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 Un letto da Etain... di Carvelli
 
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Qui l'attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l'intesa fra gli esseri, l'opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione

Cristina Campo
"
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
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Di Carvelli (del 08/04/2009 @ 16:11:38, in diario, linkato 645 volte)
 
Di Carvelli (del 06/04/2009 @ 15:09:23, in diario, linkato 2512 volte)

Linko un articolo di Massimo Gramellini che avevo letto qualche tempo fa...

L'uomo che guarda
di Massimo Gramellini

Non riesco a togliermi dagli occhi l’immagine di un signore sui quarant’anni che ho incrociato all’ingresso di un centro commerciale. Mi hanno detto che sta lì tutto il giorno, da quando ha perso il lavoro. Arriva la mattina presto e si piazza davanti alle vetrine, ricolme di beni di consumo che non può, o non osa, più comperare e che per lui rappresentano il misuratore della felicità: così gli avevano insegnato. Di solito sono i pensionati quelli che guardano. Si fermano in mezzo alla strada per seguire la manovra di un’auto che tenta un parcheggio in retromarcia, nella segreta speranza di assistere allo scempio di una fiancata. Oppure trascorrono il pomeriggio davanti a un cantiere per controllare i movimenti degli operai. Quel disoccupato si sente già un pensionato. Guarda la vetrina perché non riesce più a vedere il futuro. Quando chiesero a Wayne Gretzky, miglior giocatore di hockey su ghiaccio di tutti i tempi, quale fosse il segreto del suo talento, rispose: «Pattino sempre verso il punto dove finirà il dischetto, invece che verso quello dove si trovava prima». La crisi mondiale è il dischetto che si muove. Ma noi dove stiamo guardando? Si diventa vecchi quando la nostalgia prevale sulla speranza e i rimpianti sui sogni. E sempre più spesso si diventa vecchi da giovani, benché non ci sia niente di più triste. Mi vedo riflesso in uno specchio del centro commerciale: sono un uomo che sta guardando un altro uomo fermo davanti a una vetrina. Mi verrebbe voglia di andarlo ad abbracciare. Per dirgli: il dischetto si è mosso, muoviti anche tu.

www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=603&ID_sezione=56&sezione=

 
Di Carvelli (del 03/04/2009 @ 12:10:55, in diario, linkato 654 volte)

">.

You have never been in love,
Until you've seen the stars,
reflect in the resevoirs

And you have never been in love,
Until you've seen the dawn rise,
behind the home for the blind

We are the pretty petty thieves,
And you're standing on our street..

...where Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die. Oh my.
Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die. Oh my.

You have never been in love,
Until you've seen the sunlight thrown
over smashed human bones

We are the pretty petty thieves,
And you're standing on our street..

...where Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die. Such a silly boy.
Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and a bullet in his gullet
and the first lost lad to go under the sod.


And he stole from the rich and the poor
and the not-very-rich and the very poor
and he stole all hearts away
he stole all hearts away
he stole all hearts away
he stole all hearts away

 
Di Carvelli (del 03/04/2009 @ 11:01:38, in diario, linkato 647 volte)

Broccoli, finocchi, Obama and me

di Roberto Carvelli

PeopleAggregator

Il retro della casa rossa (la mia) somiglia al retro della White House. O Black House come da arguzie giornalistiche post elettorali. Lì Washington, qui Quadraro. Lì come qui verdura di stagione. Finisce qui la parentela.

Compie un anno questa terra (la mia). Dodici mesi di esproprio demaniale che hanno dato insalata e radicchio sempre, finocchi un po’ involuti, broccoli e cavoli ritadatari. Verde che si è sostituito a erbacce, topi e bisce (giuro!). Roma è piena di abbandoni. Metri e metri quadri di malva e tarassaco, cicoria spontanea, alianto a strafare. Ritagli lasciati al niente. La regola de “la libertà tua finisce dove inizia la mia” procura lacune verminose e zecche (cosa è meglio?). Perché non dare in quei luoghi di sconfine la stura agli orti condivisi? Perché non offrire terra a benintenzionati. Ma sì: la terra agli urbani contadini! Ecco l’agricoltura di ritorno e in trasferta, la rivoluzione verde in attesa della biancorossa in corso (di eclissi). Un consiglio? Piantare con la luna nuova.

www.accattone.org/PA/web/content.php?cid=422

 
Di Carvelli (del 02/04/2009 @ 10:40:36, in diario, linkato 640 volte)
Persino i gatti fanno meglio. Deve essere un fatto di concentrazione, quindi qualcosa legato all'intelligenza visto che lo strumento è di facile uso. Pratico, comodo, orientabile. Cionondimeno i bagni degli uomini, anche in questo inequivocabile decoro, patiscono la scarsa capacità finalizzatrice di qualcuno o di più. Eppure: è facile.
 
