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 Il letto cullacuccia di Edlin... di Carvelli
 
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Fuggi da ogni grandezza: la vita nostra in una povera casa può andare oltre quella dei re e degli amici dei re. (...) la roba che non ci si adatta è come il calzare del proverbio che troppo largo ci inciampa e troppo stretto ci piaga.

Orazio
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 29/01/2004 @ 10:34:09, in diario, linkato 1340 volte)

Giornali, mercato, imprese, manipolazioni, affari sporchi: intervista con Beppe Grillo "Se la pubblicità governa l'informazione..."

di ROBERTO CARVELLI

Mezzogiorno, sole. Beppe Grillo è nella sua stanza all’albergo Sheraton golf. Roma. Accappatoio celeste e nessuna distanza da divo. Nell’arrivare alla costruzione bassa stile country del residence si passa il nuovo palazzo della Telecom (singolare coincidenza questa vicinanza al colosso con cui il genovese è in causa perpetua. Una vittoria e tanti rinvii, il punteggio attuale. Famoso il caso in cui comprate due azioni Grillo andò a parlare all’assemblea degli azionisti Stet sbugiardando pubblicamente gli inganni di alcuni.). Quella che si passa è una Roma periferica fatta di grandi spazi e costruzioni moderne dopo il classicismo fascista dell’EUR. Qui Grillo ha appena passato una notte e sta per trasferirsi in un hotel più vicino al Palaghiaccio dove il suo monologo “Apocalisse morbida” ha già fatto registrare il tutto esaurito tre date su tre. Ha appena finito la doccia e senza cerimonie sediamo attorno al tavolo. Non si fa in tempo a fare una domanda che già si è in un vortice di comicità. Compone per otto volte il numero della reception a caccia di una colazione e intanto sfoglia i giornali che commenta perplesso. - Quali sono le parti di un giornale che salti a piedi pari e su cosa ti concentri? “Comincio dalla fine, osservo l’informazione che è la più dannosa cioè la pubblicità...più che dannosa è mischiata alle notizie, non so... si parla della ricerca sul cancro e al fianco c’è la pubblicità non più delle sigarette ma delle automobili che sono una delle cause del cancro. Il giornale ha due direttori. Uno è la pubblicità che è ormai il direttore di più della metà...ma poi già pubblicità è un nome buono. Io non sono contro la pubblicità sono contro il fatto che io la compro col giornale. Se tu me la dai a parte, a 500 lire e poi ho un giornale che mi costa 2000 solo di notizie allora mi sta bene: questo è libero mercato, domanda e offerta. Poi del giornale leggo le cronache cittadine e salto completamente le prime 3-4 pagine. E questo lo facciamo in tantissimi mentre i giornalisti sono convinti che il loro articolo, l’opinione, venga letto: se lo leggono tra loro. Oggi il giornale se vivesse con il grano che gli dà il lettore chiuderebbe in tre giorni. Si continua a parlare con questo paradosso, che è finanziato dalla gente che non lo sa di finanziarlo. Io non faccio uno spettacolo finanziato, metto un biglietto, la gente paga, domanda e offerta. Se io mettessi fuori Pirelli, Heineken o Philip Morris anche se non viene nessuno mi pagherebbe chi fuma. E’ questo rapporto a tre che è schifoso, a tre con amante. In televisione adesso si paga mentre vai al gabinetto, mentre mangi ma mai mentre la vedi. Con un giornale così alla gente non gliela dai la possibilità di scegliere.” - La fai mai la spesa? “Sì, io vivo in campagna quindi c’è ancora un rapporto col negozietto che ci dà tutto. Poi mia moglie va a qualche supermercato o ad un hard-discount che però non è tanto fornito” - E che fai... eviti le grandi marche? “No, è una vita impossibile, all’inizio sì, ci ho provato a fare il boicottaggio: avevo costretto anche mia moglie che stava diventando matta perché ormai con le multinazionali i marchi non s’identificano più. Io c’ho messo una vita per non fargli comprare i pelati Cirio oppure la Nestlè ma non ce la fai... poi alla fine ti trovi l’acqua San Pellegrino che se la sono comprata senza dirti niente. Da qualsiasi parte tu li finanzi, a meno che tu non abbia l’informazione sul prodotto ma è debole. Siamo passati da una fase in cui c’era scritto non contiene o il light, la famosa industria del light: pagare di più quello che non c’è... un’idea di marketing geniale. Per me la pubblicità è la più grande invenzione dell’umanità, diabolica. E’ quello che ha condizionato la mente dell’umanità negli ultimi cento anni. Ha condizionato la vita, la morte, l’economia tutto.” - Quindi se dovessi dare consigli a chi va a fare la spesa... “E’ una lotta impari. Io ho fatto tradurre dal tedesco il libro di un tedesco, Hans Grimm, L’imbroglio nella zuppa (editore Andromeda), che finalmente fa nomi e cognomi... aromi naturali, chi li produce che cosa fanno... andiamo verso la nutriceutica, la