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 il letto di fosdinovo... di Carvelli
 
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Fuggi da ogni grandezza: la vita nostra in una povera casa può andare oltre quella dei re e degli amici dei re. (...) la roba che non ci si adatta è come il calzare del proverbio che troppo largo ci inciampa e troppo stretto ci piaga.

Orazio
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 01/12/2005 @ 12:12:27, in diario, linkato 914 volte)
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Di Carvelli (del 01/12/2005 @ 09:41:48, in diario, linkato 846 volte)
immagine eventoIeri alba di piogge e autobus di primo mattino con facce addormentate appoggiate sui finestrini e pioggia che rimbalza davanti ai fari delle auto. Ieri treno. Ieri Faulkner LUCE D'AGOSTO. Nell'introduzione Fernanda Pivano cita un contenzioso Hemingway/Faulkner  chiuso da una battuta dell'ultimo. Cito a memoria: gli scrittori quando sono in gruppo sono lupi, quando sono soli sono cani. Ieri Bologna. Ieri presentazione (Emanuele Trevi e Marco Lodoli) di un piccolo libro prezioso che ho scovato mesi fa  e ceduto anche a letture di altri. La piccola dea (Fazi) di ROBERTO VARESE un ossimoro di confidenze e privatezza, parole dette con sentimento al sentimento, con emozione larghissima al poco sfuggito a chi non ha sguardo così acuto. Il libro è tecnicamente (presto voglio dirvi qualcosa sull'uso di questa parola) un prosimetro (combinazione di poesie e prose) alla maniera della VITA NOVA dantesca. Una di quelle letture che accompagnano invece di soggiogare e lo fanno con una levità disimpegnata che solo l'amicizia casuale ma disinteressata può fare unita ad un percorso obbligatorio e perciò destinato come quello che mette vicino in treno due persone sconosciute. Ieri Bologna e poi Roma. 
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Di Carvelli (del 29/11/2005 @ 16:40:07, in diario, linkato 1563 volte)

Una nota della traduttrice del bellissimo libro della Davis dal sito di minimum fax

la retrospettiva Nevskij
Lydia Davis, Pezzo a pezzo
di Adelaide Cioni

«Ingannare se stessi è peggio che ingannare gli altri».
dai Diari di Tolstoj

«Torno a casa dal lavoro e c'è un suo messaggio: che non viene, che ha da fare. Richiamerà. Aspetto che si faccia sentire, poi alle nove vado da lui, ma non è in casa. Busso alla porta del suo appartamento e poi a tutte le porte dei garage, non sapendo quale sia il suo – nessuna risposta. Scrivo un biglietto, lo rileggo, scrivo un altro biglietto e glielo appiccico alla porta».
da "Storia" di Lydia Davis

Qualche mese fa ero a cena con un gruppo di traduttrici, era una tavolata lunga, e mi trovavo a una delle due estremità. A un certo punto, parlando con Gioia Guerzoni, alla mia sinistra, è venuto fuori che lei aveva tradotto il romanzo di Siri Hustvedt, l'attuale moglie di
Paul Auster, buffo ho detto, io invece ho tradotto i racconti di Lydia Davis, la prima moglie di Paul Auster. Al che Susanna Basso, alla mia destra, ha esclamato, E io ho tradotto Paul Auster! E siamo rimaste tutte e tre un po' sconcertate, per la casualità di quell'anello che si chiudeva lì, fra noi tre, tre ombre di tre scrittori, che oltre a una storia letteraria hanno naturalmente una storia di amori che forse a qualche livello arrivano a toccarsi.
E in effetti, quando ne "La lettera" di Lydia Davis leggo della protagonista che va a cercare il suo ex alla pompa di benzina, dove lavora, e lo trova nell'ufficio a leggere Faulkner sotto le luci al neon – anche se l'autrice non lo dice, e anzi nega ogni riferimento autobiografico – non posso fare a meno di pensare che l'ex in questione sia Paul Auster, che quegli occhi che si alzano verso di lei pieni di circospezione siano gli stessi occhi fondi e neri della copertina dell'edizione originale di Sbarcare il lunario. E così anche nella descrizione dolcissima e straziante dei piedi di lui, mentre è a letto a leggere, e li tiene prima incrociati con «le dita che puntavano ad angoli diversi della stanza» e poi si gira e li tiene uniti, «come le due metà di un frutto», e poi «sempre leggendo, allungava una mano e si sfilava i calzini e li buttava appallottolati sul pavimento».

