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 il letto di chiara... di Carvelli
 
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Questo lillà perde i fiori. Da se medesimo cade e cela la sua antica ombra. Morirò di cose come questa.

Alejandra Pizarnik
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 30/03/2009 @ 14:40:12, in diario, linkato 948 volte)

Avevo dimenticato quanto fossero divertenti e argute certe pagine dei vecchi saggi di Tiziano Scarpa (stanno in Cos'è questo fracasso?). Giustamente Dio ha una buona considerazione di sé se ha lasciato un planning di lavoro non lavativo: il mondo in sei giorni e uno che trova il tempo per riposarsi, addirittura. E non si passerebbe alla leggenda (non dico alla storia) se non si avesse altrettanto orgoglio personale. Non ho un'analoga considerazione di me, direi (pur sforzandomi). Ma la settimana è andata. Riposo compreso (due giorni, più modestamente). Visto e letto. Film e libri. Stregato (addirttura?) da Piccolo Karma di Carlo Coccioli. Un libro prezioso che mi fa lo stesso effetto che mi fece la scoperta di Canta alla durata di Handke. Coccioli ce l'ha con Dio. Ovvero. Sta dentro questa storia di sapire e capire qualcosa di noi dal punto di vista della spiritualità. La nostra e quella del creato. Tribola sul senso della colpa. Gioisce della bellezza delle cose minute e degli attimi (minuti). Cerca e trova (ecco che per me è questa una buona risposta/proposta religiosa) la sintesi tra immanenza e trascendenza. In definitiva, ed è un esempio, c'è chi non la trova e, loro, per esempio "Venerano la Donna  ma è chiaro che dispiorezzano le donne". La sintesi è come sempre difficile e confusa. Ma è la ricerca che premia. E per questo mi vanno bene i libri "in corsa", anche sola andata, anche senza conclusioni.

Sdrammatizzo va ">.

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Di Carvelli (del 29/03/2009 @ 11:46:04, in diario, linkato 10652 volte)

Mi sembra interessante l'editoriale di oggi di Scalfari. A margine del discorso di Fini al congresso del neopartito. Cito il passo che mi ha interessato e linko il tutto.

In quel lungo discorso di 90 minuti manca del tutto una menzione. Si parla di libertà, si parla di democrazia, si parla di Costituzione, si parla di giustizia sociale, ma non una menzione e neppure il concetto della divisione dei poteri. Cioè di stato di diritto. Cioè di controllo. I poteri di controllo politico del Parlamento. I poteri di controllo costituzionale del Capo dello Stato e della Corte. I poteri di controllo di legalità della magistratura. Neppure un cenno alla natura indipendente di tali poteri. Si parla invece diffusamente del potere sovraordinato del leader scelto dal popolo di fronte al quale tutti gli altri debbono essere subordinati, rotelle d'un ingranaggio, o debbono scomparire perché inutilmente lenti, frenanti, ostacolanti, incompatibili con la cultura del fare. Il fare non è un obbligo, è inerente alla vita di ciascuno, il fare costituisce il senso stesso della vita. Una vita inerte è una non vita. Non è dunque una cultura, quella del fare, ma un fattore biologico come il respiro, il movimento, il desiderio, la speranza. Insomma il senso. Oppure il fare è una nevrosi, un'egolatria, un'ipertrofia dell'io, che per realizzarsi deve sopra-fare: fare intorno il deserto, sbarazzarsi dei corpi intermedi, di ogni opposizione, di ogni stato di diritto, di ogni organo di controllo. Perciò l'aspirazione e l'evocazione d'un consenso che superi il 50 per cento degli elettori. Le monarchie di diritto divino, quelle dell'"ancien régime", erano collegate al popolo senza intermediari, in lotta perenne contro i Parlamenti e contro i nobili. Lo Stato faceva tutt'uno col patrimonio del Principe, che riuniva in sé il potere di fare le leggi e di eseguirle oppure di ignorarle a suo piacimento. Le monarchie costituzionali (lo dice la parola stessa) furono tali perché soggette alla Costituzione. Perché la magistratura conquistò l'indipendenza. E i Parlamenti divennero i destinatari delle scelte del popolo sovrano. Tutto questo per dire che la concezione politica di Silvio Berlusconi fa a pugni con l'obiettivo della rivoluzione liberale da lui indicato come il fine principale del Popolo della libertà. Ma ci sono altre ragioni per le quali quella rivoluzione non si farà e non s'è mai fatta: gran parte degli interessi agglomerati e rappresentati dal centrodestra sono contrari ad essa così come gli sono contrari gran parte degli interessi rappresentati dalla sinistra. Perciò i tentativi di rivoluzione liberale in questo paese sono sempre falliti. Per il conservatorismo innato nella destra e nella sinistra. Li ha sostenuti soltanto il riformismo nei brevissimi periodi in cui ha governato: nel quindicennio giolittiano del primo Novecento, nella fase riformatrice di De Gasperi-Vanoni, nelle regioni centro-settentrionali guidate dall'egemonia socialdemocratica del Partito comunista e nel triennio prodiano del 1996-'98 abbattuto dalla sinistra. C'è ancora una pepita di riformismo nel Partito democratico che stenta tuttavia a farne un valore condiviso dai suoi aderenti. Sarà una lotta lunga e dura. Quella di Berlusconi è più facile perché fa appello ad una costante psicologica degli italiani: l'antipolitica. In nessun paese dell'Occidente l'antipolitica è un sentimento così diffuso e questa è una delle cause che ha ridotto la politica ad un livello poco meno che abietto; è un corpo separato e quindi aggredito e aggredibile da tutte le disfunzioni e da tutti gli inquinamenti.

