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 Il letto di aegina... di Carvelli
 
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L'Amore è l'agire in modo piacevole di udito, tatto, vista, gusto e odorato, ciascuno nel proprio ambito, presieduti dalla mente congiunta con l'anima. Ma in particolare l'Amore è, di quest'ultima, l'adeguata sensazione, pervasa dalla gioia che viene dalla consapevolezza e ricca di risultati, in relazione a uno speciale contatto.

Vatsyayana
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 05/02/2010 @ 08:59:10, in diario, linkato 756 volte)

storie - LA NUMERO 78
di Sebastián Lacunza

BUENOS AIRES Victoria Solo nel 2004, a 27 anni, «Analía» ha scoperto, grazie alle Nonne di Piazza di Maggio, di essere Victoria, di essere stata rubata appena nata ai suoi genitori desaparecidos e allevata da un «padre» che era uno dei torturatori dell'Esma. Ora è deputata e in un libro racconta la sua vita CONSERVATA Victoria Donda, l'onorevole Victoria Donda, la più giovane deputata della Camera argentina, figlia di desaparecidos, recuperata dalle Nonne della Piazza di Maggio, è La bella ragazza dai profondi occhi neri ha dovuto fare una strada lunga e difficile prima di conoscere il suo vero nome. Bambina rubata e allevata da un torturatore dell'Esma, la Scuola meccanica della Marina, ha saputo solo a 27 anni di essere figlia di genitori desaparecidos e nipote di un altro dei killer della dittatura. Un cammino traumatico, inatteso, in cui si ritrovò, mentre ancora adolesecente militava a sinistra, in misteriosa sintonia con un passato che allora le era ancora sconosciuto, fino a divenire nel 2007 la deputata più giovane del parlamento argentino. Forse la sua storia è la più drammatica dell'infinità di storie drammatiche dei cento figli di desaparecidos che sono riusciti a recuperare la loro identità nel corso degli ultimi trent'anni. E questa ragazza, che è stata la numero 78 a essere recuperata e ostenta un look inequivocabilmente porteño, ha trovato la forza di raccontarla nel libro «Mi nombre es Victoria» che è andata a presentare in questi giorni in alcune città d'Italia e a partire da domani, d'Europa. La bambina appena nata fu strappata dalle braccia di sua madre, María Hilda Pérez, detta «Cori», nella Escuela Superior de Mecánica de la Armada, l'Esma, il principale campo di concentramento e di morte della dittatura militare del '76-'83, in cui sparirono nel nulla più di cinquemila persone: attivisti sociali, militanti politici, guerriglieri e molti loro famigliari. Prima di scomparire, Cori riuscì a mettere a Victoria un cordoncino azzurro nel piccolo buco praticato nel lobo dell'orecchio. Al parto, nel 1977, presenziò Adolfo Donda, fratello di José María Donda, detto «el Cobo», padre di Victoria e militante montonero, la guerriglia della sinistra peronista. Il marinaio Adolfo, invece, era il capo del settore Operaciones dell'Esma e in quanto tale fu lui a organizzare il sequestro di suo fratello. Il militare si «prese cura» anche di Eva, la figlia che era nata un anno prima, e diede la neonata Victoria al guardiamarina Juan Antonio Azic. Carlos Lodrkipanidse, uno dei pochi sopravissuti dell'Esma, raccontò un fatto che dà un'idea definitiva di chi fosse Azic. «Quell'animale, mentre io era detenuto e legato a un letto nell'Esma, mi appoggiò sul petto mio figlio Roberto, che aveva allora 20 giorni d'età, e cominciò a torturarmi con la picana, quel pungolo che dà scariche elettrice a contatto col corpo, per estorcermi informazioni». Poi, tenendo il piccolo per i piedi e con la testa in giù, Azic disse: «Se non parli gli spacco la testa sul pavimento». La figlia di Cori e del Cobo crebbe con un «padre» come questo, che le diede il nome di «Analía». Per qualche ragione insondabile (forse un prete di sinistra a scuola) «Analía» si sentì attratta, fin dalla adolescenza che passò a Quilmes, un sobborgo della Gran Buenos Aires, dai movimenti sociali. Nel 2001, l'anno del collasso finale della forsennata decade ultra-liberista in Argentina, Victoria, già