Di Carvelli (del 30/03/2009 @ 14:40:12, in diario, linkato 980 volte)

Avevo dimenticato quanto fossero divertenti e argute certe pagine dei vecchi saggi di Tiziano Scarpa (stanno in Cos'è questo fracasso?). Giustamente Dio ha una buona considerazione di sé se ha lasciato un planning di lavoro non lavativo: il mondo in sei giorni e uno che trova il tempo per riposarsi, addirittura. E non si passerebbe alla leggenda (non dico alla storia) se non si avesse altrettanto orgoglio personale. Non ho un'analoga considerazione di me, direi (pur sforzandomi). Ma la settimana è andata. Riposo compreso (due giorni, più modestamente). Visto e letto. Film e libri. Stregato (addirttura?) da Piccolo Karma di Carlo Coccioli. Un libro prezioso che mi fa lo stesso effetto che mi fece la scoperta di Canta alla durata di Handke. Coccioli ce l'ha con Dio. Ovvero. Sta dentro questa storia di sapire e capire qualcosa di noi dal punto di vista della spiritualità. La nostra e quella del creato. Tribola sul senso della colpa. Gioisce della bellezza delle cose minute e degli attimi (minuti). Cerca e trova (ecco che per me è questa una buona risposta/proposta religiosa) la sintesi tra immanenza e trascendenza. In definitiva, ed è un esempio, c'è chi non la trova e, loro, per esempio "Venerano la Donna  ma è chiaro che dispiorezzano le donne". La sintesi è come sempre difficile e confusa. Ma è la ricerca che premia. E per questo mi vanno bene i libri "in corsa", anche sola andata, anche senza conclusioni.

Sdrammatizzo va ">.

 
Di Carvelli (del 29/03/2009 @ 11:46:04, in diario, linkato 10749 volte)

Mi sembra interessante l'editoriale di oggi di Scalfari. A margine del discorso di Fini al congresso del neopartito. Cito il passo che mi ha interessato e linko il tutto.

In quel lungo discorso di 90 minuti manca del tutto una menzione. Si parla di libertà, si parla di democrazia, si parla di Costituzione, si parla di giustizia sociale, ma non una menzione e neppure il concetto della divisione dei poteri. Cioè di stato di diritto. Cioè di controllo. I poteri di controllo politico del Parlamento. I poteri di controllo costituzionale del Capo dello Stato e della Corte. I poteri di controllo di legalità della magistratura. Neppure un cenno alla natura indipendente di tali poteri. Si parla invece diffusamente del potere sovraordinato del leader scelto dal popolo di fronte al quale tutti gli altri debbono essere subordinati, rotelle d'un ingranaggio, o debbono scomparire perché inutilmente lenti, frenanti, ostacolanti, incompatibili con la cultura del fare. Il fare non è un obbligo, è inerente alla vita di ciascuno, il fare costituisce il senso stesso della vita. Una vita inerte è una non vita. Non è dunque una cultura, quella del fare, ma un fattore biologico come il respiro, il movimento, il desiderio, la speranza. Insomma il senso. Oppure il fare è una nevrosi, un'egolatria, un'ipertrofia dell'io, che per realizzarsi deve sopra-fare: fare intorno il deserto, sbarazzarsi dei corpi intermedi, di ogni opposizione, di ogni stato di diritto, di ogni organo di controllo. Perciò l'aspirazione e l'evocazione d'un consenso che superi il 50 per cento degli elettori. Le monarchie di diritto divino, quelle dell'"ancien régime", erano collegate al popolo senza intermediari, in lotta perenne contro i Parlamenti e contro i nobili. Lo Stato faceva tutt'uno col patrimonio del Principe, che riuniva in sé il potere di fare le leggi e di eseguirle oppure di ignorarle a suo piacimento. Le monarchie costituzionali (lo dice la parola stessa) furono tali perché soggette alla Costituzione. Perché la magistratura conquistò l'indipendenza. E i Parlamenti divennero i destinatari delle scelte del popolo sovrano. Tutto questo per dire che la concezione politica di Silvio Berlusconi fa a pugni con l'obiettivo della rivoluzione liberale da lui indicato come il fine principale del Popolo della libertà. Ma ci sono altre ragioni per le quali quella rivoluzione non si farà e non s'è mai fatta: gran parte degli interessi agglomerati e rappresentati dal centrodestra sono contrari ad essa così come gli sono contrari gran parte degli interessi rappresentati dalla sinistra. Perciò i tentativi di rivoluzione liberale in questo paese sono sempre falliti. Per il conservatorismo innato nella destra e nella sinistra. Li ha sostenuti soltanto il riformismo nei brevissimi periodi in cui ha governato: nel quindicennio giolittiano del primo Novecento, nella fase riformatrice di De Gasperi-Vanoni, nelle regioni centro-settentrionali guidate dall'egemonia socialdemocratica del Partito comunista e nel triennio prodiano del 1996-'98 abbattuto dalla sinistra. C'è ancora una pepita di riformismo nel Partito democratico che stenta tuttavia a farne un valore condiviso dai suoi aderenti. Sarà una lotta lunga e dura. Quella di Berlusconi è più facile perché fa appello ad una costante psicologica degli italiani: l'antipolitica. In nessun paese dell'Occidente l'antipolitica è un sentimento così diffuso e questa è una delle cause che ha ridotto la politica ad un livello poco meno che abietto; è un corpo separato e quindi aggredito e aggredibile da tutte le disfunzioni e da tutti gli inquinamenti.