Leggi tutto http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali.html

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Di Carvelli (del 26/03/2009 @ 16:56:24, in diario, linkato 1004 volte)

I passi a livello. Storie parallele di suole semi/uguali
di Roberto Carvelli

Il piano sopra il nostro è quello dei dirigenti, mi ha raccontato una volta Manuel al bar sotto casa. Io sapevo solo che lavorava in un call center di una televisione satellitare. Niente altro. Non parliamo mai troppo di queste cose tra noi. Ognuno fa quello che fa. L’importante è che tutti la pensiamo nello stesso modo su cose generali. Tipo il calcio, la politica.  Esattamente sopra le nostre teste c’è la sala delle riunioni, mi ha detto Manuel una sera con una birra di troppo. Nel laconico snocciolarsi dei tasti del nostro PC – usa sempre immagini molto efficaci lui specie quando ha bevuto un po’ di più – sentiamo il rumore dei loro tacchi e ne indoviniamo la casta dal passo, racconta. Per prima cosa capiamo che non ci sono gomme, para, salva suole e capiamo che c’è una riunione ad alti vertici. C’è solo un irridente ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Un tip tap dell’alterigia, dello scherno, dell’a proprio agio e soprattutto consapevolezza di ruolo. Noi abbiamo suole di plastica e se non facciamo quegli sgradevoli e goffi gnek-gnek (che in realtà dipende più dal pavimento di plastica che dalle nostre scarpe) siamo silenziosi come bisce. Il loro lavoro – meglio, la loro mansione – è farsi avvertire, annunciare. Il nostro è tacere e rendersi invisibili. Non nascondersi o imboscarsi, ma silenziarsi, privarsi di un tono, di una presenza, del suono. Così non emergiamo se non in un univoco fruscio mentre sopra ballano il ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Sembra che l’unica cosa che ci differenzia siano le suole e il loro suono. In realtà ci separano conti correnti e cifre. Anche le marche delle scarpe: Church’s, Tod’s, Prada, Paciotti (loro), tutto il resto noi. Noi il piede che traspira, la suola che non si consuma, quello che capita, quello che costa meno. Tutto un insieme di cose che sta distante dalla qualità. Per cui, se tra noi uno abbandona la postazione (va al bagno o va a chiedere qualcosa al nostro team leader) e gli scappa un crof-crof-crof delle suole, gli altri lo guardano austeri ma manco più di tanto perché sanno che con questi quattro spicci che ci danno mica si riesce a comprare scarpe silenziose. Con ‘sti due soldi al limite il piede che traspira. Stiamo uno sull’altro, eppure, loro con le loro suole perfette, noi con queste ridicole imitazioni a basso costo. E sarebbe da ridere, infatti, ma a nessuno viene in mente. Poi suona il fine turno, ci s-loghiamo e andiamo via lasciando confusione e anonimato lì dove era prima “buongiorno sono Manuel... posso esserle utile? Non riceve più il segnale?” L’isola rimane vuota, senza segni, a parte il calore della sedia per il culo di un nuovo interinale. Sembriamo pecore che si compattano di lana, scampanellando e belando, formando un corpo unico in precipizio verso le scale sotto la voce del pecoraio invisibile che chiama il cambio turno. Ed è un po’ triste tutto questo racconto di calzoleria, un po’ poca cosa rispetto a quello che questo ragazzo è o credevamo dovesse diventare. Manuel è più di quello che dice di essere. Manuel è più di quello che è. E non sto parlando delle scarpe. . Ora parlo del diploma e della laurea. Manuel qui tra noi è stato sempre guardato come un capoccione, uno che ce l’avrebbe fatta. Per Manuel noi abbiamo sempre immaginato un futuro radioso: soldi, biglietti da visita, macchina di rappresentanza. Non come noi. E invece noi, per paradosso – noi senza nessuna speranza, noi senza diplomi – noi ora abbiamo trovato lavoro e soldi e lui dopo anni di studi e laurea è quello che non ci aspettavamo. Perché alla fine Manuel non è questo. Questo che scende al bar è una specie di triste replicante di quello che abbiamo immaginato potesse diventare: un amico che ce l’ha fatta, uno di cui andare fieri, uno diverso da noi sì ma uno importante. Ed è per questo che quando lo prendiamo in giro è come se prendessimo in giro noi stessi. Noi che abbiamo creduto che ce la potesse fare, che potesse diventare qualcuno, qualcuno più di noi.