In fin dei conti però, gli amori in letteratura non sono che un pretesto, un modo come un altro per mettere alla prova la duttilità delle parole, e quindi possiamo anche tralasciare completamente che si tratti o meno di Paul Auster, perché la descrizione del vuoto di significato proprio della fine di un amore, di qualsiasi amore, nelle mani di Lydia Davis diventa una specie di bomba a mano. A lasciare senza fiato è la sua precisione chirurgica, la sua assoluta mancanza di paura nell'inseguire il senso delle cose, di inseguire testardamente il ritmo e l'incedere del pensiero stesso. O meglio del pensiero emotivo. Ingannare se stessi è peggio che ingannare gli altri, questa la frase che legge il protagonista di "Estratti da una vita" aprendo una pagina a caso dai Diari di Tolstoj. E questo sembra voler fare Lydia Davis in Pezzo a pezzo: dis-ingannarsi. Perché tanto, che prima o poi (o sempre) ci si inganni è poco ma sicuro, e allora ripercorrere all'indietro gli eventi, mettere insieme i pezzi di ciò che si è provato, assume il senso di un'indagine emotiva al tempo stesso spietata e dolcissima, nonché, grazie all'ironia dell'autrice, a tratti buffa.
Non è un caso che Lydia Davis sia considerata un mostro sacro della letteratura americana da Rick Moody (che ci ha confessato di meravigliarsi quando la va a trovare e la vede ai fornelli che cucina) e da Dave Eggers: questi 33 racconti sono, semplicemente, necessari.

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Di Carvelli (del 29/11/2005 @ 08:52:35, in diario, linkato 1538 volte)
Adesso penso a quando qualcuno mi ha detto "Ti conosco". In realtà dovrei dire "mi ricordo". Ma non ho la sensazione precisa della frase e di chi. So di averla sentita tante volte e tante volte pronunciata con la stessa identica leggerezza. Ti conosco. Poche volte la variante compromissoria "ho capito come sei... come sei fatto/a". Poche volte dubbi. Ti conosco. Penso a cosa volevi dire. A cosa volevo dire.A cosa significa per ognuno di noi diverso quel diverso "ti conosco". A quanto fosse falso eufemismo per nascondere l'odio che non si può esplicitare. Il non poter dire "non mi piaci" o la presunzione di quell'inquadramento un po' fisso e semplicistico di chi si deve far tornare precisa un'idea su una persona. Sulle persone.
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Di Carvelli (del 28/11/2005 @ 09:54:06, in diario, linkato 1519 volte)

Cara V.

il fatto è che l'amore addosso agli altri è irritante e specie quello un po' infantile e dolciastro, inoltre è irritante vedere una persona che stimi ridursi in una ridicola appendice pulsante della sua ansia di piacere (di piacere ad un altro, ad altri). Il fatto è anche - per dirla tutta, anche a nostro discapito - che l'amore suscita sempre un po' di inconsapevole invidia, l'invidia per quel meccanismo che risucchia gli amanti e li tiene fuori dal resto. L'astrazione dell'amore è fastidiosa. E lo è anche la sua esibizione. Bisogna amarsi in segreto. Ecco perché le coppie anche fisse devono avere una loro segretezza sentimentale e presentarsi come coppia solo quando si sentono al sicuro nell'amicizia (di pochi) o altrimenti devono presentare all'esterno la loro solidità e non il loro sentimento... l'amore deve essere espresso dalla concretezza: quello è il suo prestigioso dato visibile, la sua presenza agli altri. Mentre è fastidioso solo sentire i cuori o i corpi detti. Questo non è bello. Non è bella la confidenza a meno che sia all'amica (chi è l'amica?). Non è bello il racconto intimo. Non è bello il resoconto amatorio sia esso rosso o rosa. Irritante è lo sciacquio del bucato nelle orecchie altrui, la lamentela così come lo è il vanesio pavoneggiarsi con le proprie fortune siano esse erotiche o sentimentali. Esagererei e direi che se l'amore è un racconto non è. Non è amore, almeno. O non è quella marca di eros che tutto confonde. L'eros deve confondere al punto da nascondere l'eros detto (al limite scriverlo per scriverlo, non dirlo). L'indicibilità è la sua marca più autentica.

