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 Il letto tatami e cucù, da Veronica, Tokyo... di Carvelli
 
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Com'è, o Mecenate, che nessuno vive contento della sorte che la ragione gli ha dato o il caso gli ha gettato davanti, e tutti invece non fanno che esaltare chi persegue una vita diversa?

Orazio
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
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Di Carvelli (del 21/08/2004 @ 10:41:01, in diario, linkato 735 volte)

Mi fa piacere vedere che viene recensita ancora ITALIANE 2004 (Baldini$Castoldi Dalai) In effetti una delle migliori antologie di questo anno di tante antologie a volte compiaciute o monotono (interessante era anche l’atlante magari sporco e alterno ma interessante della Playground). Ha anche ragione il recensore che rimprovera uno smisurato IO ma non manca di sottolineare al bellezza dei due racconti di Marilia Mazzeo e della nostra amica e spesso ospite DANIELA GAMBINO per la quale spendo poche parole visto che già vi dissi e scrissi con un entusiasmo che vi prego di far  fermentare fino all’uscita del suo prossimo bellissimo romanzo. Sono contento anche che PIERSANDRO PALLAVICINI non manchi di notare il talento di SILVIA MAGI uno degni esordi più interessanti degli ultimi anni, un esordio che per me avrebbe meritato molta più attenzione e che spero abbia un felice seguito. I due racconti di cui dicevamo sopra sono davvero belli già ne scrissi. Racconti che ti restano impressi e che non dimentichi facilmente. Credo che questo accada anche e soprattutto perché dicono qualcosa dell’Italia 2004 e prima e dopo tra Romania import ben adattato (c’è un quotidiano che vedo in infinite edicole di giornali, stampato qui? Lì?) e Sicilia sempre più con ansie continentali e progressiste, per quanto sia progresso telefonare ad un numero che tutto è tranne che verde per  trasudare ansia di riscatto e amore infinito. Poi per chi ha voglia di tributare il legittimo omaggio ai 50 anni del Gettone di Fenoglio ecco nella cultura de La Stampa Lorenzo Mondo. Fenoglio che dire? Leggerlo punto. Da dove? Io direi da UNA QUESTIONE PRIVATA. Ma è gusto.