Leggi tutto http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali.html

 
Di Carvelli (del 26/03/2009 @ 16:56:24, in diario, linkato 1035 volte)

I passi a livello. Storie parallele di suole semi/uguali
di Roberto Carvelli

Il piano sopra il nostro è quello dei dirigenti, mi ha raccontato una volta Manuel al bar sotto casa. Io sapevo solo che lavorava in un call center di una televisione satellitare. Niente altro. Non parliamo mai troppo di queste cose tra noi. Ognuno fa quello che fa. L’importante è che tutti la pensiamo nello stesso modo su cose generali. Tipo il calcio, la politica.  Esattamente sopra le nostre teste c’è la sala delle riunioni, mi ha detto Manuel una sera con una birra di troppo. Nel laconico snocciolarsi dei tasti del nostro PC – usa sempre immagini molto efficaci lui specie quando ha bevuto un po’ di più – sentiamo il rumore dei loro tacchi e ne indoviniamo la casta dal passo, racconta. Per prima cosa capiamo che non ci sono gomme, para, salva suole e capiamo che c’è una riunione ad alti vertici. C’è solo un irridente ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Un tip tap dell’alterigia, dello scherno, dell’a proprio agio e soprattutto consapevolezza di ruolo. Noi abbiamo suole di plastica e se non facciamo quegli sgradevoli e goffi gnek-gnek (che in realtà dipende più dal pavimento di plastica che dalle nostre scarpe) siamo silenziosi come bisce. Il loro lavoro – meglio, la loro mansione – è farsi avvertire, annunciare. Il nostro è tacere e rendersi invisibili. Non nascondersi o imboscarsi, ma silenziarsi, privarsi di un tono, di una presenza, del suono. Così non emergiamo se non in un univoco fruscio mentre sopra ballano il ta-ta, ta-ta, ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta, ta-ta. Sembra che l’unica cosa che ci differenzia siano le suole e il loro suono. In realtà ci separano conti correnti e cifre. Anche le marche delle scarpe: Church’s, Tod’s, Prada, Paciotti (loro), tutto il resto noi. Noi il piede che traspira, la suola che non si consuma, quello che capita, quello che costa meno. Tutto un insieme di cose che sta distante dalla qualità. Per cui, se tra noi uno abbandona la postazione (va al bagno o va a chiedere qualcosa al nostro team leader) e gli scappa un crof-crof-crof delle suole, gli altri lo guardano austeri ma manco più di tanto perché sanno che con questi quattro spicci che ci danno mica si riesce a comprare scarpe silenziose. Con ‘sti due soldi al limite il piede che traspira. Stiamo uno sull’altro, eppure, loro con le loro suole perfette, noi con queste ridicole imitazioni a basso costo. E sarebbe da ridere, infatti, ma a nessuno viene in mente. Poi suona il fine turno, ci s-loghiamo e andiamo via lasciando confusione e anonimato lì dove era prima “buongiorno sono Manuel... posso esserle utile? Non riceve più il segnale?” L’isola rimane vuota, senza segni, a parte il calore della sedia per il culo di un nuovo interinale. Sembriamo pecore che si compattano di lana, scampanellando e belando, formando un corpo unico in precipizio verso le scale sotto la voce del pecoraio invisibile che chiama il cambio turno. Ed è un po’ triste tutto questo racconto di calzoleria, un po’ poca cosa rispetto a quello che questo ragazzo è o credevamo dovesse diventare. Manuel è più di quello che dice di essere. Manuel è più di quello che è. E non sto parlando delle scarpe. . Ora parlo del diploma e della laurea. Manuel qui tra noi è stato sempre guardato come un capoccione, uno che ce l’avrebbe fatta. Per Manuel noi abbiamo sempre immaginato un futuro radioso: soldi, biglietti da visita, macchina di rappresentanza. Non come noi. E invece noi, per paradosso – noi senza nessuna speranza, noi senza diplomi – noi ora abbiamo trovato lavoro e soldi e lui dopo anni di studi e laurea è quello che non ci aspettavamo. Perché alla fine Manuel non è questo. Questo che scende al bar è una specie di triste replicante di quello che abbiamo immaginato potesse diventare: un amico che ce l’ha fatta, uno di cui andare fieri, uno diverso da noi sì ma uno importante. Ed è per questo che quando lo prendiamo in giro è come se prendessimo in giro noi stessi. Noi che abbiamo creduto che ce la potesse fare, che potesse diventare qualcuno, qualcuno più di noi.