nutrizione con la farmaceutica. Tu pensa che la più grande azienda alimentare del mondo è la Philip Morris, chi produce cibo - con questi trust farmaceutica, chimica, nutrizionale, pesticidi - sono ormai le grandi case farmaceutiche. La Shell ha il 90 % per cento di brevetti sui semi, l’Union quella di Bhopal ha il brevetto su quasi l’80% dei legumi, cioè dei serial killer hanno il brevetto sugli alimenti delle prossime generazioni.” - C’è una forma di pubblicità che ti dà particolarmente fastidio, come tipologia più che come marchio? “A me dà fastidio che non ci sia più distinzione tra informazione e pubblicità... anche l’informazione negativa ora è pubblicità... ‘Non mi sarei mai drogato se non avessi visto quei meravigliosi spot contro la droga che avete fatto in televisione’: questa è la risposta di un tossico che aveva sterminato la famiglia. Passano sotto forma di spot delle cose molto pericolose che sono parabole religiose tipo insegnare ad un bambino che cos’è la differenza con le banane. Ciquita, t’insegna ad eliminare le differenze: la banana diversa non ha bolla, non fa parte della grande famiglia Ciquita...è una parabola religiosa camuffata da spottino carino...tutto ciò che è diverso va scartato. Quindi passare da una banana ad un omosessuale, ad un handicappato è un passo. Questo mi fa paura: il lato benevolo, sorridente. La favola raccontata al bambino sotto forma di piccolo consumatore. Anche nella favola c’era il cattivo e il buono... oggi è il buono che uccide più di tutti. Il mondo in mano a chi vende è spaventoso.” - Non vedi difese? “La difesa è che il mondo sta decomponendosi, bisogna prepararsi a questo tipo di decomposizione che potrà essere morbida come ‘inflazione zero’: stagna tutto e gli economisti sono entusiasti. La fine di questo sistema che ha voluto abbinare l’economia alla matematica: come se tutta la tua vita dipendesse da uno 0,005. Questa formula della crescita: fare di più, scrivere di più. Tutto ciò che cresce è destinato a mutare repentinamente. L’economista ti dice che se il PIL si raddoppia stai bene il doppio ma mica è vero, esiste solo nella fantasia malata di quest’uomo. In natura non è così: non è mica detto che a 40° stai meglio che a 20°, stai peggio...se tu respiri il 42% di ossigeno invece che il 21 prendi fuoco. La crescita non può essere infinita e questi nobel ultimi te lo dicono, l’indiano lì ti parla dell’economia della non-crescita. Noi saremo felici quando sul giornale comparirà: ‘Finalmente il PIL si è abbassato di un punto’ e sarà data come una grande notizia ottimista.” - Altro che il calcio...E’ come se fosse tutto drogato, dopato? “E’ tutto dopato, son malati di mente questi qua. Da quando ci sono due uomini ai 5 miliardi di oggi ci son stati 34 passaggi... ne bastano 4 o 5 e avremo 10 persone a metro quadro. L’unica cosa che potrà sempre andare avanti è il negativo, il debito pubblico. Tutte le grandi distribuzioni... la Coop... ormai sono banche: il loro guadagno è prendere soldi in contanti e speculare sui cambi per sei mesi, perché pagano i fornitori a sei mesi. La Fiat ormai fa più utili speculando con le sue filiali in Germania, Bulgaria, attraverso le sue banche in Svizzera, speculando sui cambi. Le macchine ormai le stanno abbandonando. Non vedi cosa stanno facendo? Si comprano i Mediterranee, i villaggi-vacanza perché hanno rovinato l’aria delle città... ti fanno respirare merda in città però ti danno l’aria buona in vacanza; sono banche in realtà... comprano e vendono denaro, non automobili. Ti parlo di tutte le grandi multinazionali: la Siemens ha fatto un utile di 20.000 miliardi mica vendendo componenti, con il cambio del marco. Ormai sono tutte banche se ci fai caso. Abbiamo regalato l’economia a della gente che ha devastato l’umanità. Prendi la storia: chi finanziava la guerra erano sempre delle banche, i Rotschild, i Rockefeller. Anche i produttori di formaggio diventano banche: se tu hai dieci forme di grana, le dai ad un deposito, ti dà dei libretti di assegni come una banca. Cioè loro hanno diecimila forme a deposito e loro ti danno dei certificati di credito. Coi ‘derivati’ tu compri mille forme tra due anni e pattuisci il prezzo adesso: sono forme che non esistono, che non c’è l’azienda che le fa, che hanno un valore che non si sa però determinato e le banche ti danno i soldi per poter operare. Non c’è più bisogno di produrre le forme di grana. Io vengo da Genova no?! La redditività del porto si misura in spostamenti di container: nessuno si chiede più che cosa c’è dentro. E’ lo spostamento del container che crea la ricchezza e crea lavoro: potrebbe anche non esserci niente come il 40% di camion che girano in Europa è vuoto. Come noi abbiamo almeno 10 centrali elettriche, nucleari che fanno 1 miliardo di watt che producono elettricità per i nostri