 

 

 

http://www.myvirtualpaper.com/doc/Zoe-Magazine/zoe23/2009021601/

 

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Di Carvelli (del 25/03/2009 @ 09:43:53, in diario, linkato 1226 volte)

MAPPE. Sul condom solo due su dieci d'accordo con Ratzinger
L'80% dice sì a testamento biologico e fecondazione assistita
Biotestamento e preservativo gli italiani bocciano il Papa
Nonostante le singole divergenze quasi il 55% si fida del Pontefice

di ILVO DIAMANTI

Da tempo le posizioni della Chiesa e del Pontefice non provocavano tanto dibattito. Divisioni profonde. Al di là delle stesse intenzioni del Vaticano. Lo prova la reazione del cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, alle polemiche sollevate dall'affermazione del Papa, durante la visita in Africa, circa l'inutilità del preservativo nella lotta contro l'Aids. Il risentimento del cardinale, peraltro, sembra rivolgersi soprattutto verso la Francia, il cui governo ha ribadito ieri le proprie critiche. Marc Lazar, d'altra parte, sulla Repubblica, ha posto l'accento sulla timidezza, quasi l'imbarazzo dei commenti politici in Italia su questi argomenti. Non solo nel centrodestra, anche nel centrosinistra. Peraltro, in Italia, più che in Francia e negli altri paesi europei, il rapporto con la Chiesa e con l'identità cattolica è importante. Ma anche ambivalente.

In ambito politico ma prima ancora nella società, come emerge dagli orientamenti verso le questioni etiche e bioetiche più discusse. A partire dalla più recente: l'affermazione del Papa sull'uso del preservativo. Trova d'accordo una minoranza ridotta di persone, in Italia. Circa 2 su 10, secondo un sondaggio di Demos, condotto nei giorni scorsi. Che salgono a 3 fra i cattolici praticanti più assidui. La posizione politica non modifica questa opinione in modo sostanziale. Il disaccordo con il Papa, in questo caso, resta largo, da sinistra a destra. D'altra parte, lo stesso orientamento emerge su altri argomenti "eticamente sensibili". Circa 8 italiani su 10 ritengono giusto riconoscere alle persone il diritto di scrivere il proprio "testamento biologico", altrettanti si dicono favorevoli alla fecondazione assistita, 6 su 10 sono contrari a rivedere in senso restrittivo l'attuale legge sull'aborto. Pochi meno, infine, sono d'accordo a riconoscere alle coppie di fatto gli stessi diritti di quelle sposate. Con la parziale eccezione delle coppie di fatto, le posizioni dei cattolici praticanti, anche in questi casi, non divergono da quelle prevalenti nella società. Mentre le opinioni dei praticanti saltuari, la grande maggioranza della popolazione, coincidono con la "media sociale".