 

 

 

http://www.myvirtualpaper.com/doc/Zoe-Magazine/zoe23/2009021601/

 

 
Di Carvelli (del 25/03/2009 @ 09:43:53, in diario, linkato 1258 volte)

MAPPE. Sul condom solo due su dieci d'accordo con Ratzinger
L'80% dice sì a testamento biologico e fecondazione assistita
Biotestamento e preservativo gli italiani bocciano il Papa
Nonostante le singole divergenze quasi il 55% si fida del Pontefice

di ILVO DIAMANTI

Da tempo le posizioni della Chiesa e del Pontefice non provocavano tanto dibattito. Divisioni profonde. Al di là delle stesse intenzioni del Vaticano. Lo prova la reazione del cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, alle polemiche sollevate dall'affermazione del Papa, durante la visita in Africa, circa l'inutilità del preservativo nella lotta contro l'Aids. Il risentimento del cardinale, peraltro, sembra rivolgersi soprattutto verso la Francia, il cui governo ha ribadito ieri le proprie critiche. Marc Lazar, d'altra parte, sulla Repubblica, ha posto l'accento sulla timidezza, quasi l'imbarazzo dei commenti politici in Italia su questi argomenti. Non solo nel centrodestra, anche nel centrosinistra. Peraltro, in Italia, più che in Francia e negli altri paesi europei, il rapporto con la Chiesa e con l'identità cattolica è importante. Ma anche ambivalente.

In ambito politico ma prima ancora nella società, come emerge dagli orientamenti verso le questioni etiche e bioetiche più discusse. A partire dalla più recente: l'affermazione del Papa sull'uso del preservativo. Trova d'accordo una minoranza ridotta di persone, in Italia. Circa 2 su 10, secondo un sondaggio di Demos, condotto nei giorni scorsi. Che salgono a 3 fra i cattolici praticanti più assidui. La posizione politica non modifica questa opinione in modo sostanziale. Il disaccordo con il Papa, in questo caso, resta largo, da sinistra a destra. D'altra parte, lo stesso orientamento emerge su altri argomenti "eticamente sensibili". Circa 8 italiani su 10 ritengono giusto riconoscere alle persone il diritto di scrivere il proprio "testamento biologico", altrettanti si dicono favorevoli alla fecondazione assistita, 6 su 10 sono contrari a rivedere in senso restrittivo l'attuale legge sull'aborto. Pochi meno, infine, sono d'accordo a riconoscere alle coppie di fatto gli stessi diritti di quelle sposate. Con la parziale eccezione delle coppie di fatto, le posizioni dei cattolici praticanti, anche in questi casi, non divergono da quelle prevalenti nella società. Mentre le opinioni dei praticanti saltuari, la grande maggioranza della popolazione, coincidono con la "media sociale".