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Di Carvelli (del 22/11/2005 @ 14:26:06, in diario, linkato 1410 volte)
«Il segreto della molletta»
In attesa dell'incontro
 
 
Sabato, 8 del mattino (ora del risveglio approssimata per molto difetto): - 12 all’ora x
Per prima cosa mi guardo allo specchio. Dopo qualche minuto mi rendo conto che la ragazza che vedo sono io. Lo specchio gioisce della mia presa di coscienza. Sorride. Il ricordo della mia identità mi ricorda che stasera «io» ho un appuntamento con te. Lo specchio torna alla sua classica espressione riflessiva. Mancano dodici ore.
10.00 (ora del risveglio approssimata per poco eccesso): - 10 ore
Senza soffermarmi sulle tre premesse metodologiche di qualsiasi appuntamento che volga a un certo fine (ossia: ceretta, shampoo, scelta delle scarpe), procederei all’analisi della più complessa preparazione mentale. Mentre lo specchio mi riflette, io rifletto: di solito le persone che vogliono sapere come andrà una cosa chiedono consigli a una maga. «Io conosco una maga? », mi domando. «Certo che no», mi rispondo. Lo specchio intristisce. Però mi viene in mente che, pur non conoscendo una maga, so dove trovare una sfera! Anzi, un «globo» magico. L’ha costruito un mago di Varese, che chiamano scultore.
18: - 2 ore
Vado a consultare la trasparenza dal cuore colorato. Ma quando le mie mani assumono la classica posizione da maga-che-consulta- la-sfera, mi accorgo di un forse grave dettaglio: ho lo smalto delle unghie rovinato. Il rosso è in dissolvenza. Forse dovrei ristrutturarmi. Ma no! Tu sei di certo un cultore della bellezza decadente. La considerazione mi lusinga, sebbene sia mia! Da «trasandata» a «decadente ». Piccolo passaggio semantico. Piccolo momento autoterapeutico.
18 e qualcosa: poco meno di 2 ore all’ora x
Mi sdraio e chiudo gli occhi. Cerco nella mia testa qualche idea o parola da estrarre in un’eventuale conversazione prima dell’eventuale primo bacio. La visione dell’interno della mia testa è un vuoto assoluto. Non so cosa mi dirai tu, dunque non so cosa ti risponderò io. Bevo una tisana che si chiama RELAX. Mancano meno di due ore.
19 (in punto): - 1 ora
Per ovviare al vuoto mentale prendo un quotidiano. Ritaglio. Nei quotidiani ci sono molte parole. Me ne metto un po’ in tasca. Me ne copio alcune sulle mani. Cerco di impararne almeno cinque a memoria. Prendo anche dei pezzi di punteggiatura. Virgole, puntini di sospensione... Infine un punto esclamativo!, che incollo sotto l’orologio, così quando mi soffermerò a guardare il mio polso sinistro tu avrai il timore che io mi stia annoiando. Ma poi ti stupirò esclamando qualcosa del tipo: tu droghi il tempo! (Far-spaventare è il presupposto del far-innamorare.)
19.19: - 41 minuti all’ora x
Questi mi sembrano l’ora e i minuti giusti per iniziare a vestirmi. Ho due possibilità: vestire la me-bambina o vestire la me-donnina. Il mio armadio contiene una spaccatura tra gli abiti per l’una e per l’altra. Sì perché, sebbene io sia single, ho almeno due personalità. Quale mostrarti? Opto per la soluzione confusiva: maglietta nera (da bambina o donnina) gonna nera (da donnina) gambaletti a righe (da bambina) rossetto rosso (da donnina) mollettina abbassa-ciuffo (da bambina). Nel caso tu preferisca poi la bambina, potrei estrarre a fine cena un lecca lecca dalla borsetta. Nel caso tu preferisca poi la donnina, potrei togliermi all’ultimo momento la molletta.
 