PS Fumo il Garibaldi tradendo un autodivieto che scopro non essere più operativo. Non mi infastidisce come temevo ma brucia al ritmo di un campo di grano e a proposito di campi di grano e cerchi (di cui tempo fa…su SPECCHIO ne parla anche Polidoro del CICAP scettico che anni fa intervistai).
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Di Carvelli (del 20/08/2004 @ 14:18:48, in diario, linkato 708 volte)
Tra bande e bandane ci cantiamo questa allegra ballade cinica di Morrissey. Senza nostalgia: Moz sembra ancora pieno di idee, pure contraddittorie, grandiose. Idee che ci fanno venir voglia di ricomprare tutti i CD targati THE SMITHS. Quanto di meglio il pop abbia prodotto senza essere seriosamente alto ed essendo autenticamente a sorvolo basso. Le olimpiadi corrono sugni schermi stanche celebrando la bellezza esaustiva di sport senza pubblico e soldi, discipline fatte di abnegazione e sofferenza senza premio. Oro suona allora più olimpico. Sembra educazione non festa, non ossessione nazionalistica ma programmi dell'accesso, pubblicità progresso.
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Di Carvelli (del 19/08/2004 @ 11:55:32, in diario, linkato 761 volte)
Forse è il caso che sia sincero, chiaro e per ciò duro ma temo - scusate se vi sveglio dal caldo e dal sonno così a mezza mattina - che viviamo in un cazzo di paese. Giorni fa con Stupor si diceva di come tutto questo avvenga in una narcolessia generica e politica in cui vince LUI anche se perde. La nostra bandanarepubblic fa invidia al mondo e io mi consolo con la cattiveria celiniana di Palahniuk: "IL FATTO DI POTER ANDARE TANTO A PARIGI COME A PECHINO, DICE OSTRICA, E DI TROVARCI SEMPRE UN MCDONALD'S, ECOLOGICAMENTE PARLANDO EQUIVALE A DIFFONDERE FORME DI VITA IN FRANCHISING. I POSTI DIVENTANO TUTTI UGUALI. IL KUDZU, LE COZZE ZEBRA. IL GIACINTO D'ACQUA. GLI STORNI. I BURGER KING. GLI INDIGENI, TUTTO CIO' CHE DI UNICO ESISTE. SCACCIATO VIA. "ALLA FINE L'UNICA BIODIVERSITA' CHE CI RIMARRA'" DICE, "SARA' QUELLA TRA LA COCA E LA PEPSI". Il libro si chiama NINNA NANNA ed è purtroppo abiodiversamente targato Mondadori. Così va...la vita.
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Di Carvelli (del 18/08/2004 @ 10:30:25, in diario, linkato 767 volte)
Eccomi ancora a Roma. Deserta. Si lavora al lancio di PERDERSI A ROMA. GUIDA INSOLITA E SENTIMENTALE. Caffè (a casa non c'è più ahimè) quindi bar. Pago mi da il resto e dice "e grazie". Prima aveva detto "uno special" all'addetta alla macchina. Mi guardo la tazzina e mi chiedo cosa sia "lo special". Non capisco. Un altro paga e lui ancora "e grazie". A che serve la E. sarà che in tv c'è il canottaggio ma sembra una specie di O ISSA. E GrAZIE. Tipo una specie di conclusione del discorso. Tipo E BASTA. E grazie. Dice M. che sembra una specie di stop and go, tipo la macchina da scrivere, il rullo che ritorna, gesti che passeranno all'archeologia come il PCUS. Stamattina in TV c'era tutta la storia del golpe con lunghe interviste ai protagonisti. HANNO RAPITO GORBACIOV era il bel libro di FABIO ZANELLO mio compagno di mille avventure. Non torneranno più le merendine, si direbbe con Moretti. Non tornerà più lo schiccare dei tasti sui fogli e le sacre immagini di falcie martelli. Stop and go. In compenso bandane. bandana republic si chiamava e si chiama un pub mi sa che toccherebbe estenderlo a questa neodemocrazia d'accatto.
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Di Carvelli (del 18/08/2004 @ 02:05:32, in diario, linkato 765 volte)
Niente Olimpiadi. Due nomi, di parole. A Uno IZZO Pino Corrias (autore di una non posseduta e agognata da me biografia del grande Bianciardi) ha dedicato un articolo superbo per bellezza e ricchezza. Non concordo sui racconti: non mi sono sembrati un gran che. Ma i romanzi della trilogia erano superbi. Su tutti CASINO TOTALE. Una vita letteratura e il bravo Corrias la fa vivere. Senza stanchezza. Torno a casa. Ore 1 e leggo CINQUE SINTOMI DI DISTURBO. Che scoperta Lydia Davis. Lo dico tra le fatiche di lettura di NOVE RACCONTI di Salinger. Belli ma chissà perché...
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Di Carvelli (del 15/08/2004 @ 08:06:07, in diario, linkato 1090 volte)

Intanto ricevo da Monica...con il suo solito perfetto tempismo queste pagine che pubblico. Anche se Pratale è...che cos'è Pratale... bisogna leggere questo libro ETAIN  ADDEY - Una gioia silenziosa - Ellin Selae... Per capire. Non è il luogo dei dialetti ma piuttosto dei linguaggi diversi e dell'assenza o della non obbligatoria presenza dei codici canonici. E comunque una inglese con uno svizzero in Umbria che fanno? Boh. Sono troppo di parte.

Tutto il tempo abbiamo parlato diio c'ero partito da casa avendo rivisto da poco SIGNS...e lì vicino ce n'era uno. Etain aveva un libro in tedesco meraviglioso. Mi ha detto: Come si potrà fare a mano uno di questi? Uno è stato fatto in mezz'ora...

Abbiamo parlato di Calvino, Pagnol, Withman, il capricorno, il pane e come si fa, il vino e come viene bene, il latte, le radici, la ricotta.

E poi vi trasmetto i saluti dima erano ragli?

e quelli di e di. Insomma sono tornato.

 

 

 

Le storie di Valbruna - Enzo Fabbrucci

         del pensare una lingua

 

Una parte importante del mio lavoro su Valbruna è quella di escogitare una lingua per raccontare
di alcuni pensiere che vivono sui confini bassi della mia mente senza dover fare, come quando
cerco di imbastirli nell'italiano di uso comune, i salti mortali.