utensili spenti: la cultura dello stand by, il campanello. Antitrust, Autorithy son parole che non vogliono dire più niente, guarda quello che stanno facendo con l’Enel, la chiamano liberalizzazione o privatizzazione, queste parole non vogliono dire niente. Oggi il privato sei tu che hai nome cognome e indirizzo. Privatizzazione? Oggi ‘i privati’ sono anonimi, a responsabilità limitate, molto, e alle isole Cayman. Scusa ma chi è che ha fatto i miliardi di miliardi di danni col buco nell’ozono, l’effetto-serra, si sciolgono i ghiacciai... sono miliardi di dollari che li ha fatti un privato: li ha fatti un’azienda che si chiama Dupont, IC, Montedison... gente privata e chi li paga i danni... il pubblico. I danni dell’acqua potabile chi li fa: il privato compra un chilo di atrazina a 30.000 lire, la mette nel campo, va nell’acqua potabile e il pubblico la toglie a 300 milioni al litro... i rapporti son questi. Pubblico e privato non esiste più la distinzione: il pubblico è formato da privati che l’hanno depredato. La vera liberalizzazione l’hanno fatta paesi piccoli: hanno fatto un referendum, si sono tagliati i fili, le persone se li sono comprati, io mi faccio la mia energia, se ne faccio un po’ di più te la vendo. Son stato io nel paese in Germania quando l’hanno inaugurato, a Schonou. Adesso 200 comuni hanno fatto causa al monopolista per comprarsi la distribuzione dell’elettricità.” - A proposito di elettricità: tu la useresti la macchina elettrica? “Ce l’ho. Io quello che dico ho cercato di viverlo. A casa mia io ho un impianto fotovoltaico e un impianto di pannelli per l’acqua. la macchina non è possibile prenderla perché non danno l’immatricolazione oppure ti danno delle cagate della Fiat che non ci fai una salita. Ci sono ma non le fanno entrare o costano i sessanta milioni o son due posti, piene di batterie. L’impianto ce l’ho: appena si liberalizzerà il mercato, ma ci credo poco, sono pronto. Io la produzione d’energia la faccio: il problema di farla è che quando non la usi che ne fai? Ti tocca accumularla in batterie che diventa un disastro ambientale anche quello. Io tolgo due tonnellate di Co2 nell’atmosfera all’anno: mi dovrebbero dar dei premi, mi dovrebbero ringraziare dire ‘sto signore ha tolto 2 tonnellate se facessero tutti come lui niente buco dell’ozono’ e invece ti mettono il bastone tra le ruote. La elettricità che vendo, la dovrei dare alla rete ma dato che la rete ha il monopolio ti dice ‘io gliela pago ma lei si deve mettere a sue spese una stazione di protezione che costa sessanta milioni’. Sono vergognosi perché raccontano balle. Ti dicono ‘se i nostri operai vanno sulla linea e tu gli stai mandando energia possono rimanere fulminati’. Quando vanno sulla linea staccano la corrente e quindi staccano anche il mio impianto perché io produco elettricità a 24 volt per portarla a 220 ho un apparecchio che si chiama inverter che è collegato alla rete e quindi se stacchi la rete stacchi anche me. Se una cosa del genere la vai a dire in Danimarca o Svezia o Germania, ti ridono dietro. E’ come la storia del dentifricio al fluoro che serve a prevenire la carie che se vai a vedere è una bufala pazzesca perché persino se vai dove hanno l’acqua fluorata alla fonte hanno dei denti che gli cadono a pezzi. La storia è che l’Alcoa aveva come rifiuto tossico della lavorazione dell’alluminio il fluoruro e si sono domandati come potevano smaltirlo. Gliela facciamo comprare alla gente così la smaltisce attraverso i loro filtri che sono i reni, filtri perfetti. Così si sono inventati un dentifricio al fluoro. Si sono inventati uno smaltimento di rifiuti redditizio. Tornando agli Usa, lì il fluoruro te lo mandano ormai via rubinetto e ci sono un sacco di cause: non puoi obbligare la gente a curarsi, oltretutto il fluoruro è la base del 40% di tutti i tranquillanti, spegne le attività intellettive, lo davano nei campi di concentramento.” - Un’altra delle manie d’oggi: il superenalotto. Che cos’è: un altro segnale di questa ansia di crescita o...? “E’ una cultura della cattiveria. Con una probabilità su 600.000 non vinci mai e diventi sempre più cattivo, come il giocatore che pensa che quella lì sia la soluzione e trascura le altre cose. E’ la cultura del rubare al povero, il ricco se ne sbatte. Il povero... vedi i discorsi che fa, non sa come spenderli. Dai 100 miliardi ad un povero e vanno in mano agli avvocati, ai notai, ai banchieri. Se un casinò non permette ai propri residenti di giocare, c’è evidentemente una politica di protezione, dice ‘almeno a voi non vi rovino’. E’ possibile che lo stato debba rovinare i suoi cittadini!? Ti dirò di più: la cultura del superenalotto diventerà obbligatoria. Magari potranno trattenere dall’ICI una percentuale ed estrarre un codice fiscale, ormai ce l’hanno pure i nascituri. Diecimila