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 il letto di Alessandra... di Carvelli
 
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“Ascolta. Più sono gli uomini che hai avuto e più ti amo. Capisci quel che voglio dire?” “Perfettamente”. “Odio la purezza, odio la bontà! Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo”. “E allora, caro, dovrei essere proprio il tipo che fa per te, perché io sono corrotta fino al midollo”. “Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l’amore in quanto tale”. “L’adoro”.

George Orwell
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 20/07/2011 @ 12:32:56, in diario, linkato 478 volte)
 
Di Carvelli (del 20/07/2011 @ 12:29:47, in diario, linkato 683 volte)

Qualcosa

giovedì 7 luglio 2011

Il primo di luglio mi han telefonato mi han detto che una mia amica, che da quattro anni ha un tumore, sta molto male. Non riesce più a camminare, non muove le gambe, e fa fatica anche a muover le mani. Ha poco più, o poco meno, non lo so di preciso, di quarant’anni, e due bambini piccoli, una di cinque e uno di otto anni. Ha un tumore in bocca. “Di solito viene agli alcolizzati anziani”, mi ha detto quattro anni fa, quando mi ha raccontato quello che le stava succedendo, prima della prima operazione che le hanno fatto, gliene hanno fatte poi altre tre. Lei era praticamente astemia, aveva meno di quarant’anni.
Quando mi han detto così, il primo di luglio, ho scritto una mail alla mia amica, non le scrivevo da mesi, e poi ho pensato a un saggio di Daniele Giglioli, che era appena uscito per Quodlibet.
Il saggio si intitolava Senza trauma, e partiva dall’idea che “il tempo che stiamo vivendo possa essere definito come il tempo del trauma senza trauma; meglio ancora, del trauma dell’assenza di trauma”.
La mia amica ammalata di tumore, la cosa che le premeva di più, nel corso della sua malattia, era continuare a lavorare. Ha lavorato quasi sempre, prima da casa, poi in casa editrice, poi ancora da casa, poi ancora in casa editire, lavora in una casa editrice. Mi ha ricordato mio babbo, che è morto di tumore ai polmoni nel 1999, aveva quasi settantanni, e quando pensava a una possibile guarigione, la cosa che lo faceva star bene, era l’idea che sarebbe tornato su un cantiere, mio babbo lavorava sui cantieri.
Secondo Giglioli noi, oggi, non vivendo traumi, li immaginiamo dovunque. È “come se fossimo così traumatizzati dall’assenza di traumi reali da doverci constringere a inseguirli ansiosamente in ogni situazione immaginaria possibile. Immaginaria o perché fittizia, o perchè comunque accessibile soltanto in absentia, da lontano, non qui”.
A me piace moltissimo il modo in cui la mia amica ha parlato, in questi anni, del suo tumore. Era come se, con l’accanirsi della malattia, si accanisse anche lei, sempre di più, nella sua restistenza. Mi ha fatto venire in mente (e gliel’ho detto, una volta) quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’è stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakoviè. Come per dire: “Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore”.
“Non è da tutti farsi succedere qualcosa”, scrive Giglioli, e lo scrive come se “farsi succedere qualcosa”, subire un trama, in questo mondo senza traumi, fosse una specie di fortuna.
Dodici anni fa, nel 1999, mi sono ustionato il 30 per cento del corpo, per un incidente automobilistico. Ho passato 77 giorni in ospedale, mi hanno fatto nove operazioni, i primi trenta giorni non riuscivo a camminare, il mio desiderio più grosso era mettermi una giacca marrone, che avevo allora e che mi sembrava molto elegante, e fumare una sigaretta a una fermata dell’autobus. Poi l’autobus arrivava, io buttavo via la sigaretta e salivo sull’autobus. Una volta, parlando con la fisioterapista, nel cortile dell’ospedale, avevo già ricominciato a camminare, le ho detto: “Quando mi passerà la mia malattia…”. “Non è una malattia, – mi ha detto lei, – è un trauma”.

http://www.paolonori.it/qualcosa-3/#more-11445

 
Di Carvelli (del 20/07/2011 @ 09:04:23, in diario, linkato 500 volte)
 