            Voglio costruire questa, che sarà la lingua di Valbruna, a partire dal dialetto. Adesso porto
una figura. Ho visto, in certe valli alpine, dei volti di contadina che mi hanno divertito e subito dopo
inquietato. Non so se è una cosa dovuta al freddo, all'alcool o a qualcos'altro, ma erano volti come
gonfiati, e dalle guance di un rosso troppo acceso, che stonava, che non sbiadiva mai. Ecco, a qualche festa religiosa o a qualche sagra mi è capitato di vedere quelle donne vestite anche con abiti
eleganti, ma il rossore tumido del volto era talmente eccessivo che non si lasciava modulare, regnava in modo osceno, refrattario alle ore del giorno e alle solennità dell'anno.
Quelle contadine, di questo, erano coscienti? E se ne vergognavano?

 

Io sento una forte attrazione per il dialetto perché ho capito che la lingua è un mobilio, una credenza a più piani. E ai piani nobili, come nei palazzi, ci stanno per inquilini tutti i modi del
bel dire, quelli sanciti dall'Accademia. Io amo il dialetto per una questione d'ubicazione, perché
sta nelle parti più basse del mobilio della libgua, dove le zampe poggiano sul suolo.

            Mentre ai piani nobili la lingua si riproduce uguale a se stessa, illusa di avere trovato una sua perfezione, e cioè una forma d'eternità, ai piani bassi ci si sporca con la terra sulla quale si poggia, ma da lì si trae grande nutrimento. La terra, la base d'appoggio d'una lingua, sono i rumori del mondo, i versi animali e i modi volgari di chiamare le cose.

            Ecco, io sto dalla parte del dialetto perché non ha chiuso le porte alle onomatopee (parola bruttissima per dire una cosa bellissima), tutti quei rumori del vento tra le case, tutti quei versi di animali che fanno accapponare la pelle perché ci senti dentro qualcosa d'umano e primitivo a un tempo. E se la scienza arricchisce la lingua dall'alto (con tutte le parole figlie delle sue scoperte), il dialetto l'arricchisce la lingua dall'alto (con tutte le parole figlie delle sue scoperte), il dialetto l'arricchisce dal basso, e la lingua vive e si rinnova.

 

            Il mio desiderio, nell'edificare Valbruna, è di dare nome a tutte quelle cose che sembrano mute, addormentate una spanna sotto il livello della lingua, certi riti che appartengono al nostro privato, certe mosse (come smorfie) silenziose e ben fatte, certi tic goffi di cui ci vergogniamo, queste cose, mai bene considerate, sono in realtà straordinarie perché addormentano  la lingua e la rendono permeabile alle visioni. Io sento che il dialetto è all'altezza giusta, è una sonda assai sensibile a questo uso.

            Faccio posesi in dialetto perché, dicevo, voglio fondare una lingua di Valbruna, e mi piace che in questa valle appartata, dove s'incrociano la parlata romagnola, marchigiana e toscana, si possa tentare una sintesi che raccolga i suoni più evocativi

            Quando ho deciso di mettermi a inventare una lingua non ero già abbastanza smaliziato, e
volevo fare una lingua ex-novo, con tutti i suoi vocaboli e la sua grammatica, non avevo capito che
il nuovo, nella lingua, non è mai qualcosa di completamente nuovo, ma una deformazione di suoni e
figure grammaticali note. E allora inventarsi una lingua fatta di modulazione minime , piccole stratificazioni di senso e significati occultati sotto altri significati, ma senza mai cadere nel cervellotico, che è il rischio peggiore di tutti per chi ha, a monte, un progetto di invenzione.

            E poi ci metto, prima, delle storie, dei brani in italiano, per invogliare chi non sa questo strano dialetto a leggere lo stesso e anche perché ho scoperto che il dialetto ha una forma che non regge alla durata. Infatti i discorsi lunghi anche i contadini cercano di farli in italiano, e il gusto del
dialetto è tutto nelle battute brevi e nell'intercalare. Mi piace molto parlare in italiano e poi dire una battuta in dialetto, soprattutto quando mi viene a trovare qualcuno che non lo capisce; il gusto del dialetto è quel salto che fa fare alla lingua dai piani alti ai piani bassi, e in questo salto nel vuto si avverte tutta la sua straordinaria differenza.