per uno, un codice ad estrazione e via...” - Qual è una città ideale secondo te? “E’ piccola... Ce ne sono tante, al Sud, in Sicilia è pieno: Catania, Palermo... Il futuro non è le 72 ore del vietnamita o del cinese. Il futuro è un buon clima, un ambiente salubre...la gente mica vuole i proporzionali, i maggioritari, l’inflazione allo 0,02, se ne sbatte, vuole una vita normale che esci, respiri, puoi far giocare i tuoi figli senza che te li stirino le automobili. Io non voglio più essere considerato ‘una zona a rischio’, io sono una persona. I ragazzi non hanno manco più la concezione di cosa sia una bestia, non fanno più la distinzione tra vivo e morto ma tra cotto e crudo. ‘I polli girano crudi, mamma’ ho sentito dire un bambino. Siamo in una fase di disgregazione ...per il mio lavoro è straordinario.” - Per questo hai scelto la difesa dei consumatori? “Io non ho scelto, mi ha scelto... Non è la battaglia dei consumatori ma dei consumati. Prendi questo vasino di marmellata: le arance arrivano dal Venezuela, lo zucchero dalla canna cubana, il tappo è fatto con l’alluminio quindi con la bauxite, la carta quindi il legno, il vetro quindi il silicio, è trasportato col petrolio... questo vasetto ha fatto mille chilometri su magari bruciando petrolio, causando danni... dietro c’è una compagnia petrolifera, una compagnia giapponese che disbosca per fare la carta... eppure è un vasettino che al mattino ti fa piacere, te la spalmi e non gli dai il suo valore. Questo vasino, per il percorso che ha fatto, dovrebbe costare un milione e mezzo... magari sono morte dieci persone nella miniera... è un piccolo killer che tu ti spalmi. Questa è la politica, non ce n’è altra.” - Ecco a proposito di politica: che pensi di quella italiana? “Io vedo una bellissima situazione a livello cittadino: c’è gente che ha capito come si fa la politica, è gente onesta, che si dà da fare. Dove si sta a contatto con la gente vedo della gente valida, sono contento. Il resto... è una specie d’istituto psichiatrico dove si parlano tra di loro e vengono tenuti in vita da una marca di televisori, da un microfono con su una sigla. Sarebbe bello vedere uno che esce e alla prima domanda i giornalisti scappano tutti. Non credo poi che abbiano grande influenza quando ormai le decisioni vengono prese a ventimila chilometri. Sull’alimentazione c’è il Codex alimentarius che decide per tutto il mondo... ricordati: i grandi killer dell’umanità avranno i nomi in latino. Sono quelli che ti dicono che il tuo corpo può assorbire lo 0,02 di benzene, sotto quella soglia lì non ti succede niente... decidono politicamente la tua salute. Il tuo grado di tolleranza a un veleno è politico deciso in un ufficetto di 70 mq a Roma, vicino al Colosseo. Questo modo di pensare che ci possa essere una tolleranza... basta: se una cosa fa male non ci deve essere. Che vuol dire che siamo ‘tollerabili’...cosa vuol dire: è come essere un po’ incinta. I poteri sono nascosti in queste sigle: fondo monetario, adeguamenti strutturali... Tu fai tutti i conti ma dal prossimo anno una banca a duemila chilometri da casa tua decide se i tuoi figli potranno andare a scuola il prossimo anno abbassando il tasso di sconto.” - Non ti è mai venuta voglia di fare un giornale per dare risonanza a questo modo di fare controinformazione? “Ma come fai con questo sistema... Il mio giornale è parlato. Nell’arco degli anni è passata tanta gente e magari qualche risultato lo abbiamo ottenuto, magari hanno anche cambiato qualche cosa nella loro vita. Piccole cose: comprare una roba, porsi un dubbio, importante sai.” - Pure il discount è nato da questo tipo di contropubblicità, come risposta al bombardamento delle marche, alle raccolte di punti...? “Certo. Non se ne parla più dei discount ed è giusto che non se ne parli però sono 2800 punti in Italia.” - La raccolta differenziata la fai? “No, dai... chi è che ci crede, qualche assessoretto. Non ha funzionato in Germania con il ‘punto verde’: hanno trovato tutto nelle discariche della Germania dell’Est. La gente divideva e buttavano di là. Pensa se funzionassero 8000 comuni che riciclano ho fatto il conto, avremmo almeno 100 panchine a testa, 5 miliardi di panchine, 6 miliardi di pannelli fonoassorbenti, 100 miliardi di altalene. La gente pensa che una bottiglia torna una bottiglia: una bottiglia fa una panchina... altalene. Il punto è come si producono: il problema è che si confonde il riutilizzo con il riciclaggio. Il riutilizzo è la forma vera ma su questo dobbiamo imparare dai paesi del terzo mondo: gli ingegneri indiani sono dei maghi del riutilizzo. Prendi i frigoriferi: io non ho bisogno di cambiare 10 frigoriferi ma del servizio del freddo. Il frigo è una tremenda idiozia tecnologica: c’è l’aria fredda fuori, tu hai bruciato già petrolio per farne 25° in casa il frigorifero