Ciò potrebbe rafforzare il dubbio sulle ragioni che ispirano la timidezza delle forze politiche in Italia, visto che gran parte dei cittadini, compresi i cattolici, mostrano distacco e perfino dissenso verso le indicazioni della Chiesa. Tuttavia, occorre considerare un altro aspetto, altrettanto significativo e in apparenza contrastante. In Italia, nonostante tutto, la grande maggioranza dei cittadini - quasi il 60% - continua ad esprimere fiducia nella Chiesa. Non solo: il giudizio su Papa Benedetto XVI non è cambiato, in questa fase. Il 55% delle persone mostra fiducia nei suoi confronti. Qualcosa di più rispetto a un anno fa. Il che ripropone il contrappunto emerso in altre occasioni. Gli italiani, cioè, continuano a fidarsi della Chiesa, dei sacerdoti, delle gerarchie vaticane. Ne ascoltano le indicazioni e i messaggi. Anche se poi pensano e agiscono di testa propria. In modo diverso e spesso divergente. Si è parlato, al proposito, di una religiosità prêtàporter. Di un "dio relativo". Interpretato e usato su misura. Ma si tratta di un giudizio riduttivo. Il fatto è che la Chiesa, il Papa intervengono sui temi sensibili dell'etica pubblica e privata in modo aperto e diretto. Offrono risposte magari discutibili e spesso discusse. Contestate da sinistra, sui temi della bioetica. Ma, in altri casi, come sulla pace e sull'immigrazione, anche da destra. Tuttavia, offrono "certezze" a una società insicura. Alla ricerca di riferimenti e di valori. Per questo quasi 8 italiani su 10, tra i non praticanti, considerano importante dare ai figli un'educazione cattolica (Demos-Eurisko, febbraio 2007). Mentre una larghissima maggioranza delle famiglie destina l'8 per mille del proprio reddito alla Chiesa cattolica.

Sorprende, semmai, che, su alcuni temi etici, le posizioni politiche facciano emergere differenze maggiori rispetto alla pratica religiosa. Le opinioni degli elettori della Lega, sulle coppie di fatto, quelle degli elettori del PdL, sull'aborto, appaiono più restrittive rispetto a quelle dei cattolici praticanti. Il che ripropone una questione mai del tutto risolta. In che misura sia la Chiesa a condizionare le scelte politiche e non viceversa: la politica a usare le questioni etiche per produrre e allargare le divisioni fra gli elettori. Caricando posizioni politiche di significato religioso.

Peraltro, questi orientamenti ripropongono un'altra questione, che riguarda direttamente il messaggio della Chiesa. Che gli italiani considerano una bussola importante per orientarsi, in tempi tanto difficili. Tuttavia, quando una bussola dà indicazioni così lontane e diverse dal senso comune, dalle pratiche della vita quotidiana. E puntualmente disattese. Dai non credenti, ma anche dai credenti e dagli stessi fedeli. Allora può darsi che la bussola possa avere qualche problema di regolazione.

www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/benedetto-xvi-32/mappe-25mar/mappe-25mar.html

 
Di Carvelli (del 23/03/2009 @ 14:47:03, in diario, linkato 998 volte)

Mostra per favore un segno della tua presenza, chiede. Ecco, dice lui, ora ci sono. Ma ci vuole un po' prima che lei se ne accorga. E quando se n'è accorta lui è già andato.áMa leiádice che c'è stato un attimo bello, che prima era bello, che c'è stato un momento bello. Anzi dice "perfetto". Tutto sembrava perfetto eppure era semplice e c'ho messo un po' a capire che la parola era "perfetto".áMa lui già non c'è più e così... Ecco dice: torna un'altra volta, ma se puoi, questa volta, dammi un segno ulteriore del tuo essere lì. E ripetono. E anche questa volta. E anche tutte le altre volte non riesce a dire "perfetto" al momento giusto. E c'è un momento giusto per dire "perfetto". Questo.

http://www.youtube.com/watch?v=SC0Lc4N2FOU

 
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