            Ho iniziato con la figura delle contadine di montagna, per concludere porto un'altra figura.

            A volte negli orti capita di scorgere una talpa che, forse per un errore di rotta, è venuta a galla e pare che stia lì, muso all'aria, ad annusare il nuovo elemento.

            Se la si guarda bene ha nel sembiante un che di osceno e buffo a un tempo e negli occhi piccoli e spauriti un senso d'ineluttabilità così rivelata che sembra dire che lei sa che, prima o poi, arriverà l'ortolano con la zappa ad accopparla, ma che non è quello il problema. Ecco: in quell'ineluttabilità e, nonostante tutto, in quella lentezza placida, buffa, c'è tutta la magia d mondi e civiltà sommerse che, chiamate alla luce, appaiono in uno stato di grande debolezza. Quella debolezza è in realtà una forza immensa.

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Di Carvelli (del 10/08/2004 @ 12:25:12, in diario, linkato 821 volte)

Niente più gatti ahivoi. Rieccomi nei mie trenta metri quadri vista tetti Pigneto. Noto (con piacere?) che continua la love story più chiacchierata dell'estate, quella tra Calvino (lo scrittore non il capo carismatico) e la de' Giorgi di cui già dicemmo prima che il troppo stroppiasse. La saga continua con Corsera e Repubblica, Asor Rosa e Di Stefano su opposte barricate e la gioia degli editori che come saprete sono molto religiosi e ogni mattina recitano il Padre Nostro di Gutemberg che a un certo punto dice anche così "dacci il nostro scandalo quotidiano" e  aquesto punto strabenvengano Cogne e stragi alqueidiane, Taormini e Pantani che a impantanarsi ci pensiamo noi. Avrei letto ahimè non leggo se non poco delle due storie canine dell'estate (Mizzi mi perdoni!) quella del cane salvato e quella del cane salvatore. L'italica e la siberiana. Mowgli e generosità alpina. Valgono tutto il giornale per me più che Calderoli e il calo dei vacanzieri. Domani forse altrove. Vedi LETTI "Pratale". Forse. Ospedali permettendo. 

L'altro giorno un affare così camminava sbavando dietro campo de' fiori...vi giuro mai vista caninità così affascinante.

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Di Carvelli (del 10/08/2004 @ 08:10:53, in diario, linkato 758 volte)
Eh sì termina la storia d'amore umano felino. Termina nel più triste dei modi. Con un nuovo rifiuto. Ieri sera Mizzi si è lanciata in un disperato ultimo tentativo. E' salita ben due volte sul letto e ha danzato un passo saturo di inutili moine. Al secondo NO con tanto di scacciata dall'Eden delle lenzuola è scomparsa nei meandri della casa. Letto un libro a fumetti della COCONINO PRESS, interessante BESTIARIO PADANO di MAURO CORONA. Qualcosa tra Ligabue (non il cantante) fauve e Fellini (Federico, il regista) visionario. Mi ha fatto pensare ai bei racconti di CONTI (lo scrittore). Poi QUEI BRAVI RAGAZZI un superbo Scorsese (Martin, il regista) e TABU' GOHATTO su cui però capitolo sonno di OSHIMA (Nagisa, il regista). Mi mancherà Mizzi? Temo di no, temo che non farò a tempo e la rivedrò chissà quante volte...
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Di Carvelli (del 09/08/2004 @ 10:19:33, in diario, linkato 910 volte)

LA PIÙ GRANDE BALENA MORTA DELLA LOMBARDIA

Gordiano Lupi, autore e editore indipendente, stronca l'ultimo libro di Aldo Nove