Ciò potrebbe rafforzare il dubbio sulle ragioni che ispirano la timidezza delle forze politiche in Italia, visto che gran parte dei cittadini, compresi i cattolici, mostrano distacco e perfino dissenso verso le indicazioni della Chiesa. Tuttavia, occorre considerare un altro aspetto, altrettanto significativo e in apparenza contrastante. In Italia, nonostante tutto, la grande maggioranza dei cittadini - quasi il 60% - continua ad esprimere fiducia nella Chiesa. Non solo: il giudizio su Papa Benedetto XVI non è cambiato, in questa fase. Il 55% delle persone mostra fiducia nei suoi confronti. Qualcosa di più rispetto a un anno fa. Il che ripropone il contrappunto emerso in altre occasioni. Gli italiani, cioè, continuano a fidarsi della Chiesa, dei sacerdoti, delle gerarchie vaticane. Ne ascoltano le indicazioni e i messaggi. Anche se poi pensano e agiscono di testa propria. In modo diverso e spesso divergente. Si è parlato, al proposito, di una religiosità prêtàporter. Di un "dio relativo". Interpretato e usato su misura. Ma si tratta di un giudizio riduttivo. Il fatto è che la Chiesa, il Papa intervengono sui temi sensibili dell'etica pubblica e privata in modo aperto e diretto. Offrono risposte magari discutibili e spesso discusse. Contestate da sinistra, sui temi della bioetica. Ma, in altri casi, come sulla pace e sull'immigrazione, anche da destra. Tuttavia, offrono "certezze" a una società insicura. Alla ricerca di riferimenti e di valori. Per questo quasi 8 italiani su 10, tra i non praticanti, considerano importante dare ai figli un'educazione cattolica (Demos-Eurisko, febbraio 2007). Mentre una larghissima maggioranza delle famiglie destina l'8 per mille del proprio reddito alla Chiesa cattolica.

Sorprende, semmai, che, su alcuni temi etici, le posizioni politiche facciano emergere differenze maggiori rispetto alla pratica religiosa. Le opinioni degli elettori della Lega, sulle coppie di fatto, quelle degli elettori del PdL, sull'aborto, appaiono più restrittive rispetto a quelle dei cattolici praticanti. Il che ripropone una questione mai del tutto risolta. In che misura sia la Chiesa a condizionare le scelte politiche e non viceversa: la politica a usare le questioni etiche per produrre e allargare le divisioni fra gli elettori. Caricando posizioni politiche di significato religioso.

Peraltro, questi orientamenti ripropongono un'altra questione, che riguarda direttamente il messaggio della Chiesa. Che gli italiani considerano una bussola importante per orientarsi, in tempi tanto difficili. Tuttavia, quando una bussola dà indicazioni così lontane e diverse dal senso comune, dalle pratiche della vita quotidiana. E puntualmente disattese. Dai non credenti, ma anche dai credenti e dagli stessi fedeli. Allora può darsi che la bussola possa avere qualche problema di regolazione.

www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/benedetto-xvi-32/mappe-25mar/mappe-25mar.html

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Di Carvelli (del 23/03/2009 @ 14:47:03, in diario, linkato 970 volte)

Mostra per favore un segno della tua presenza, chiede. Ecco, dice lui, ora ci sono. Ma ci vuole un po' prima che lei se ne accorga. E quando se n'è accorta lui è già andato. Ma lei dice che c'è stato un attimo bello, che prima era bello, che c'è stato un momento bello. Anzi dice "perfetto". Tutto sembrava perfetto eppure era semplice e c'ho messo un po' a capire che la parola era "perfetto". Ma lui già non c'è più e così... Ecco dice: torna un'altra volta, ma se puoi, questa volta, dammi un segno ulteriore del tuo essere lì. E ripetono. E anche questa volta. E anche tutte le altre volte non riesce a dire "perfetto" al momento giusto. E c'è un momento giusto per dire "perfetto". Questo.

http://www.youtube.com/watch?v=SC0Lc4N2FOU

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Di Carvelli (del 23/03/2009 @ 09:04:44, in diario, linkato 1059 volte)
So tenderly 
Your story is
Nothing more 
Than what you see
Or 
What you've done 
Or will become
Standing strong 
Do you belong
In your skin 
Just wondering

Gentle now 
The tender breeze 
Blows
Whispers through 
My Gran Torino
Whistling another 
Tired song

Engine humms 
And bitter dreams 
Grow heart locked 
In a Gran Torino
It beats 
A lonely rhythm 
All night long
It beats 
A lonely rhythm 
All night long
It beats 
A lonely rhythm 
All night long

Realign all 
The stars 
Above my head
Warning signs 
Travel far
I drink instead 
On my own 
Oh,how I've known
The battle scars 
And worn out beds

