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 Il letto di Akureyri... di Carvelli
 
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Una volta mi disse che a New York l’arte del farsi strada dipende da quanto si è bravi a esprimere il proprio malcontento in modo interessante. L’aria è satura di rabbia e lagnanze. La gente non ha pazienza di stare ad ascoltare uno che si lamenta dei propri problemi, a meno che non lo faccia in modo divertente.

Don De Lillo
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 09/10/2006 @ 08:59:09, in diario, linkato 715 volte)
E' come spegnere le candeline.Venti per quasi quarant'anni e c'è un errore - è chiaro. E' come avere un malditesta fisso. E' come essere lì ma voler essere altrove e poi di nuovo voler essere lì che già ci sei. E' come se, tutto sommato, morire ogni due o tre giorni o mesi, due o tre anni, ogni tanto... E' come se, in fin dei conti, morire non fosse poi così male se si rinizia e nulla finisce. E nulla finisce, anche se si guardano bene dall'insegnarcelo, dal ricordarcelo (perché vuoi mettere quante cazzate - sentite, volute, desiderate - in più faremmo, con leggerezza). E' mattina e sono in moto. Attraverso per intero Roma. Sono su via Aurelia Antica - un muro di qua e uno di là - e vado a lavoro. All'improvviso mi trovo davanti un carro funebre nero (ovvio no!) con dentro una bara bianca. Dietro nessuno. Provo a capire le dimensioni del corpo dentro ma da dietro non capisco e mi affianco. Vorrei stendermi per confrontarmi. Che sarà, un metro? Poco più. Sorpasso. Guardo nello specchietto retrovisore. Dietro di me il carro funebre con la bara bianca e dietro nessuno.
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Di Carvelli (del 06/10/2006 @ 10:06:02, in diario, linkato 766 volte)

Dalla rassegna di oggi (e polis Roma, articolo di Andrea Natella) segnalo il duo performer Eva e Franco Lattes meglio noti come

http://0100101110101101.org

Ecco una delle loro ultime installazioni nel centro storico di Viterbo: questa targa understatement

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Di Carvelli (del 06/10/2006 @ 08:59:26, in diario, linkato 705 volte)

Sono andato a letto e mi sono svegliato con questa canzone (nella versione) di Van Morrison. Per fortuna ci sono casi in cui una canzone o un libro è così al di sopra delle parti della mente e del cuore da essere scagionato da qualsiasi accusa massimalista. Ed è una fortuna evergreen che le/li preserva, li conserva e li sospinge ogni giorno più avanti, in quel territorio puro in cui ogni cosa è salva e ha futuro.

Have I told you lately that I love you?

Have I told you lately that I love you?
Have I told you there's no one else above you?
Fill my heart with gladness, take away all my sadness,
Ease my troubles, that's what you do.

For the morning sun in all it's glory,
Meets the day with hope and comfort too,
You fill my life with laughter, somehow you make it better,
Ease my troubles, that's what you do.

There's a love less defined,
And its yours and its mine,
Like the sun.
And at the end of the day,
We should give thanks and pray,
To the one, to the one.

Have I told you lately that I love you?
Have I told you there's no one else above you?
Fill my heart with gladness, take away all my sadness,
Ease my troubles, that's what you do.
There's a love less defined,
And its yours and its mine,
Like the sun.
And at the end of the day,
We should give thanks and pray,
To the one, to the one.

Have I told you lately that I love you?
Have I told you there's no one else above you?
Fill my heart with gladness, take away all my sadness,
Ease my troubles, that's what you do.

Take away all my sadness, fill my life with gladness,
Ease my troubles, that's what you do.

Take away all my sadness, fill my life with gladness,
Ease my troubles, that's what you do.

Potrebbe essere la nostalgia dell'Irlanda, la lunga nostalgia dell'Irlanda o... O altro, ma mi sono sentito invaso da quel tipo di malinconia che

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Di Carvelli (del 05/10/2006 @ 15:15:00, in diario, linkato 1509 volte)

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m'hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m'insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho paziena più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

Questa poesia (dalla sezione CUORE) è di Beppe Salvia (nella foto). Questa poesia viene da un quadernetto spillato grigio chiaro  dal titolo BRACI. Una piccola rivista dalla coperta più dura e due foglie a lato. Inverno millenovecentottantaquattro Numero 0. Nella IV l'indicazione di prezzo Lire 4.000. Che facevo nel 1984? Che inverno era? Mentre io non ricordo il mio nulla di notevole un piccolo manipolo (oltre a Salvia, Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani, Marco Lodoli, Giuseppe Salvatori e Gino Scartaghiande) metteva su questo piccolo prezioso libretto che ora impreziosisce con questa preghiera triste la mia giornata - forse un po' triste anche lei - e la mia biblioteca (non così triste poi). Ecco. E' un po' così: poche persone o una sola che fanno delle cose buone (e sagge e confortanti) o una sola per qualcuno o uno. Uno solo. Per un giorno che non è detto che sia oggi. O domani. Anche questa può essere una definizione della poesia. E della letteratura.

