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 rodi... di Carvelli
 
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Affamato e inferocito, sapevo che nulla al mondo mi avrebbe costrtto al suicidio. Proprio in quel periodo avevo cominciato a capire l'essenza del grande istinto di conservazione, la qualità dui cui l'uomo è in sommo grado dotato. Vedevo i nostri cavalli sfiancarsi e morire - non posso esprimermi in altro modo, utilizzare altre parole. I cavalli non si distinguevano in nulla dagli uomini. Morivano a causa del Nord, del lavoro troppo gravoso, del cibo cattivo, delle botte - e anche se subivano tutto ciò in misura mille volte inferiore agli esseri umani, i cavalli morivano prima. E capii la cosa più importante: che l'uomo è diventato uomo non perché è una creatura di Dio, né perché nelle mani ha quella cosa straordinaria che è il pollice. Ma perché è FISICAMENTE più forte, più resistente di tutti gli altri animali, e poi perché in seguito ha saputo costringere il proprio spirito a servire con successo il corpo.

Varlam Salamov
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 11/01/2007 @ 09:40:50, in diario, linkato 733 volte)

"Ci dovrebbero essere anche gli ospedali per i dispiaceri, con i convenienti reparti; dispiaceri amorosi, dispiaceri per affari". (Cesare Zavattini - Parliamo tanto di me) Sì ci dovrebbero essere. E cure adeguate e pene severe per chi li procura. Magari anche qualche senso di colpa se può servire anche se il senso di colpa non è mai servito a nessuno se non agli estensori dei pensieri religiosi. E colpa per colpa ecco un ritratto che ieri mi ha fatto ridere da solo in metro (non ridevo così dal film di Lars Von Trier -Il grande capo- una manciata di ore prima...ma proprio a crepapelle, anche se unico o quasi nella sala. Dicevo: ieri mi sono imbattuto (ultimo numero di Internazionale) in un simpatico profilo tratteggiato da Nora Ephron: "una cosa che Jane aveva fatto con un buon numero di promettenti giornalisti, editor e scrittori (andare a letto/ fare sesso/ farsi tresca NdR), il più famoso dei quali, al termine della unica notte insieme, le avea regalato una copia del suo libro. Ne teneva una scatola vicino all'ingresso e Jane raccontava che mentre stava per andarsene lui le aveva detto queste esatte parole: 'Prendine pure uno uscendo'." (anche ora non riesco a non ridere). Spero nessuno si dispiaccia.

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Di Carvelli (del 12/01/2007 @ 09:56:19, in diario, linkato 785 volte)

Rileggo un racconto di Vittorio Imbriani. C'è un certo Squillacciotti e mi viene in mente, non so perché, la saga di Scaramella. Intanto ecco una pagina dello scrittore.

Da Vittorio Imbriani -  La bella bionda. Costumi napoletani

 

 

