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 Il letto di MT... di Carvelli
 
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Una volta mi disse che a New York l’arte del farsi strada dipende da quanto si è bravi a esprimere il proprio malcontento in modo interessante. L’aria è satura di rabbia e lagnanze. La gente non ha pazienza di stare ad ascoltare uno che si lamenta dei propri problemi, a meno che non lo faccia in modo divertente.

Don De Lillo
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 17/07/2009 @ 08:37:34, in diario, linkato 476 volte)
Dice che ho le labbra più morbide, che la voce è più morbida e che le parole cadono come nuvolette nelle orecchie. Dice che sembro un altro. Che è successo? chiede. Che nella tua voce non c'è nessuna inclinazione, nessun precipizio, nessuna gravità. Pare che respiro lento lento. Paiono un sacco di cose che non ricordo e di cui conviene fidarmi.
 
Di Carvelli (del 17/07/2009 @ 08:28:46, in diario, linkato 544 volte)
 
Di Carvelli (del 16/07/2009 @ 12:30:56, in diario, linkato 512 volte)
 
Di Carvelli (del 16/07/2009 @ 08:30:06, in diario, linkato 530 volte)

Faccio a meno di tutto. Di parole soprattutto. Che devo dire. Che mi chiedono. Ho imparato dei discorsi fatti di nulla. Tengo palla ed è un vantaggio. Ché non annoio. Ché non invecchio. Non faccio prendere aria al cuore segreto delle cose. Delle cose che so solo io. Cose che mi riguardano nella bellezza, cose belle. Tengo questo piccolo rifugio segreto. Che mi ha sempre dato piacere aprire al momento giusto. Il momento giusto non era solo solo. ma era quando era. Mai a comando. Salgo sull'albero di mandorlo. Mi dice di scendere. Che sono piccolo. Scendo pieno di resina. Scaviamo una buca. E' il nostro passatempo. L'altro è palleggiare. Tenere palla. Una vita che faccio così. Anche oggi. Salire sull'albero e scendere sporco di resina. Tenere palla. Scavare buche.

">.

 
Di Carvelli (del 15/07/2009 @ 09:25:22, in diario, linkato 531 volte)
Come eravamo qualche anno fa? Di che parlavamo? Quali gusti avevamo? Che ci facevamo mettere sul cono? E cosa chiediamo ora? I desideri che abbiamo. I libri che leggiamo. I CD che compriamo. le cose che ci emozionano. Le stesse di prima? Chissà. Chissà se allora come oggi guardiamo questa zona vuota a cui non sappiamo dare un nome con quel piccolo brivido che sconcerta mentre da qualche altra parte qualcun altro prova la stessa vertigine?
 
Di Carvelli (del 14/07/2009 @ 12:45:01, in diario, linkato 618 volte)

Per non smentirmi ecco che cito dal racconto di cui dicevo ieri, superbo, di Mavis Gallant dal neo-tradotto Un fiore sconosciuto. Il racconto si chiama L'altra Parigi. Vi presento Howard e Carol una coppia appena costituita fuori dalla loro America nelle brume transalpine. Credo che possano insegnare qualcosa pur non rendendosene conto e non insegnandolo a loro stessi. Come la vita. Che spesso insegna solo vista da fuori.

 

“Il fatto di non essere innamorata di Howard Mitchell non provocava a Carol il minimo sgomento. Da una serie di utili lezioni scolastiche sul matrimonio aveva imparato che un interesse comune, come ad esempio la predilezione per i setter irlandesi, costituiva la vera base per la felicità, e che l’illusione dell’amore era un flagello imposto dall’industria cinematografica, oltre a essere quasi interamente responsabile dell’alta percentuale di divorzi. Situazioni economiche simili, stabilità finanziaria, appartenenza allo stesso credo religioso – erano questi i pilastri dell’unione matrimoniale”.

 

 

E più avanti…

 

“Carol, con grande efficienza, affrontò quasi all’istante la questione dell’innamoramento. L’amore non richiedeva altro che le condizioni giuste, come una pianta di geranio. (…) Per tutto l’inverno, dunque, cercò queste condizioni a Parigi. Quando, in un primo momento, non accadde nulla, Carol diede la colpa al clima. Era spesso convinta che si sarebbe perdutamente innamorata di Howard se solo avesse smesso di piovere. Attese, imperterrita, tempi migliori”.