attiva militante all'università, si lanciò nelle strade insieme ad altri milioni di argentini furibondi e disperati, e, incredibilmente, trovò la comprensione di suo «padre». Il 24 luglio del 2003, un giovedì, un giudice ordinò l'arresto di Azic insieme ad altri torturatori della dittatura. Lo reclamava la giustizia spagnola e ancora non erano ripresi del tutto, in Argentina, i processi per crimini contro i diritti umani. Victoria, che si era ormai trasferita in un centro culturale, quel giorno, come tutti i giovedì, andò a casa per visitare la sua «famiglia» senza sapere della decisione del giudice. Azic, che la ragazza nel libro chiama «Raúl», appariva molto nervoso. Uscì di casa e alle due del mattino Victoria rispose a una telefonata: «Tuo padre si è sparato un colpo». Azic si sfigurò la faccia ma non riuscì ad ammazzarsi. Victoria nel libro racconta i sentimenti che provò davanti al letto dell'uomo che l'aveva rubata e che giaceva ora nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale navale: «Così, quando alla fine capii perché aveva preso quella tragica decisione, non sapevo più per cosa piangere: piangere per il tentato suicidio di mio padre, piangere per il dolore di mia madre, o piangere per i motivi che avevano portato al suo tentato suicidio? Mio padre improvvisamente aveva smesso di essere un innocente commerciante di frutta e verdura di Dock Sud per divenire una delle persone per il cui arresto io stavo lottando da anni. L'immagine di Raúl che mi aiutava con un po' di soldi, dandomi alcuni vecchi mobili o che semplicemente mi portava o veniva a prendermi da un posto come l'Azucena Villaflor, apparivano incongruenti e sfumate al pensiero che la donna a cui era intitolato quel centro culturale era una desaparecida, sequestrata da una squadra d'azione della dittatura». A partire da quel momento, la verità. Le Abuelas de Plaza de Mayo avevano già da tempo sospetti e l'8 ottobre del 2004 i test del dna restituirono ad «Analía» il suo vero nome. Victoria Donda non era l'unica figlia di desaparecidos di cui Azic si era appropriato. Però «Carla», adifferenza di sua «sorella», si oppose alle prove genetiche. Nel 2008, sempre grazie ai test del dna ordinati dalla giustizia su capi d'abbigliamento intimo della ragazza - il metodo alternativo che rimpiazza l'analisi del sangue - si seppe che «Carla» era in realtà Laura Ruiz Dameri, nata anche lei all'Esma, e che aveva altri due fratelli di sangue finiti in due famiglie diverse dopo che erano stati sequestrati i loro veri genitori. Tutti e tre - caso unico - recuperarono la loro identità. Il governo di Néstor Kirchner, fra il 2003 e il 2007, e quello di sua moglie Cristina che gli è succeduto alla Casa rosada, si sono meritati l'entusiasmo di tutti gli organismi e i gruppi di difesa dei diritti umani e anche di diversi partiti di sinistra, fra cui Libres del Sur, quello in cui milita Victoria. La ragazza è entrata in parlamento nel 2007, eletta dalla coalizione che appoggiava i Kirchner, tuttavia meno di un anno più tardi è passata nella fila dell'opposizione denunciano che il kirchnerismo si è allontanato dalle sue promesse originarie. Nonostante ciò, il suo gruppo alla Camera dei deputati a volta vota a favore del governo per bloccare la destra. Laura Ruiz Dameri, la sua «sorella» durante l'adolescenza, non ha ripreso i contatti, almeno in un primo momento, con la sua famiglia reale. Eva Donda, sorella di sangue di Victoria, milita in un organismo che sostiene l'amnistia per i killer e torturatori della dittatura, e difende a spada tratta suo zio, il marinaio Adolfo Donda. Che è stato condannato e si trova in carcere. Juan Azic, il torturatore che si era impadronito di Eva e Victoria, sconta la condanna in una clinica psichiatrica. La testimonianza di Victoria e di Laura è stata fondamentale per scagionare la moglie di Azic, che nel libro appare con il nome fittizio di «Graciela». Stando a quanto hanno sostenuto le «sorelle», lei non sapeva che entrambe fossero state rubate a detenute desaparecidas.