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Di Carvelli (del 05/10/2006 @ 09:12:24, in diario, linkato 761 volte)
Ieri sono andato a vedere il nuovo film di Shyamalan Lady in the water che è preceduto in Italia dalle roventi critiche della prima americana. Rotture. Litigi. Rimproveri. Qui per chi non lo conoscesse un'intervista. Dicevo: in America Shyamalan è odiato. Non voglio capire perché o meglio capisco perché e lo dico. Tutto d'un fiato. Perché è un regista scomodo, non edificante, controverso, spiazzante. Fa il genere (i generi) ma mai ricalcandoli. Non gli si può rimproverare di non essere un regista di suspance e quindi anche di escape ma cionondimeno riesce a mettere nei suoi film molto di più del genere e molto di più di una bella sana ora abbondante di distrazione. Persino quando fa il "genere" lo fa a modo suo, per dire cose che gli interessano. Il mio amico D. ci vede dentro (e se posso lo assecondo) una serrata critica all'America che spara e bombarda. Io ci vedo dentro una radicale critica al pensiero unico (non a quello economico che dell'altro è solo lo specchio), quello ideal-religioso che porta attraverso una serie di enunciati a credere in un potere salvifico del bene o del male messo in opera dall'uomo nella direzione di un disegno presunto salvifico. Nella visione che penso io l'uomo c'entra molto ma anche molto meno. Non è una semplice pedina nelle mani del destino (o lo è in una chiave illusa che non coglie il disegno più alto). Il male - sembra dire il regista - c'è per una combinazione bifronte ed escatologica del bene. La necessarietà del male di cui parla non è quella dell'espiazione ma del destino. Ritrovo concetti tipici della tradizione orientale (l'epifania di un budda è forse  una pista?) di Grande e Piccolo Bene, Grande e Piccolo Male. Agli occhi illusi di un non-illuminato un Grande Male non potrà mai essere il Piccolo Male a cui succederà un Grande Bene. Serve un altro tipo di sguardo. Il mio amico D. ha visto fumare le torri gemelle. Di certo c'è nel film l'idea che l'apparente disordine procede verso la realizzazione di un grande ordine: "un grande cambiamento" si dice. I personaggi del film di Shyamalan non sono eroi né (ancora D.) antieroi. Sono persone comuni. Da cui il titolo che ho poi pensato. E' come se nessuno fosse utile (sono tutti uomini, persino gli alieni lo sono, senza qualità, anzi difettati, spaventati, limitati, o meglio mostrano anche i lati ombrosi della loro plurima personalità) ma tutti possano essere indispensabili. Ed è proprio così che penso di vedere le cose. Non siamo speciali. Siamo uomini e donne fatti maledettamente male, colmi di difetti eppure insieme a questo siamo creature soprannaturali. Ognuno di noi ha un potere nascosto. Di cui non solo gli altri ma anche noi stessi siamo all'oscuro. E lo rimaniamo finché non si compie e anche un secondo dopo. Che film ho visto? Una fiaba? Rimodernata? Ma anche una commedia? Ma non priva di brividi no? Un po' kitsch, con mostri buffi? A chi dovrebbe piacere il regista indo-americano (la sua presenza scenica è la cosa che mi sembra meno significativa del film)? Ai critici e agli intellettuali (a parte il dichiarato odio messo in scena nella figura del critico vanaglorioso che viene presentato in questa doppia luce di un superstipendiato che va comunque a vivere in un pensionato un po' grigio anche se fascinoso)? Agli amanti dei generi? Shyamalan si è fatto tanti nemici o si è privato di tanti fan ma la privazione lo alleggerisce e va avanti portando avanti con fortuna un suo cinema. Un cinema d'autore che può intercettare amanti del genere e critici ma sul piano dell'invenzione e della novità. Non della replica. Shyamalan non è un replicante di successi altrui e non è nemmeno il postmoderno echeggiatore di una robusta conoscenza della cinematografia mondiale. Vorrei scrivere di più ma il tempo morde.
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Di Carvelli (del 04/10/2006 @ 15:09:05, in diario, linkato 910 volte)

 

 

 

 

 Segnalo questo piccoli editore di Cortona, Calosci (www.calosci.com), a cui dobbiamo una saggistica e una narrativa su binario ricchissima. Certo per arrivarci si può passare dall'esaustivo www.trenidicarta.it oppure solo dal ricordo di un viaggio di molti anni fa. Certe sedie diverse, certe litografie e le fodere di quel colore o quel legno ingiallito. Oppure bisogna chiederlo a chi c'era e per esempio viaggiava su quella littorina che da Roma saliva a Frascati. Sul secondo piano, senza vetri, riparato solo dalle tendine. Queste erano le brevi fughe di una volta, quelle a portata di mano: una città e un paesino a monte.