 

 

 
Di Carvelli (del 14/07/2009 @ 10:03:49, in diario, linkato 526 volte)

Il fatto è questo: l'idealismo non fa bene. E il fatto è semplice. Voglio dire, una di quelle cose chiare che però non puoi spiegare. Ci provi e non riesci. Il fatto che non si può spiegare è la differenza tra "vivere di idee" (ho scritto "vivere"!) o perdersi dietro ad esse. Sì bisogna inseguire i propri sogni. Sì bisogna arrivare fino alla fine di tutto quello che desideriamo. Ma quale è la fine? Quale la linea al di là della quale l'idea è idealismo? Come una piccola malattia della nostra inettitudine, del nostro non voler concludere concretizzare, non voler crescere non volerci misurare con la concretezza sporca di quello che siamo davvero fuori da quella bella bolla vuota. A un certo punto la canzone dice "tanto io capisco soltanto il tatto delle tue mani".

">.

 
Di Carvelli (del 13/07/2009 @ 14:12:05, in diario, linkato 529 volte)

Non è un fatto sbagliato mangiare more formaggio e caffè per colazione. Neppure leggere sotto il sole. Neppure stare ore a osservare una cicatrice. Forse è un buon consiglio "non farsi notare". La gente è gelosa delle proprie cicatrici. Anche di quelle interiori spesse volte. Sono stato da qui a lì. Un po' rischiando, un po' salvandomi. L'ape è entrata nel casco, ha punto ed è morta. Forse dovremmo imparare dall'ape: l'ultimo gesto deve essere disperato e definitivo. Forse solo così la morte non brucia. Un piccolo suicidio che nasconde la forza del caso. Riusciremo? Compro e leggo il nuovo libro tradotto di Mavis Gallant. Lo compro sotto un sole accecante, costretto alla solita attesa che il sigaro sfumi. E' sabato. Prendo un caffè in centro. Mi siedo ai tavolini. fa un caldo allucinante. Un quarto d'ora. Persino il cameriere ha rinunciato. Prendo esempio. Entro e lo prendo al banco. Il mare fa forte: onde e vento. Faccio una promessa. Mantengo sempre le promesse, mi fa bene. E, dunque, ne faccio un'altra. Che mi porti un po' più in là. Il racconto di Mavis Gallant è bellissimo. Ne parlo diffusamente domani. Mi spiace non aver letto ancora tutto. Solo tre libri tradotti. Forse dovrei sforzarmi di più di leggere in originale. Si chiama L'altra Parigi. E' la storia di un matrimonio. Ma che dico: è la storia di un amore. Neppure. E' la storia di una di quelle cose che somigliano a quelle che ho detto, si presentano nella stessa combinazione di senso ma nulla hanno a che fare con le dette parole. Le cose speso sono così, senza parole.

">.

 
Di Carvelli (del 13/07/2009 @ 10:56:01, in diario, linkato 563 volte)
 
Di Carvelli (del 10/07/2009 @ 15:44:35, in diario, linkato 1026 volte)

Rubo queste tre poesie di Barbara Coacci da il primo amore.

Bucato, pioggia, cantiere
Barbara Coacci


Bucato
 
C'erano cose poco importanti
il bucato ad esempio
dimenticato a lungo sul balcone
 
la camicia da notte sbatteva
i polsi contro la ringhiera
insidiata dal vento
più che dalle tue mani
 
è stato il rumore a farci impazzire
come la sera il nulla
fa impazzire i cani
 
 
Pioggia
 
Muri di gelatina dietro ai vetri
linee di gronda per il deflusso
intorno ai palazzi. Dai tetti mollicci
un'acqua sporca che glassa le strade
le fughe tronche dei vicoli
il ronzio dei frigoriferi
del famigliare
 
 
Cantiere (II)
 
Bordi di lamiere dove il sole
si rovescia improvviso
cedere dell'occhio per un lampo inaspettato
 
un cielo turchese
espande la sete
oltre il recinto del cantiere
 
qui una volta ho baciato un fidanzato
ridevamo forte nella stessa luce


________________________


Da Nessuna nuova, edizioni La Camera Verde, 2009.

 

www.ilprimoamore.com

 

 
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