prende l’aria che hai già scaldato e la riporta a 0°. Basterebbe prendere l’aria da fuori d’inverno, poi per l’estate è a sud, in area coibentata, basta un motorino. L’hanno fatto un frigorifero che dura 100 anni, si chiama Fria. Tu non paghi un frigorifero ma un’azienda che ogni anno ti garantisce le temperature che vuoi in base alle tue esigenze. E’ questione di mentalità. In California chi è che si compra più macchine: hai delle aziende che ti danno la macchina che vuoi in base alle tue esigenze. Jeep, familiari, spider... non c’è più una tonnellata che marcisce lì fuori. Vendono chilometri. Se tu ti fai il calcolo di quanto ti costa a chilometri percorsi la tua macchina ti tiri un colpo di fucile. Dalla produzione al servizio. La Rank Xerox ha fatto così: leader nel mondo ha detto non facciamo più fotocopiatrici, vendiamo servizio fotocopie. Ti dà la macchina gratis e tu paghi un tot a fotocopia. Dato che se si rompono sono fatti suoi le fanno benissimo le macchine e le fanno che se si rompono si sostituisce un pezzo e non come succede a te che se ti si rompe un pezzo la butti perché ti costa quanto la macchina. Il rifiuto vero è il prodotto, non il rifiuto. Non abbiamo bisogno di produrre più corrente ma di razionalizzarla. 250 milioni di televisori in Europa spenti solo con il led a 4 chilowatt consumano un miliardo di chilowatt. Centrali atomiche che producono per i led... e mi vieni a parlare di nuove centrali, gasdotti. Negli Stati Uniti, la più grande compagnia che vende elettricità ha chiuso il reparto progettazione nuove centrali. Ottimizza il suo servizio: ha aumentato il costo dell’elettricità ma nel contempo ha regalato gli elettrodomestici a basso consumo alla gente.” - Parli spesso della Germania per rimanere al vicino. Ti sembra un modello? “Hanno già un’altra prospettiva visto chi è andato al governo. Lì i Verdi mica vanno a proteggere un bosco... ti tirano fuori argomentazioni così. Quando la Shell stava per svuotare in alto mare le piattaforme col petrolio Kohl è andato in televisione e ha detto ‘non farò più benzina alla Shell’...te lo immagini uno da noi che dice ‘non farò più benzina alla Ip se non farà questa cosa qui’. Il re del Belgio ha detto ‘non fate più benzina alla Shell’, nessuno è andato più, i fatturati sono andati giù e la Shell ha detto ‘va bene la smontiamo e via’. Che i lassativi tu in Germania li compri dal panettiere non lo sa nessuno. Vai dal panettiere e per obbligo di legge ti vende un pane lassativo, naturale, con ricetta usl che contiene dieci tipi di crusche.” - L’immigrazione si può considerare un effetto di questo catena di responsabilità? “E’ un effetto e lo vediamo ma le puntate precedenti ce le siamo dimenticate. Quando gli albanesi hanno visto cosa mangiano i gatti in Italia hanno detto se i gatti mangiano così... e arrivano a Brindisi, basta che vedono com’è Brindisi e ritornano indietro. A Valona hanno scoperto che c’era la rivoluzione dalla televisione italiana... sono scesi per strada ed è scoppiato il casino. La televisione anticipa la realtà, la fa accadere.” - Pensi che possano venire speranze dall’Europa? “Penso che la follia dell’Europa sarà il colpo di grazia con questa Inghilterra ormai cameriera degli americani... è una grande manovra dei soliti banchieri, gente perfida. Sono come gli ingegneri genetici che perfezionano la natura, loro. La natura ha una tecnologia di 5 miliardi di anni e non di un masterino di dieci anni. Questa gente non si ferma. Dare una moneta unica mondiale con un nuovo pensiero unico mondiale che è il mercato. Ci saranno i franchising, i McDonald i Benetton... che te ne frega se uno è più intelligente di un altro quando deve friggere le patatine 30 secondi, ci puoi mettere chiunque.” - Credi che l’associazionismo, la solidarietà, le religioni possano avere un ruolo di controllo su questa disgregazione? “No, basta, bisogna finirla: è una piaga.... la solidarietà col cuore ha fatto più danni che... Anche il Telethon ha una copertura SIAE sul nome che va a Jerry Lewis... son tutte per far arricchire la Telecom.” - Tu spesso hai parlato di salute o hai ironizzato sul mondo della sanità. “La sanità oggi è ‘il problema’. La cura è la malattia. La cura crea la malattia. L’AZT come controindicazione ha la sindrome d’immunodeficienza, cioè l’AIDS. Prima c’era la battaglia dell’Uomo con Dio... adesso dell’Uomo contro l’Uomo. La tua difesa è quello che ti aggredisce. Perché ho fatto uno spettacolo sul Medioevo: nel Medioevo morivano perché non sapevano che il topo portava la peste. Oggi tutto quello che non vedi non c’è...l’elettromagnetismo non si vede e porta il cancro...”. - Il segreto è informarsi, quindi? “E’ l’unica. Ma l’informazione è in mano a chi vende non a chi compra. La speranza doveva essere internet ma adesso sembra mettersi male.”