(...) Un giorno, facendo non so che scampagnata, capitammo a pranzo sul Vomero in lieta brigata; e, caduto il discorso sulle prossime nozze d'un nostro compagno, il quale si pretendeva innamorato, indispettendosi che non volessimo credergli punto punto, lo Squillacciotti parlò press'a poco così: «Qual'è il miglior amore, o più esattamente, l'unico amore possibile in Italia? L'adulterio: e vel dimostro. In quattro condizioni può trovarsi la donna: o sarà fanciulla, o vedova, o pubblica, o maritata; di qui non s'esce, altri stati non vi sono. Vediamo in quale stato possa meglio amare ed amarsi. La fanciulla pensa a collocarsi, a trovare un buon partito, ad uscire dalla dipendenza della casa paterna, ad acquistare quella personalità, che solo il matrimonio può darle; non vuole amanti, anzi pretendenti; non fa alle compagne la storia delle sue passioni, anzi il racconto de' matrimonî, che le sono usciti, delle occasioni che ha avute. Quindi sta sempre come un cacciatore in agguato. Simula e dissimula. Le opinioni, i gesti, le virtù, le parole, il carattere suo, tutto è convenzionale. Del resto, non hai l'agio di trattarla con quella confidenza ed assiduità, che ti permetterebbero di riconoscere la fisonomia sotto la maschera. E spesso, non c'è fisonomia: l'ignoranza e la soggezione, in cui l'hanno educata, ne hanno compresso ed impacciato lo svolgimento morale; atrofizzano in lei la passione. La vedova ha più valore: conosce il mondo, comprende gli affetti, sente; ma, per lo più, medita anche essa di risituarsi, e sarà capace di conculcare gli affetti vostri ed i proprî per asseguir codesto bello scopo; o, se vi fa delle concessioni amorose, le limita, le subordina alla cura di tanti riguardi, all'apparenza, alla riputazione. La cortigiana, quella non ha riguardi quando ti vuol bene, e lusinga altamente la tua vanità, poiché in piena cognizione di causa antepone te solo a tutto il pubblico. Poi non ha imposture; Orazio Flacco l'ha detto in versi bellissimi: mercem sine fucis gestat. Ma è malsicura e mutabile; non t'offre alcuna guarentigia di costanza; accanto a lei, sei consumato da gelosia (se non altro retrospettiva ed indeterminata, che mi sembrano le due peggiori forme della gelosia), anche quando lei non ti dà alcun appiglio. Inoltre arrossisci d'amarla e d'esserne riamato; ti senti ridicolo; la disprezzi; ti disprezzi di amarla. E quell'amore e quella gelosia ti corrodono il cuore, simili a due ulcere infami, dalle quali ti lasceresti mangiare le carni, per non aver l'umiliazione di mostrarle al chirurgo, di raccontargliene l'origine. Rimane la donna altrui: essa ti ama disinteressatamente; da te non può chiedere, desiderare o sperare se non corrispondenza d'affetto; quest'unico contraccambio vuole, non altro. Conscia bene di quel, che si è l'amore, ti antepone agli altri corteggiatori, ti antepone al marito. È sicura, perché i nostri costumi rendono i legami di questo genere patti d'onore, come l'obbligo di pagare i debiti di giuoco; si sacrifica, si compromette per te; arrischia la pace e la tranquillità, e spesso la vita, sempre che ti accorda un quarto d'ora di piacere... Ed ora, ditemi voi: quale preferireste di queste quattro donne, di questi quattro amori?» (...)

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Di Carvelli (del 15/01/2007 @ 10:14:02, in diario, linkato 780 volte)

Ho comprato e iniziato a leggere Le Correzioni di Jonathan Franzen. Poche pagine quindi è difficile dire. Ma intanto la conferma che una poltrona è un universo. E che spesso si dice di più di un personaggio quando lo si fa fare qualcosa anziché dirla. Poi ho letto la recensione di Laura Lepri sul Sole della Domenica) e ho regalato Lettera a un giovane scrittore di Claire DeLannoy. che è un editor e una scrittrice e scrive quindi nella doppia prospettiva di chi lavora con la propria e l'altrui scrittura. Sono suggerimenti e riflessioni sul tema angelo o professionista sotto le cui doppie mentite spoglie si raccoglie una delle figure preminenti della editoria in toto. In entrambi i casi - spiritualità o materialità - non è ,ale che si parli di e parlino gli artefici delle buone cose dei libri.

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Di Carvelli (del 15/01/2007 @ 16:09:27, in diario, linkato 797 volte)

sono seduta in briciole,
gli occhi accecati per pudore,
secondo le istruzioni
di un gioco di mattoni
viene inserito il pezzo.
Scosse che avvisano: i rottami
planano come foglie.

***

quando mi dormi in mente
la stanza ha il tuo profilo
ed ogni cosa un posto
come le vene.
Sei il figlio, e il piccolo animale
fermo sulla terra
annusata cercando la radice
la traccia, la coda di una promessa
che trattengo, fino a che è rotto
questo bavaglio, e il pensiero
si disegna nella linea
aperta delle nostre mani.

