carvelli (del 22/02/2010 @ 08:52:05, in diario, linkato 115 volte)
In rete con te. Con quello che fai, che ti succede. Misteriosamente in paralello. Facciamo un incidente nello stesso identico punto a distanza di due anni. Perdiamo la targa nello stesso giro di giorni. Siamo in rete. Io e te. Tutti. Secondo un sistema di gradi di separazione, siamo tutti in rete. Più le maglie sono vicine più ci succedono cose simili. Mi dico che la rete funziona per tutti. Che se ci avviciniamo diventiamo due funzioni di uno stesso gioco di probabilità. Più esatto.
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Di Carvelli (del 22/02/2010 @ 08:47:52, in diario, linkato 110 volte)

Non ho seguito Sanremo, non avendo la tv. Non avendola istituzionalmente. Del poco che ho sentito per radio ho apprezzato queste due canzoni. Non le ho televotate ma le linkovoto qui.
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