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Di Carvelli (del 29/01/2004 @ 07:30:20, in diario, linkato 836 volte)

Dopo il massacro dell’editing al libro (un massacro alla fine anche molto istruttivo)…Aridanghete ancora film di neve. Un abbonamento quasi. Kitchen stories era quella che serviva: una tranquilla serie di location scandinave (il gioco Norvegia/Svezia per noi non abbastanza significante lo immagino pregno di conseguenze per spettatore autoctono), un ritmo lento, una pace. Il tutto per fare da contrafforte a tutta quella fatica delle parole del senso giusto, del modo migliore di dire le cose che non dici in altro modo che in maniera confusa salvo scoprire che in realtà (come in una terapia della saggezza che scava) dirle e non dirle cambia poco, specie se in un solo aggettivo due righe dopo dici tutto. Il film, piccolo apologo riuscito sull’amicizia, sentimentale senza smettere l’aplomb nordico, ci piace. Come piace un piatto caldo se hai freddo (ancora!!). Quindi se non gridiamo al capolavoro, alla fine – terapeuticamente – ne usciamo in pace. E forse con la convinzione che al cinema la neve riposa. A parte Shining, certo.

 

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Di Carvelli (del 28/01/2004 @ 07:57:21, in diario, linkato 950 volte)

Non so se succeda a molti. Io in genere non sono di quei tipi molto mistici che sono pronti a ricadere sul destino il senso del molto che ci accade. Non uno che ricorre alla parola “segni” come ad uno spartiacque tra realtà e immaginario. Eppure non fatico, anche se con serena lucidità, a riconoscere l’intromissione di alcuni elementi di magia nel quotidiano. Magari non sto lì a fare troppe dissertazioni o panegirici ma li registro. Un esempio. Sere fa ero in trattoria con una mia amica e ahimè mi sono lanciato in un discorso assai complesso. Assai, davvero. In tutto. Forma e sostanza. E stavo lì che mi prodigavo nello scegliere gli esempi e le metafore (in certi discordi sono quasi basilari). Mi arrampicavo sui sentieri della scienza come su quelli della storia. Cercavo evidenze biologiche che dessero forza al mio parlare. Si dà il caso che al fianco nostro mangiasse una comitiva di olandesi in visita pastorale parrocchiale con tanto di due pretoni a rappresentanza. Della detta comitiva uno un po’ avvinazzato si sforzava in spagnolo di mostrare tutta la sua gioia per questo pellegrinaggio poi ripiombava sulla sua coda ala vaccinara. Io proseguivo dissertazioni ma arrancavo. Poi la tavola di fianco si sgombrava di fedeli e il tipo di cui ho già detto s avvicinava al nostro tavolo dicendo queste parole (non so se le trascrivo correttamente):

MUY COMPLICADO - MUCHAS PALABRAS – ADIOS.

La casualità è l’obbligo. Lui non sapeva di cosa parlavamo (parlavamo un’altra lingua a cui lo spagnolo è solo lateralmente vicino), noi non sapevamo nulla di lui e viceversa. Probabilmente il terzetto semantico gli era stato suggerito dai fumi dell’alcol. Probabilmente aveva solo dato tromba ad un pensiero ricorrente o estemporaneo fatto sta che le frasi hanno interrotto la difficile esecuzione del discorso, il suo problematico avanzamento e ci hanno gettato addosso l’ombra di una grande verità. Per quanto inconsapevole. Inconsapevole, dico, alla sua e alla nostra riflessione. Ecco questo deve essere: le reciproche finalizzazioni personali si trovano avvicinate così d’improvviso e non casualmente e, come se bramassero risposte, finissero per trovarle sulla bocca di un altro. O ancora: la frase di qualcuno si fa mezzo di questa ricerca di verità. O… boh!