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Di Carvelli (del 17/01/2007 @ 09:19:39, in diario, linkato 1296 volte)
Ancora Franzen. In una sequenza di pagine (sono ancora all'inizio) si discute dei benefici del progresso e mi colpisce quando uno (uno scrittore qui) riesce da un argomento ritrito a fare novità. Intanto perché gli argomenti ritriti sono i più interessanti. Ad esempio l'amore: con l'amore ci fai vagonate di cose e ogni volta è ritrito. Eppure vai sul sicuro. Ma se uno poi riesce a fare del ritrito novità allora è fatta. Dunque il progresso: ha fatto o non ha fatto bane all'umanità? Ha o non ha portato con sé il salto del paradigma? O ha creato nuova disillusione. "Un nonnulla rallegra l'aria" c'è scritto in un libro di un mio allievo (Roberto Cannone...chissà se scrive ancora) nel periodo in cui ho insegnato. E' bello delle volte riprendere in mano pagine che hai perduto o pagine a caso e cercare in mezzo. C'è sempre qualcosa che ti può (rallegrare, anche in una giornata tutta nuvolosa come questa) riguardare.
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Di Carvelli (del 18/01/2007 @ 08:41:31, in diario, linkato 1232 volte)

Dice che ho un carattere duro. Inflessibile. Che non perdono, dice. Che sono severo con me stesso e con gli altri. E che con me stesso va pure bene ma con gli altri...Dice che mi dovrei ammorbidire, essere più flessibile, più permissivo. Dice così, l'oroscopo.

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Di Carvelli (del 18/01/2007 @ 15:20:47, in diario, linkato 3593 volte)

 

E' sempre un mistero quando  una parola - non il suo solo suono - riesce a portarsi appresso la semplicità e l'assolutezza del suo senso e insieme (semplicità e assolutezza) concorrono a definire un universo personale che è pure universale. Succede così che le cose solo presentandosi (dicendo il loro nome, la parola appunto) riescono a far esplodere un senso compiuto, definitivo ma vivo. Come in questi versi di Annalisa Manstretta.

 

Mi hanno vissuto a lungo
nelle zone più alte della mente
popolazioni di montagna
chiuse in masi, stringendosi tra loro.
Portavano la grande sciarpa dell'inverno
la loro opportuna cornice
la mia dolcezza di gelo.
Venivano senza contratto
ne richiamavano altri.
Mute le mie campagne
ammiravano quella sopravvivenza difficile.
E tu guardi la tua lenta bonifica
cadendo le loro case vuote.
 
**
 
Non ho potuto venire da te.
Sto su piastrelle ordinate
su una sedia chiara,
la stagione distesa ed ampia
mi manda un benessere di cieli
un po' di fiato nel cortile senza voce.
Talvolta in questa luce escono
le mamme senza testa, s'affacciano.
I loro piccoli sono tranquilli
seppelliti sotto laghi allungati
o monti, non le vedono.
Tornano in casa
gonfiano i cuscini dei divani
preparano la cena ai bambini.
 
**
Come sono diverse le notti
Ogni posto ha la sua.
Questa è quella che scende nelle case
dove il buio ha la forma di un cubo
di stanze con la porta chiusa.
E’ quella dove il mondo si divide in due:
le cose impalpabili come l’aria e i pensieri
che abbracciano tutto
e poi le pareti, l’armadio, il letto, la lampada
che non ci sono più, ma lasciano lì sagome
come crisalidi rigide e dure.
Aria immobile con dentro gli ingombri delle cose
E anch’io, tutta compatta e solida,
mi avvicino al regno minerale,
al cemento, all’argilla, al gesso silenzioso
che stanno attorno a me, dentro i muri.
 
**
 
Adesso sono un sentiero di terra battuta
Sperduto in alta montagna
Dove, in questa stagione,
è già caduta un po’ di neve,
e non a un’ora qualunque della giornata
ma un’ora prima dell’alba
nel grande freddo prima del sole
nel grande buio
senza l’aiuto dello sguardo
che fonda le sue colonie nei paesaggi più inospitali.
Nessuno che vede, nessuno che cammina.
 
E in fretta la mia mente
Si è messa a disegnare l’immagine di una casa.
 