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Di Carvelli (del 04/10/2006 @ 08:53:59, in diario, linkato 818 volte)
Come se ne esce? Da questo budello intricato. Dalla pioggia. Dal cono d'ombra in cui si finisce se si perde la speranza. Come si esce da questa piccolezza d'intenzioni, dal male, dal cibo, dal vino. Come si esce da quello che fa male o farà male? Come finisce questa storia? Da che parte è l'uscita se mi voglio infilare e scappare per dove? Dove passo che non mi vede nessuno? Dov'è un aldilà più tranquillo che ancora non è morte né divieto? Esiste una sacca dentro la quale siamo tutti giusti, veri, sani. Un piccolo riparo dove niente e nessuno sia sbagliato e l'incertezza sia solo lo spazio quieto di un'attesa normale. Un disco di tempo.
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Di Carvelli (del 03/10/2006 @ 08:12:16, in diario, linkato 754 volte)
Che fossimo tutti meno attaccati a tutte le nostre cose: i nostri figli, le loro merendine, gl'impegni del marito, le difficoltà delle mogli, le attese mestruazioni della primogenita, il piccolo che fa ancora la pipì al letto, cosa vi preparo per cena, come vi dovete vestire, se o no sia il caso di comprare quel vestito per la festa di laurea e come le starebbe, in che palestra vi/mi segno, se lo yoga fa bene, se sia il caso di fare i bastoncini di pesce o i sofficini, ma no forse è meglio fare le patatine fritte eh amore? Oggi vorrei che tutti dimenticassimo tutto. Tutte le persone che ci sono al fianco per pensare a quelle che sono due passi più in là. Per pensare solo a loro e niente a noi. Solo a loro e niente a quelle che ci sono così vicine da far supporre che in realtà non sono altro che una parte (esterna) del nostro aver bisogno, desiderare, volere. Stamattina vorrei che scoppiasse questa sfera immensa dei nostri personali affetti, una grande sacca di egoismi, di complicità sostituite da rituali immobili. Vorrei che tutti rinunciassimo a tutto, a tutto quello che in realtà potrebbe apparire come rinuncia a noi stessi e non è. Non è altro che rinuncia alla parte più esterna possibile di quello che in verità essenzialmente siamo. Perché non siamo una moglie, un marito, figli, nipoti. No no. Non siamo questo. Siamo molto di meno, per fortuna.
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Di Carvelli (del 02/10/2006 @ 13:53:52, in diario, linkato 723 volte)

"Mi accorsi che mio figlio aveva lasciato un disegno: un paesaggio lunare. Era così dettagliato che dovetti osservarlo da vicino, affascinato dalla pazienza che c'era voluta per disegnarlo. Da dove veniva quella bruciante, incessante intenzione? Vidi anche una parola, sopra il disegno e la sfiorai con un dito. Non sapevo cosa l'avesse portato lì. Non sapevo cosa l'avesse fatto andare via. Stava tornando nel luogo dove si ritira ogni ragazzo costretto al coraggio e alla prontezza: una nuova vita. Ovunque fosse diretto, non aveva paura".

Queste parole sono tratte dalle ultime pagine di LUNAR PARK di BRET EASTON ELLIS  e le leggo al termine della felice lettura di questo libro. Uno dei più belli in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi elo dico da non-ellisiano (pur avendolo letto quasi tutto). Sono righe pregne di una leggerezza senza tempo e senza luogo. Come se rappresentassero una piccola fuga verso il nulla. Un'uscita felice dai travagli. Verso un luogo altro. Forse appunto lunare. Forse appunto uno di quei posti dove vorremmo trovarci quando le cose per noi qui sono dure e dolorose senza remissione.

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Di Carvelli (del 02/10/2006 @ 10:06:26, in diario, linkato 802 volte)
Ieri sul Lungotevere (Sassia, credo si chiami quel tratto) campeggiava uno striscione improvvisato forse reduce da qualche udienza vaticana. Non firmato. Un lenzuolo scritto a spray RESTITUITE MARIA ALLA SUA FAMIGLIA. Subito ho capito trattarsi della Maria bielorussa di cui negli ultimi giorni siamo stati eruditi da giornali. Non entro nei termini della questione. Spinosi. Mi sono solo sorpreso a pensare al senso grammaticale della frase e alle sue implicazioni. Di quale famiglia si trattava? A quale restituzione si riferiva?
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