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Di Carvelli (del 27/01/2004 @ 07:30:53, in diario, linkato 1355 volte)

 

                                                     

In pratica dovrei fare così. Dire… tricchetracche il Presidente ha detto… tricchetracche però Fassino, Rutellone, Dai leva, hanno risposto…. Ma tricchetracche è buono quello, il Presidente. Magari sta pure in qualche libro la logica del panino, dico libro di comunicazione, non libropaga. Bene ha fatto la vicedirettrice che si è dimessa sola al monotono refrain tappetino degli altri “si fa così, che ci possiamo fare”. Siamo candidati per essere con fierezza il paese che ha spalancato le porte al fascismo, chissà se ci riusciamo ancora. In margine dico che secondo me non ci si fa le idee davanti alla tivvu ma forse perché io la guardo così poco. Le idee si formano altrimenti (ideologia, anche se ormai storta, convenienze, umori e qui certo un po’ pesa l’informazione ma solo come risonanza di altro) e con questo non nego la logica evidente di un controllo, sin troppo evidente. Né la stima per chi distona, discorda, dissente. Anche Tosatti che l’altro giorno ha dichiarato che le piccole società della serie A sono sfavorite come sempre e lottano contro il dodicesimo in campo (il pubblico? No, l’arbitro).

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Di Carvelli (del 27/01/2004 @ 07:25:50, in diario, linkato 864 volte)
Non so quanti hanno visto “IN the CUT” ma mi è chiaro perché. Sicuramente per la fiducia riposta in una regista che, per quanto LEZIONI DI PIANO possa definirsi film scorsoio (la questione femminile per esempio) per la capacità di legare ai propri temi con una tensione alla creazione di un assenso di politica correttezza che a molti ha dato fastidio. Ma che fosse un bel film nessuno ha dubbi. Né li ha a maggior ragione chi ha visto UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA e aggiungo che io apprezzai quella paradossale fiaba che fu il precedente film indo-americano. Forse tra pochi. C’era qualcosa che bruciava da quelle parti e anche con fiamme imprevedibile, storte. Mi era piaciuto. Ma questa ultima prova è imbarazzante da ogni punto di vista anche del semplice prurito. A parte le inquadrature (stavolta non quelle dell’amore come lo furono contrariamente quelle bellissime di Lezioni) il film è inconsistente. Ridicolo l’abbraccio craniale. E non entro nel merito delle recitazioni ma del perché. Perché fare un film così? Leggo sull’Espresso la recensione di Mario Fortunato e mi piace riscontrare la stessa percepita gratuità anche nel libro ispiratore della Moore. Nella consonanza, mi pregio di pensare che il film trattasi di VERA MARCHETTA DI LIMONE VERDE in cui entra anche la povera (e brava, supponendo un quanto non sufficiente) Nicole Kidman, qui produttrice e si dice attrice fino ad un attimo prima di girare, poi dimessasi. Marchetta forse vuol dire che qualcuno aveva interesse a fare il libro della Moore e a pagare saporitamente una registadonna (ma proprio donna, cfr. Lezioni di Piano) e la registadonna che fa? Accetta.
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Di Carvelli (del 25/01/2004 @ 09:26:11, in diario, linkato 894 volte)

Lo avete sentito. E’ inutile che mi ripeta. La scena è questa: c’è un pugile alle corde ( o più pugili, per continuare con la metafora triciclo) e l’altro picchia duro tra sfottò e denigrazioni. E’ così è così.

 

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Di Carvelli (del 25/01/2004 @ 09:23:35, in diario, linkato 1009 volte)

Provo a ripensare alle nostre adunate sediziose. A un anno di tavolini di bar: troppo casino nella sede della Coniglio editore. Le case. La mia di barbecue al cielo e angustie al piano e quella di Luisa, quadri a parete e colori ovunque. Il salotto buono di Ale e la sua famiglia allargata (esiste esiste, vedete!). E poi da Dario: un corridoio di libri e gatti (2, ma uno per volta; il primo si lanciò dalla finestra in questo anno – scomparso – la vera perdita del gruppo, ma il rimpiazzo sembra buono). Poi aggrappati attorno ad un MAC a fare la grafica. Poi il timone da bar. Poi gli articoli, le interviste e qui un ringraziamento generale: a Radio Onda d’urto e Roggero, Radio K centrale (anche senza esserci poi sentiti), Radio Sherwood, Radio Città del Capo, Radio Popolare e la Barbara Sorrentini, il manifesto (Trotta e Sbarigia), l’Unità (Pallavicini e De Sanctis), Viaggi di Repubblica (Cappelli) e poi la Schimperna e Greg (senza Lillo), Anna Longo. A tutti quelli che stavano per. A tutti quelli che avrebbero voluto e invece (o ma)… A chi non ha voluto. A chi ci ha voluto male (padano!). A chi qui non ricordo. Ai mille collaboratori prestati al nulla o al poco. Agli scambisti (quelli delle pubblicità Next Exit, Global, la Topolin, Minimum Fax, Voland, Nonluoghi ecc. ecc. ecc.). L’ostile era una rivista. Era. Cosa sarà ancora non lo sappiamo. Tramiamo ancora settimanalmente come una malattia, come una terapia, sempre di tavolini e case. Di certo all’inizio di febbraio saremo al RASHOMON a Roma Ostiense a fare un reading  il 7 alle 21 e una mostra di tavole con quelli di INGUINE. Poi vedremo… Intanto www.lostile.org

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Di Carvelli (del 24/01/2004 @ 19:36:53, in diario, linkato 830 volte)

Dovrei scrivere di più, dire di più. Lo so. Ma voglio scrivere solo questo. Che mi sta un po’ addosso male questo vedermi attorno tutto un esercizio dell’intimità. Come se si entrasse e si uscisse dalla palestra dei sentimenti con una facilità gratuita.