www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100204/pagina/16/pezzo/270709/

 
Di Carvelli (del 04/02/2010 @ 14:44:08, in diario, linkato 570 volte)
 
Di Carvelli (del 04/02/2010 @ 14:32:07, in diario, linkato 545 volte)
Ieri ho boicottato diverse pizzerie e ristoranti zona via Nazionale e ho testato (to taste voleva essere il verbo) il nuovo panino 100% italiano del Mc. Che alla fine è un panino buono punto. Carne, formaggio asiago, fogliette d'insalata... Insomma tutto quello che ti succede in qualsiasi bar o a casa tua. La norma cioè. L'effetto è rimarcato dal confronto con altro panino in menù ma devo dire che io ogni tanto e per definizione (e con un gusto tutto mio) non boicotto Mc. E penso al proposito a una battuta di Luttazzi sul suo yogurt preferito...ovvero che boicottare alle volte si può anche nella parzialità.
 
Di Carvelli (del 04/02/2010 @ 10:21:13, in diario, linkato 626 volte)
 
Di Carvelli (del 04/02/2010 @ 09:25:44, in diario, linkato 581 volte)

La buona notizia è che non abbiamo litigato. E non è/era scontato. Lo facciamo spesso. La buona notizia è che pur sapendo che si rischiava il litigio sono andato lo stesso. Molta gente mi critica. Molta gente dissente. Molta gente sa offrirmi soluzioni pratiche: non fare questo o quello. Non uscire con quelal persona. Di solito le soluzioni che mi si offrono sono facili. E in effetti anche a vederle sembrano le migliori. Ma ogni momento mi sono costretto a pensare che per scegliere bene devo scegliere in assoluto. Cosa cambia veramente e profondamente le cose. A questo penso. Solo a questo. A ben vedere la soluzione meno comoda, addomesticabile. Come uscire dalla metro alle 11 di sera e trovare il messaggio di una persona che chiede aiuto. Che faccio: finisco questi cento passi e mi butto a letto o...? O... Scelgo o.

La buona notizia è che ho visto un film-capolavoro, quello di Giorgio Diritti, L'uomo che verrà. Da quanto non vedevo un film così perfetto? Un film da storia del cinema italiano? E mi trovo costretto a tornare al secolo scorso e a piccoli passi sempre più a ritroso. Ne parlerò ancora.

 
Di Carvelli (del 03/02/2010 @ 15:39:37, in diario, linkato 781 volte)
 
Di Carvelli (del 03/02/2010 @ 10:33:16, in diario, linkato 619 volte)

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Se era il 1980 io avevo 12 anni. Se era in Yugoslavia - ed era lì - era a Capodistria o a Koper o Kopar (così abbiamo accontentato tutti) è lì che ho comprato questo LP. In un piccolo negozio frusto e triste, tra un ferro da stiro e un centrino. Questo brano lo avrò, tornato a Roma, lo avrò dicevo ascoltato almeno un migliaio di volte. E me ne ricordo ora. I can't stand it no more. Peter Frampton. Oggi, 3 febbraio 2010.

 
Di Carvelli (del 03/02/2010 @ 09:33:32, in diario, linkato 898 volte)

"Viaggiò. Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto le tende, lo smarrimento dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle amicizie troncate. Ritornò. Partecipò alla vita di mondo ed ebbe altri amori. Ma il ricordo incessante del primo glieli rendeva insipidi; e poi anche la veemenza del desiderio e la freschezza delle sensazioni erano svanite. La sua stessa forza d’animo s’era affievolita. Erano trascorsi anni grigi a puntellare l’ozio dell’ intelligenza e l’inerzia del cuore".

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale. Che titolo straordinario (sottotitolo a parte). Lo avrà dato lui?Sarà stata la convenzione a imporgli il sottotitolo "Storia di un giovane"? Siamo nel sesto capitolo e penultimo. Una specie di finale, prefinale visto che poi il libro si chiude con un settimo capitolo e con quasi questo titolo del post. E' quello che abbiamo avuto di meglio. E il meglio è il passato vissuto insieme e raccontato o raccontabile nella ricomposizione di sguardi tra due amici che fanno bilancio di una vita vissuta insieme. La citazione non la trovo nella versione di Lalla Romano in cui ho riletto il capolavoro di Flaubert. E' passato un po' di tempo e, purtroppo, non ricordo molte delle cose che avrei voluto dire a proposito. Del doppio finale, del gioco della dilazione. Del fatto che spesso l'amore che non si compie è il più perfetto. Quello che rimane nell'incertezza delle tante possibilità, nel perfetto dispiegarsi delle ambizioni e dei sogni. Così quello del protagonista per l'Arnoux. Un amore messo alla prova continua dell'incertezza e tempestato di ripensamenti. Sistole e diastole. Eppure, in definitiva, in conclusione, alle conclusioni definitive quello che abbiamo avuto di meglio.

 
Di Carvelli (del 02/02/2010 @ 12:23:40, in diario, linkato 559 volte)
 
Di Carvelli (del 02/02/2010 @ 08:49:59, in diario, linkato 646 volte)
In fondo cosa chiede? Qualcuno che capisca chi è. Uno che accetti come è fatta. Una persona che si curi di lei. A distanza e poi da vicino: così a caso. Se poi ci pensiamo non è molto. Ha passato una settimana terribile che non dice. Non dice che è stata male. Ha da sempre preso le consegne della durezza. Un po' è stata la famiglia un po' ha fatto il resto per lei: le scuole che sono state scelte per lei, lo sport che ha pensato di scegliere, i passatempi che ha creduto di prediligere rispetto ad altri che ha creduto di odiare. Ora mette in discussione tutto. Ora prova a cambiare e questo le dona un'aria bella anche se un po' infantile. Ma le dà un brivido di pace. Pace che non dura perché pace esterna. Solo un insieme di tecniche di resistenza. Solo io vedo tutto questo? Altri lo vedono? E, soprattutto: lei lo sa? Se ne accorge. Faccio finta di non capire. Faccio finta di non sapere per non bruciare le sorprese. Un giorno vedrà mi dico. Cose che spero per lei.
 
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