Di Carvelli (del 20/07/2011 @ 08:57:39, in diario, linkato 432 volte)
La persona che ero è la pesona che sono? C'è un filo che lega il carattere di prima e quello di oggi? Era meglio prima o ora? Molti si fanno queste domande inutili come se il passaggio da un tempo a un altro sia un accadimento atto da noi - noisoli - e nell'irreversibilità. E comunque e sempre letto da noi. Ieri ascoltavo una persona che notava come un'altra persona fosse molto cambiata negli anni. Più chiusa, più riservata. Lei aveva avuto la fortuna di conoscere quella che a lei sembrava la versione migliore. ma mi sono chiesto: migliore per chi? Siamo sicuri che lui non si trovi meglio ora? Con una riservatezza maggiore, quello stare in punta di piedi? Magari gli è servito nel lavoro. Magari lo ha aiutato a gestire il matrimonio. Non so. E poi: quante volte ancora cambierà? Magari facendo un piccolo scostamento da quello che ora è?
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 18:31:10, in diario, linkato 425 volte)
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 18:30:00, in diario, linkato 906 volte)
Sull'album di fotografie di una signorina

Alla fine mi hai concesso l'album, che,
Appena aperto, mi ha scombinato.
Tutte le tue età
In lucido o in opaco su erti fogli neri!
Troppa pasticceria, e troppa sostanza:
Immagini così nutrienti da ingozzarmi.

Strabico mi avvento su una posa dopo l'altra:
Con le treccine e un gatto restio stretto in braccio;
O adorna tu di pelliccia, il giorno del diploma;
O con la mano a rialzare una rosa pendula
Dal graticcio fiorito; o con il cappello da uomo

(Un po' inquietante, questa, per molti versi).
Da ogni Iato tu attenti al mio controllo,
E anche con quegli sgradevoli tizi
Che s'aggirano disinvolti fra i tuoi anni verdi:
Nell'insieme, direi, non certo alla tua altezza.

Ma la fotografia! Fedele e deludente
Quanto nessuna delle arti, che registra come insipidi
I giorni insipidi, come finti i sorrisi a comando,
E non censura presenze incongrue tipo un bucato steso
O la pubblicità di una marca di colori,

Che svela la riluttanza del gatto e ogni piega
Di un doppio mento, oh quanta grazia
Con l'istantanea riversa sul tuo viso!
Mi convince perentoria che qui c'è
Una ragazza vera in un posto vero

Empiricamente reale in tutti i sensi.
O è soltanto il passato? Quei fiori, quel cancello,
Quei parchi brumosi, quelle auto ci straziano
Solo perché non ci sono più; e tu
Mi stringi il cuore con la tua aria datata.

Sì, certo; dopotutto però noi non piangiamo solo
Per quello che è ormai escluso, ma perché l'esclusione
Ci fa liberi di piangere. Sappiamo che ciò che fu
Non verrà a chiederci di giustificare
La nostra pena, per quanto urlata sopra

II gran vuoto fra l'occhio e il foglio dell'album. Resto così
A rimpiangere (sicuramente senza effetto)
Te in equilibrio sulla bicicletta contro una staccionata,
A chiedermi se ti accorgeresti del furto
Di questa di te che fai il bagno; a condensare,

Insomma, un passato che nessuno ora può dividere con te,
Di chiunque sarà il tuo futuro; fermo e impassibile
Ti tiene come un cielo dove tu stai,
Invariabilmente bella, più piccola e più chiara
Man mano che passano gli anni.
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 12:45:50, in diario, linkato 427 volte)
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 12:45:10, in diario, linkato 438 volte)
Estate di San Martino

Le colline e le rive del Po sono un giallo bruciato
e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei - come fosse un amico -
Da domani abbandono Torino- e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in Prigione.
Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
a Torino, a quest'ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiale e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l'inverno non esco mai più.
Nei paesi novembre è un bel mese dell'anno:
c'è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c'è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l'odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest'ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finché è tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest'oggi ha saltato l'ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola così?
Giorno e notte - l'ufficio - le scale - la stanza da letto -
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere -
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il piú bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest'oggi, starei sempre qui.
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 11:48:18, in diario, linkato 462 volte)
 
Di Carvelli (del 19/07/2011 @ 11:42:43, in diario, linkato 506 volte)
Mi mancavano un po' le recensioni di Roberto Escobar (ora non più al Domenicale del Sole a cui un po' manca la sua attenzione nitida) e lo ritrovo ora in L'Espresso (che di solito non compro e che ho trovato molto migliorato, senza più quella patina stilosa di tempo fa). Sabato (ho intercettato su una tv non mia che non ho) un bel documentario sui linciaggi degli italiani emigrati negli USA alla fine di due secoli fa (e già). Molto interessante.
 
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