E’ facile raggiungere l’intimità, farla diventare un discorso senza capo né coda. E poi rimanere nel discorso, nella sua letterarietà. A che serve. A chi serve, rimestare sentimenti con parole e per cosa poi. Ma è che alla fine io sono un capricorno tutto qui (almeno così mi dicono) e non mi piace fare pesi sui sentimenti. Ma ognuno fa come vuole, come sente. Tutto qui per ora.

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Di Carvelli (del 24/01/2004 @ 19:31:49, in diario, linkato 858 volte)
Ecco fatto. Visto THE MOTHER. Ah sì spettacolo delle 16. Uno di parola io (non di parole). Contrariamente a quanto temuto il film non mi è dispiaciuto anzi… Difficile definirlo un capolavoro, ma è bella la sceneggiatura, forse un po’ troppo teatrale come tradizione kureishiana. Niente da dire degli attori o quasi niente di brutto almeno. Magari degli errori di gusto tipo le fellatio (che latinista!) disegnate e la mamma in giro per musei con sguardo indugiante su membro maschile che si sa in arte (non nell’arte di lei, nei suoi disegni) sono sempre un po’ sonnacchiosi. La cocaina non serviva, la canna ci stava. Belle le scene dell’amore anche se i gridolini della figlia isterica… beh…risaparmiabili. Invece lei, la mama, che cambia umore con un bacio di lui e diventa improvvisamente allegra, si confessa, si dichiara, inizia a sognare, poi s’intristisce d’amuri, poi cerca la soluzione personale, la figlia che le rimprovera i suoi fallimenti… Tutto questo mi è piaciuto. L’ho trovato semplice non facile come mi succede leggendo K. Tutto è così chiaro. Sai quando uno ti dice: cerca di essere chiaro e magari parli di sentimenti… Non so chi ma qualcuno mentre K. Scrive glielo ripete. A proposito: nei titoli di coda (sono uno di quelli che se li vede tutti fino all’ultimo runner, forse perché aspetto musica e locations) compare su un bambino non ricordo il figlio di chi un doppio Kureishi (i suoi figli? E tutti e due in un solo ruolo?). Per il resto brutto il finale dal cazzotto al coltello del tentato suicidio, all’addio un po’ facile con lei che se ne va con la valigia…accidenti vi ho detto tutto. Mi sono arrivati personali commenti negativi al precedente post quindi accampo scuse e dico che sì in effetti molti capelli bianchi ma non solo. Non sono alla fine scontento della visione né infastidito dalla platea hold e se melanconia c’è… che dire. Speriamo che se ne vada. Presto e per tutti… de gustibus.
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Di Carvelli (del 24/01/2004 @ 11:14:47, in diario, linkato 2462 volte)

Ero a Bergamo. Lavoro. Ora è un po’. Avrei potuto fare molte cose e invece ne ho fatta solo una. Sono andato a vedere la mostra di Jacovitti che non è stato come ritrovare, operazione nostalgia, tutti i personaggetti dei diari di vitt (quanti!), la genialità delle tavole dell’amore, del kamasutra, dei totaloni pieni di gente che dice mille cose contemporaneamente. Il fatto è, soprattutto, linguistico. E ci risiamo. Jacovitti non è geniale per il tratto, per il segno. Sì sì lo è, chiaro, ma lo è tanto più per questa prosa allusiva, risonante di sensi doppie tripli, battute che suonerebbero freddure a chiunque e in lui no. Genialità pura. Tipo “PER LE NOTIZIE PIU’ FRESCHE NON GUARDO IL TELEGIORNALE, MA GUARDO IL FRIGORIFERO” detta da un tipo con due piedi a forma di tazza da te e cappello rettangolare. Sulle sesso, nei suoi SESSORAMA sorprese. Tipo incontri sproporzionati del terzo tipo tra donne enormi e mingherlini, una specie di ossessione. In una tavola si vede una lei a ciondolare con un’altalena sospesa sulla baiaffa di lui e a fianco PER ME L’AMORE E’ UN GIOCO! La mostra è finita, Jacovitti no. Anche e soprattutto grazie all’impegno di Stampa Alternativa che sta ripubblicando tutto o quasi, anche Monelli aveva iniziato qualcosa…

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