Gentle now 
A tender breeze 
Blows
Whispers through 
A Gran Torino
Whistling another 
Tired song

Engines humm 
And bitter dreams 
Grow
Heart locked 
In a Gran Torino
It beats 
A lonely rhythm 
All night long

These streets 
Are old 
They shine
With the things 
I've known
And breaks 
Through 
The trees
Their sparkling

Your world 
Is nothing more 
Than all 
The tiny things 
You've left 
Behind

So tenderly 
Your story is
Nothing more 
Than what you see
Or 
What you've done 
Or will become
Standing strong 
Do you belong
In your skin 
Just wondering

Gentle now 
A tender breeze 
Blows
Whispers through 
The Gran Torino
Whistling another 
Tired song
Engines humm 
And bitter dreams 
Grow
A heart locked 
In a Gran Torino
It beats 
A lonely rhythm 
All night long

May I be 
So bold and stay
I need someone 
To hold
That shudders 
My skin
Their sparkling

Your world 
Is nothing more 
Than all 
The tiny things
You've left 
Behind

So realign 
All the stars 
Above my head
Warning signs 
Travel far
I drink instead 
On my own 
Oh 
How i've known
The battle scars 
And worn out beds

Gentle now 
A tender breeze 
Blows
Whispers through 
The Gran Torino
Whistling another 
Tired song
Engines humm 
And better dreams 
Grow
Heart locked 
In a Gran Torino
It beats
A lonely rhythm 
All night long
It beats 
A lonely rhythm 
All night long
It beats 
A lonely rhythm 
All night long
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Di Carvelli (del 19/03/2009 @ 09:52:21, in diario, linkato 900 volte)

E' e non è un tempo buono per tutto. Per gioire che sta cambiando (anche se lo sappiamo e non lo sappiamo, anche se non ce lo diciamo). Per il dispiacere di tutto quello che rimane dietro, ché niente rimane indietro, davvero indietro. Che è un anno, un anno appena. Che aspettiamo da troppo, troppo. E forse è il momento prima - hai presente? - il momento prima. Eccoci: nel momento prima. Forse è bene che ce lo godiamo in tutta quella attesa breve e infinita. Appena poco dopo l'aggettivo "speranzosa".

 

PS Due modi per finire, bene. Al cinema. Con i miei saluti.
www.youtube.com/watch?v=HEXF7U5TYV8
www.youtube.com/watch?v=Y5QYv_LzXAc

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Di Carvelli (del 19/03/2009 @ 09:14:44, in diario, linkato 943 volte)
PeopleAggregator

La scuola al tramonto
di roberto carvelli


Si sta come sui banchi gli studenti. Ed è subito maturità. Poi tu lavori o continui a studiare: quello che capita coi soldi che c’hai. Con quelli che ti danno o che hai messo da parte coi regali delle comunioni, delle cresime – ecco il vantaggio competitivo della fede sull’ateismo – o con i regali dei compleanni, quelli della maturità. E invecchi. Tu e pure la scuola. E sì, pure la scuola invecchia. Specie se è pubblica. Si scrosta l’intonaco come la pelle di chi è stato al mare, al sole per troppo tempo, con o senza protezioni, e rimane lì a prendere altro sole. Ma, Gli dispiace, i soldi non ci sono. E aspetta, la scuola. E pure tu che ci passi davanti aspetti di vederla come te la ricordavi. Senza quelle screpolature. Ma non succede. E passano gli anni. Anni di transenne, di ingressi laterali, di messe in sicurezza come dicono. Ma la scuola: sempre al sole. L’eritema si allarga, i professori e i presidi protestano. Inutilmente. I genitori manifestano, gli studenti scioperano. Senza risultato. E tu lavori e invecchi sotto il sole e sotto la pioggia. E passi dalla Tuscolana e ti chiedi. Era rossa? La scuola era davvero rossa anni fa? Ma mentre ti fai questa domanda l’ustione continua ad allargarsi. La domanda ora è: la chiazza si allarga, o sbaglio? Ma la risposta si misura con il perimetro delle transenne e del nastro california. L’effetto caldo-freddo, pioggia-sole allarga la desquamazione e la scuola rischia di diventare bianca da rossa che era. Si nota di più ora che è il tramonto. Ma l’effetto non è positivo. Bianca o rossa che sia, bianca o rossa che fosse la tua scuola, quella istituzione inalienabile, sacra, inossidabile non ti sembra più tale. Quel partenone dei tuoi sette anni non ha neppure lontanamente quella solidità che pareva avere allora. E non ti vengano a dire che è un problema di prospettive o di memoria.