Chiara Zocchi
Corriere della Sera 11 ottobre 2005
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Di Carvelli (del 22/11/2005 @ 09:21:36, in diario, linkato 1467 volte)
Perché si dorme male o bene? Perché ci si sveglia senza pensieri nel cuore della notte? O ci si alza e si va a bere e si ritorna a dormire? O piove e la pioggia ci sveglia, o piove e lo scopriamo solo in qualche pozza sulla nostra strada alla mattina? Tante domande per una domanda. Per una curiosità. Il perché del sonno e del suo avanzarsi o arretrare rispetto alla nostra veglia. Ai difficili estremi per alcuni più prossimi. Alle volte (spesse volte) lo stupore della quiete del sonno a fronte di pensieri e problemi. Come funzioniamo?
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Di Carvelli (del 21/11/2005 @ 14:11:41, in diario, linkato 1444 volte)

Non so quali parole usare per raccontare il concerto di

Stupore. Sorpresa. Meraviglia. Vorrei poter trovare sfumature per ognuna di queste sensazioni. Saper dire da dove a dove e da quando a quando. Ma comunque sarebbe poco. Non spiegherebbe. E non è che è la linea di un eccesso che mi trattiene o mi avvisa. C'è altro. C'è stato dell'altro. Come un'emozione speciale che una voce può provocare, suggerire, suscitare. Naturalmente. E senza sbavare. Nitida, sfumata ma decisa. Intera. Non importa che ora era quando è iniziato. A che ora è finito. La durata contava ed era quella di Handke di cui qualche giorno fa si disse. Quello che da quando entri in un posto a quando ne esci senti riverberare. Tecnicamente si potrebbe dire che è sorprendente quanto una atmosfera difficile continui e sia un'atmosfera impossibile e nuova il cui approssimarsi lascia il dubbio dell'irrealtà. Questo è il tipo di perfezione che mi appartiene e vorrei chiamare tale. 

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Di Carvelli (del 21/11/2005 @ 09:24:03, in diario, linkato 1682 volte)

"Ho letto delle pagine in cui Goethe/ scrisse d'aver lentamente accumulati/ dei piccoli tesori di parole;/ spicciolo per spicciolo, a poco a poco,/ dei veri e propri scrigni colmi d'oro;/ classica e limpidissima metafora/ che così avvicina lettere e monete/ lettere d'oro, d'argento e di rame/ mezzi accuratamente graduati/ tra la genialità e il destinatario./ Adesso l'inventario è sconfortante:/ impraticabile l'uso dell'oro/ e molto, molto rari argento e rame/ ciascuno, se può, tacita le questue/ con l'acmonital, per le compravendite/ arrangiandosi con le banconote/ o degli assegni, che sono più veloci;/ chi rimastica un po' di economia/ con le carte di credito di plastica."

da LE NEBBIE di  PIERLUIGI CAPPELLO (Campanotto editore)

Sempre nell'intervista su daemon a Cappello, il poeta di Gemona rimarcava che la poesia/il poeta è sempre civile. La poesia è sempre politica (rivengono in mente i versi del premio nobel polacco) e sono risposte che ho sentito per esempio anche da Paolo Conte che risaputamente evade gli inviti alla presenza politica. Qui per esempio si può non dire che Cappello lo sia?