UN AMICO MI CONSIGLIA QUESTO LIBRO E IO METTO DA PARTE PRIMA CHE SIA NOTTE DI REINALDO ARENAS (GUANDA) E CASA D’ALTRI DI SILVIO D’ARZO (EINAUDI, MA STRUZZI MICA STILE LIBERO), DUE LIBRI VERI, DI QUELLI CHE TI RESTANO DENTRO PER UN BEL PO’ DI TEMPO E TI FANNO PENSARE.    Li metto da parte e leggo La più grande balena morta della Lombardia. Certo che la differenza salta agli occhi, se prima leggevo Topolino o Diabolik forse Aldo Nove la sua figura ce la faceva, ma mica ne sono tanto sicuro.    La storia che dà il titolo alla raccolta ci presenta un bambino che ogni giorno va allo zoo di Como per vedere la più grande balena morta della Lombardia, che però non è così morta visto che un bel giorno si desta e divora tutti i continenti.    Il bambino resta solo nell’infinito, ci sta un po’ a pensare (ma mica poi tanto) e alla fine esce fuori con la tutina della Chicco e contempla il nulla assoluto. Il racconto è solo esemplificativo.    Narrativa del non senso e mi sta pure bene, narrativa surreale e te la passo pure, ma almeno condiscimela con un po’ di tensione narrativa, con qualche trovata di stile, con appena appena un po’ di motivazione perché io editore te la debba pubblicare e io lettore te la debba stare a leggere. Invece niente. La storia dura lo spazio di due paginette e finisce come è cominciata, nel piattume più assoluto. E così sono tutti gli altri racconti, che chiamarli racconti mi viene male, è davvero parecchio dura.    I Ricchi e Poveri è la seconda storiella (ecco questa è la parola giusta) che ci presenta niente meno che il nasone del popolare gruppo canoro mentre aspira sul palco con il suo enorme naso i superstiti di una terribile esplosione. Un altro parla dell’Omino Bialetti che in quel di Viggù (patria dell’autore) uccide i bambini che restano soli nel bagno per nove minuti di seguito.    Un altro ancora di Toni Negri che pare un drago dei tempi moderni e uccide la gente con il fuoco che gli esce dagli occhi. Un altro parla di Enzo Tortora e io se fossi la figlia di Tortora lo querelerei ad Aldo Nove perché è davvero di cattivo gusto.    E anche dello stile si dovrebbe parlare. I racconti sembrano scritti da un bambino delle elementari che non ha capito un tubo dei congiuntivi e dei tempi verbali. Ma quello mi sta pure bene, va di moda così, i congiuntivi mica li usa più nessuno. Però che sia uniforme la scelta stilistica, che si scriva sempre uguale, se no capita che il lettore non capisce e il critico neanche. Aldo Nove non usa le congiunzioni eufoniche neppure quando servono (incontro di due a e di due e), lui ha dichiarato guerra totale agli “ad” e agli “ed”.    Non solo, a volte piazza senza motivo delle “a” congiunzione scritte con l’acca davanti che sembrano veri e propri errori di grammatica. Mi dovrebbe spiegare perché. Forse sta lanciando una nuova moda.    Mi fermo qui e vi dico solo che il racconto migliore è Ciascuno deve pensare a Cicciolina per sé, che almeno ha un po’ di verve e di tensione narrativa, pure se l’argomento non è che sia dei più profondi, il protagonista è la sborra e la prima sega che ci si fa da ragazzini.    Ecco, detto questo mi meraviglio parecchio quando leggo una recensione come quella di Roberto Carvelli su “Blue” (che è pure una bella rivista indipendente) che recita: “Aldo Nove è il più talentuoso scrittore della generazione cannibale, il libro è un assoluto capolavoro, perfetto per coerenza di pensiero, rimarrà in questa storia di anni distratti perché è nato già come un classico, pensato da una mente con capacità di astrazione e transfert temporali di enorme portata, io fossi in voi me lo comprerei senza perdere tempo”. Ora finché recensioni simili me le propina Aldo D’Orrico sul “Corriere Magazine” so che fa parte del gioco e me ne sto zitto, cosa vuoi che faccia.    Ma da Carvelli su “Blue” e pure da Ottonieri su “Carta” non me l’aspetterei questo totale asservimento al potere editoriale, mi sembrerebbe fuori luogo. Se poi lo pensano davvero che La più grande balena morta della Lombardia è un capolavoro allora la cosa è ancora più grave, magari mando ai critici qualche manoscritto di quelli che al Foglio di solito rifiutiamo, mi sa che sono capolavori pure quelli. Come si fa a definire un capolavoro questo libro di racconti che io da quando l’ho comprato mi diverto a leggerlo alla gente e mica lo dico chi l’ha scritto e chi l’ha pubblicato. No, dico che sono racconti che hanno inviato alla redazione del “Foglio Letterario” e che si deve decidere se pubblicarli oppure no. I redattori della rivista mi rispondono che la posso pure smettere di leggere storie senza senso, ché roba come quella mica si può pubblicare, ci si rimette la faccia. Quando dico che l’ha già pubblicata Einaudi ci restano male. Se questa roba è letteratura tutti possiamo scrivere e tutto è pubblicabile, cari miei. E allora ho deciso che la prossima volta che mi chiamano a presentare Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura invece di leggere qualche capitolo del mio libro, leggo La più grande balena morta della Lombardia e dopo recito pure le recensioni di Carvelli, Ottonieri e D’Orrico e sto a sentire quello che pensa la gente. Intanto però me ne torno a Reinaldo Arenas e a Silvio D’Arzo, ché di storielle da poco ne avrei lette anche troppe e mi ci vorrebbe un po’ di letteratura di quella vera, sono in astinenza.    All’orizzonte vedo come un incubo il nuovo libro di Tiziano Scarpa, Corpo s’intitola e pure quello lo pubblica Einaudi, D’Orrico sul Corriere ha già detto che è un capolavoro. Scarpa è un autore molto prolifico e io tempo fa mi sono letto un libro dove ci raccontava per filo e per segno tutte le sue scopate. Ve lo raccomando. Adesso invece nell’ultimo capolavoro si passa in rassegna i brufoli, poi ascolta cosa dice l’acqua nel bicchiere e infine si chiede cosa c’è scritto sul suo culo. Questo non lo leggo neppure se me lo regalano. Recensione di Gordiano Lupi