Da: La dolce manodopera, di Annalisa Manstretta - Moretti&Vitali, 2006

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Di Carvelli (del 19/01/2007 @ 09:51:09, in diario, linkato 1180 volte)

"-Sto dicendo, Melissa, che i figli non dovrebbero andare d'accordo con i genitori. Tuo padre e tua madre non dovrebbero essere i tuoi migliori amici. Nel rapporto genitori-figli dovrebbe esserci  qualche elemento di ribellione. E' così che si definisce la propria identità individuale.
-Forse è così che definisci la tua identità, - disse lei. - Ma tu non sei certo un emblema di maturità felice".
(Le correzioni - Franzen)

L'esergo è a dire anzi a seguitare il già detto. Ovvero della capacità di un libro di mettere in campo un dissidio, un contrasto. Partiti in opposizione anche su macrotemi tutti condivisi. Idee su cui ognuno ha una sua opinione (avete presente le trasmissioni tv con tanti litigi?) ma portate avanti con onore, senza quel gusto (o retrogusto di ovvietà) che spesso lasciano i suonatori imporvvisati di tamburi.

 

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Di Carvelli (del 19/01/2007 @ 12:45:21, in diario, linkato 1358 volte)

«Lei: Credo che potrei innamorarmi di te.
Lui: Perché?
Lei: È una cosa che sento.
Lui: Credi a tutto quello che senti?
»


«A volte pare Altan, a volte Claire Bretécher, o i Peanuts, o Calvin & Hobbes (nomi grossi): ma è sempre lei. I suoi dialoghi sono già delle strisce, su vite e lavori e amori tutti ugualmente precari.»

Queste righe le ha scritte Stefano Bartezzaghi commentando il primo libro di Rossella Messina. Che è un libro fatto per sequenze di dialoghi a volte fulminanti, spiazzanti (vedi in cima e in fondo al post). Prima che sia il 25 gennaio (data dell'arrivo in libreria) mi permetto di consigliarvelo. Io ho letto e conosco Rossella (è lei che ha curato l'editing di Letti quando lavorava in Voland). Ho letto dicevo queste e altre cose e ho anche cercato con poca fortuna di farle arrivare ad un paio di editori ma...è inutile piangere sulle bozze versate (e questo vale per noi come per tutti gli aspiranti inviatori di dattiloscritti)...quello che è certo è che oltre all'arguzia del botta e risposta (leggetevi il suo blog www.pensavopeggio.splinder.com) c'è una sensibilità di racconto che emerge anche nelle cose più naarrative della Messina che spero di cuore che trovino la luce della stampa (specie Limbo che è l'inedito che ho amato durante la fine di un'estate un po' faticosa e vuota). Ma torniamo all'oggi, anzi al domani, o meglio al 25 gennaio e diciamo che se una volta si diceva "ditelo con i fiori"...ora io direi ditelo con Pensavopeggio (e c'è da credere che forse anche Lui capirà).

Lui:

Ho deciso di venirti incontro.

Lei:

Convivenza?

Lui:

Pensavo di passare dalle tue

parti per un caffè.

• • •

Lui:

Certe volte vorrei un figlio,

altre…

Lei:

Un pallone?

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Di Carvelli (del 23/01/2007 @ 09:03:14, in diario, linkato 5534 volte)
Nel sogno fumo un pacchetto di sigarette che non esistono. Fumo delle sigarette che ho comprato al tabaccaio, che ho scelte. Le ho indicate in cima ad un mucchio davanti alla cassa e le ho pagate e poi le fumo. Le sigarette sono bianche (filtro e tutto il resto). Sono avvolte in un pacchetto morbido. Di carta bianca. E ad occhio potrebbero somigliare alle sigarette del monopolio di stato meno conosciute e antiche. Tipo nazionali, n80, esportazione. Ma allo stesso tempo sembrano anche sigarette vecchie e basta. Marche che non ci sono più e che ha fumato una volta mio padre prima di decidere di smettere per non far respirare fumo ai figli piccoli. Come un fioretto. Una rinuncia. Una delle tante.
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