http://www.accattone.org/PA/web/content.php?cid=409


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Di Carvelli (del 18/03/2009 @ 08:52:57, in diario, linkato 1060 volte)

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Di Carvelli (del 17/03/2009 @ 11:35:28, in diario, linkato 1187 volte)

Gli specchi di un'anima tormentata
di Roberto Carvelli

«ValeANA» (Elliot edizioni, 117 pagine, 12,50 euro) è il libro di esordio di Martita Fardin , scrittrice di Como che per parecchi anni ha abitato a Trento (collaborando anche con le pagine culturali dell' Adige ), prima di fare ritorno sulle rive del lago manzoniano. Frasi di cruda e scarna adesione al vero doloroso che disegnano la storia di Vale, spirito inquieto che si dibatte tra il mondo della moda famigliare e la solitudine esistenziale attenuata dall'amicizia delle amiche e una storia d'amore (tra le pagine più riuscite del libro) con un musicista austriaco malato di tumore al seno. Tra sms e autoracconto la vita di una diciottenne alle prese con il dramma dell'anoressia. Martita Fardin costruisce una sorta di giallo esistenziale che si risolve però all'interno. «Quod me nutrit me destruit» è l'esergo della quarta di copertina, motto che chiude e apre la vita di chi si ama filiforme fino al rischio della evanescenza. Abbiamo intervistato l'autrice. Il libro ha una scrittura piana, diretta, dichiarativa. Racconta fatti chiamando le cose con semplicità. Ci sono le marche che ormai suggeriscono (sostituiscono) i nomi degli oggetti, un po' di slang ma contenuto. È la voce di una diciottenne: in che misura quelli che ho detto sono tratti distintivi della voce della protagonista e si discostano dal suo sentire? «Amo la semplicità nella scrittura. Volevo che il libro si infilasse come un fiore o un ago nella mente del lettore. Per quanto riguarda le marche e gli oggetti, direi che ho chiamato semplicemente le cose con il proprio nome». L'anoressia ha un ruolo fondamentale. A tratti il libro vira addirittura verso l'inchiesta o quasi, chiamando a raccolta blog, testimonianze, community. Può parlare del lavoro che ha fatto per aprire a questo underground di chi soffre per questo disturbo psicoalimentare? Ed è veritiero o comune che ci sia un senso di appartenenza e condivisione tra chi ne soffre? «Questo libro è quanto di più lontano da un'inchiesta. È la storia di un'anima, come direbbe Leopardi. L'anima di Vale, e anche un po' la mia». Un mondo, quello comasco, e un ambiente, la moda. Party fastosi, soldi a pioggia: è esplicito o implicito o è solo simbolico che l'anoressia sia la malattia del rifiuto di un'abbondanza a tratti strabordante? «Ogni evento, ogni scenario, acquista nella storia un che di simbolico, come se tutto avesse un senso evidente e uno nascosto. Almeno, io ho lavorato in questo senso». Nelle prime pagine (ma anche altrove) si tende a creare un nesso culturale-spirituale che vede il difficile rapporto col cibo come un portato ereditario della mediazione della fede... «Posso solo dire che io volevo descrivere un interno di famiglia. Dove ci sono persone che si muovono sotto l'ombra rassicurante e tremenda di un crocefisso di legno». Proprio per quel che è stato detto prima si potrebbe pensare che il suo sia più un libro su delle testimonianze, a tema o a tesi. Ha già scritto altro? Ha in mente altro da scrivere? Ha autori di riferimento a cui si ispira? Quale crede che debba essere la funzione della letteratura? «Rifiuto fermamente questa definizione. Il mio non è affatto un libro a tesi. Questo è il mio primo, romanzo, forse ne verranno altri, forse no. Se ci penso, nella mia testa ho sempre scritto. Mi piace Agota Kristof. Una volta lei ha detto che per la sua scrittura si è ispirata ai temi dei suoi figli. Ecco, mi piacerebbe scrivere come un bambino di terza elementare. Una scrittura semplice, elementare, onesta. La funzione della letteratura? Scacciare la morte, tenerla lontana, anche per pochi istanti. Che altro?».


l'Adige 15/03/2009

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