Trovo in rete questa recensione del libro di Aldo Nove. Chiamato in causa ribadisco l'assoluta economia del mio giudizio e anche la sua sincerità non servile e tra l'altro pagata di tasca mia. Detto ciò io lo continuo a consigliare con lo stesso entusiasmo sicuro del pari che il libro a qualcuno (diverso da me) possa non piacere (ma anche istintivamente e non alla luce di scelte editoriali da sempre discutibili nella stessa misura del gusto di lettura). Gordiano Lupi, che ha tra l'altro scritto anche lui un libro che non ho letto ma che la menzionata BLUE (per la quale curo la pagina delle segnalazioni editoriali) ha recensito per la penna di un altro recensore, dovrebbe saperlo anche nella scomoda veste di editor(e). PS 1 D'Orrico non si chiama Aldo. Ma neppure Giovanni e men che meno Giacomo. 2 La recensione è malcitata (la mia): "Che dire? le premesse sono quelle di sempre: Aldo Nove è il più talentuoso scrittore della generazione cannibale e taratà taratà taratà. Cose dette ridette che non fanno che innervosire quando scopri questo nuovo libro che è un assoluto capolavoro" ecc. 3 Vorrei scrivere altro (a proposito di pressioni editoriali e amicali, tenerezza e incoraggiamenti, marchette e passioni tutte brutte bestie quanto la sudditanza culturale per chi cura una rubrica di recensioni) ma è agosto e fa caldo. 4 sul successivo numero di BLUE ho recensito Tiziano Scarpa (appunto) il vecchio libro (quello delle scopate, per capirci) e mi sono espresso sull'uso della stroncatuura.

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Di Carvelli (del 09/08/2004 @ 09:08:26, in diario, linkato 698 volte)
Questo 2004 in avanzata fase di realizzazione ci sta togliendo figure illustri e ci sta facendo ricordare quanto siamo legati al passato specie nella sua forma istruttrice. Laura Betti, Newton... Ora è toccato ad un alro fotografo di proporzioni galattiche. Cartier Bresson di cui - come voleva lui - ci rimarranno non tanto foto ma attestazioni di attimi. Ieri sulla Domenica del Sole24ore nel ricordarlo, un altro fotografo importante e nostrano, Scianna, ha ricordato come la morte... e in questo senso, il dolore della morte di un amico... non sia altro che il principo dell'esperienza della nostra morte attraverso di lui. Prosegue la mia love story con la gatta Mizzi tra alti e bassi e molto pelo di risulta. GANGS OF NEW YORK è il film prescelto. Non c'è che dire. ma una domanda: perché oltre a De Niro che fa ripetutamente De Niro adesso ci si mettono anche gli altri a fare De Niro? Eppure è vivo Bob... forse stava poco bene, mi sembra ma...
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