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Di Carvelli (del 18/11/2005 @ 09:02:53, in diario, linkato 2940 volte)
Mi riprometto sempre di raccontare la vera storia di PERDERSI A ROMA. Perché è ricca di simbolismi e naufragi. Ma salto sempre l'appuntamento con la macchina della verità per cui oggi (se non piove) tento o inizio, almeno. PERDERSI A ROMA. Nasce in una casa editrice piccola romana allora dedita a libri-intervista come una serie di interviste a scrittori su Roma quartiere per quartiere. Procede per accumuli di colloqui sino a che un influente lettore e cofondatore della stessa - di contro all'incoraggiamento del collega e ora uno dei due titolari rimasti - mi fa rilievo di sorpresa. Cito testuale: "Scusa ma qualcuno ti ha mai detto di fare queste interviste?" (vorrei far riferimento ai piccoli fax inviati alla casa editrice...così...visto che.... invece mi ritiro davanti alla mala parata). Capitolo 2. Le interviste finiscono alla rivista a cui collaboro da anni: usciranno come librino allegato. S'impagina, si corregge. telefonata del redattore che si complimenta per la varietà delle domande, dei toni, del clima, una bella declinazione a voce della città per bocca di autori. Due giorni dopo, telefonata del titolare nonché direttore che in preda ad un'ansia da psicosi ormai conclamata riferisce di voci sul mio conto..."tu avresti detto a uno che io...." Impossibile far ragionare lo psicotico sulla mia quinquennale (e più) collaborazione e dedizione gratuita alla causa della rivista. Ormai è roba da clinica. Dopo mezz'ora nuova telefonata: il libro fa cagare, è pieno di errori, ma chi l'ha scritto non sembri tu (sorriso... vecchio trucco per fottersi redattrice/i e soggiogare aspiranti tali anche sesso M). Capitolo 3. Telefonata al più (storico) noto editore di cose romane. Sì mi invii la sinossi e tre interviste... Mando. Aspetto. Chiamo. Un anno dopo leggo su la Repubblica recensione di libro di interviste su Roma a intellettuali (piccola variante) tra cui vedo spiccare nome di Cerami da me intervistato e spedito alla suddetta palombella. Capitolo 4. Il libro nella stessa forma ad interviste viene portato in casa editrice EDIZIONI INTERCULTURALI da un'amica editor (ho fatto professione di fede di non inviare mai più nessuna idea scritta a casa editrice visto che già un editore "alternativo" mi ha fottuto prima idea di libro sul porno I DIECI FILM CHE NON DOVREBBERO MANCARE NELLA VIDEOTECA DI UN NON PASSIONATO). Buona accoglienza e familiarità. Si ragiona sul libro. Perplessità santa dell'editore sulle sole interviste. Mi rimetto a pensare ad una forma nuova e a una ricontestualizzazione delle interviste e ho l'idea di unire raccontini storti su luoghi improbabili da guida e citazioni di autori che hanno vissuto o passato Roma e che non ci sono più, come una specie di guida letteraria dei luoghi e un capitolo di definizioni della città (scopro oggi con bell'idea del sindaco Veltroni che uscirà/è uscito un libro con un lavoro organico su tutte le citazioni in letteratura del nome Roma che mi sembra colmare un vuoto e fissare un canone prezioso della città). I tre fili attraverso ragionamenti con l'editor prezioso del libro Daniela D'Angelo - a cui devo alcuni suggerimenti ulteriori di scrittura come il raffinamento e completamento degli aspetti sensoriali già in parte insiti nella scrittura dei racconti - trovano una forma dopo pensieri diversi sulla loro successione. Ottima idea dell'editore sulla unione di elementi grafici al testo (da noi in Italia così rara è l'unione di grafica e disegno alla letteratura diversamente ad esempio dall'Oriente). Ottima realizzazione del grafico (meglio illustratore talentuoso della casa editrice) che replica elementi sfumati della città nelle sezioni che nel frattempo si sono conformate. Il titolo: devesi ad intuizione (aggiustata) dell'amico e compagno di merende Dario Morgante editor anch'esso-ello-egli. Il resto è cura e convinzione di chi ci ha creduto, in primis l(a) editore (senza fare nome), la passione dei librai e l'amicizia di tanti. Oggi saluto e ringrazio Federico da cui ho ricevuto una bella mail e una bella pagina sul camminare.
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