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 maria scarpe e parole... di Carvelli
 
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Qui l'attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l'intesa fra gli esseri, l'opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione

Cristina Campo
"
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carvelli (del 07/05/2004 @ 08:05:48, in diario, linkato 758 volte)

Una mostra sul pensiero di pace di Daisaku Ikeda. THE HUMAN REVOLUTION a Torino TENDONE PONTE MOSCA Lungo Dora Firenze. Ingresso gratuito. Belle proiezioni di video tra cui quello di Pippo Delbono "Guerra" d apoco premiato col David di Donatello.

                    


 


 
Di Carvelli (del 06/05/2004 @ 07:51:36, in diario, linkato 949 volte)

Approfitto del sito della minimum fax...è uno dei libri che più mi è piaciuto negli ultimi tempi e ne voglio riparlare.

 

L'intervista

Adelaide Cioni, la traduttrice di Pezzo a pezzo, ha intervistato Lydia Davis in esclusiva per il sito di minimum fax


Perché scegli la forma del racconto?
Non è stata una vera e propria scelta all'inizio: semplicemente non ho mai pensato di scrivere romanzi. Entrambi i miei genitori avevano scritto racconti e immagino che mi sia sembrata una scelta naturale. Poi la forma dei racconti si è sviluppata da quella tradizionale narrativa a qualcosa di più breve e più eccentrico. Forse col passare del tempo la dimensione dei racconti è dipesa anche dal fatto che tendevo a incastrare la scrittura tra le altre attività di una vita molto piena, che includeva figli piccoli e il mio lavoro di traduttrice. Ma d'altro canto l'ho poi scritto un romanzo (The End of the Story) quando ho avuto una storia più lunga da raccontare…

Credi, com'è stato suggerito in una recensione di Pezzo a pezzo, che i racconti possano essere più efficaci dei romanzi nel descrivere la psicologia dei personaggi?
No, direi proprio di no. In un romanzo si vive con il personaggio più a lungo, a volte si scoprono molti più aspetti di lui o lei, a volte lo o la si osserva cambiare nel corso del tempo. In un racconto invece un personaggio fa un'impressione più rapida o improvvisa sul lettore, ed è proprio quell'immediatezza che può avere un impatto molto forte e personale.

Una cosa che colpisce della tua scrittura è la limpidezza e la precisione con cui vai dritta al cuore delle cose. Come raggiungi una tale 'pulizia' nello scrivere? È un processo di graduale eliminazione o ci arrivi subito?
Quando scrivo la prima stesura di un racconto tendo a lavorare in fretta, e la maggior parte di ciò che scrivo resta poi invariato. Quindi gran parte della limpidezza e precisione di cui parli sono lì da subito. Nelle stesure successive, però, tendo a rivedere con molta attenzione e cura, e in questa fase spesso taglio il racconto un altro poco, elimino parole, espressioni, persino frasi che sembrano superflue.

I tuoi racconti hanno la struttura del ragionamento e il ritmo avvincente dell'ossessione. Parti da un singolo concetto e poi ci lavori attorno ritornandoci da diverse angolazioni. Questo spesso implica ripetizione di concetti e di singole parole, e crea una ragnatela psicologica da cui il lettore stenta a divincolarsi. Che peso ha nella tua scrittura la ripetizione?
Non comincio un pezzo con la volontà precisa di usare la ripetizione. Ma come dici molti dei miei pezzi aderiscono al modello e la struttura dei pensieri di una persona mentre analizzano un problema, e quel modello è molto ripetitivo per sua stessa natura. Specie nei momenti di emozioni intense, i pensieri sono ripetitivi. Se si presta attenzione alla struttura dei discorsi della gente, tra l'altro, specie nelle conversazioni di tipo emotivo, si sentiranno un gran numero di ripetizioni. È come se avessimo il bisogno di reiterare certi punti prima di poter andare oltre. O come se avessimo bisogno di convincere noi stessi o qualcun altro tramite la ripetizione.

Sei un'importante traduttrice dal francese - hai tradotto Sartre, Simenon, Proust e recentemente sei stata insignita del titolo di Chevalier Dans l'Ordre des Arts et Lettres dal governo francese - credi che la traduzione abbia influenzato il tuo modo di scrivere? E in particolare, che la struttura francese delle frasi abbia influenzato il tuo uso della lingua inglese?
Ovviamente la traduzione richiede una considerazione molto attenta delle parole che si scelgono - si è costretti a lavorare con una serie di limiti e bisogna raggiungere un certo effetto. Questo rende iperconsapevoli del linguaggio - vocabolario, struttura delle frasi. Per me è stato così più che mai quando ho tradotto Proust, perché il suo modo di usare la lingua è talmente straordinario ed era così importante per me cercare di eguagliarlo in inglese. Alla lunga, questa iperconsapevolezza linguistica deve avermi senz'altro educata a essere più conscia delle differenze tra i così detti sinonimi, per esempio, e a rendere la mia scrittura in generale più precisa.
Ma ho nutrito un profondo interesse nel linguaggio e in particolare nelle lingue diverse dall'inglese sin da piccolissima. A sette anni, mi misero in una scuola a Graz, in Austria, dove si parlava solo e unicamente tedesco: è stato così che ho imparato la mia prima lingua straniera - "full-immersion", senza dubbio! In più, la mia famiglia è sempre stata molto attenta alla lingua e a come viene usata nel parlare e nello scrivere, perciò sin dall'inizio, la lingua per me è stata non solo una cosa naturale e istintiva, ma anche uno strumento usato in modo deliberato e consapevole.
Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, non credo che la struttura delle mie frasi sia particolarmente francese, ma potrebbe suonare un po' "non-americana" perché tendo a non usare la parlata colloquiale americana.

Scrivere e tradurre: cosa hai fatto prima? Due diverse arti, due diversi piaceri con le parole, e tu li pratichi entrambi: cosa trovi in ciascuno di essi?
Come ti dicevo, il mio incontro con le lingue straniere è stato molto precoce. C'è stato un anno in cui ho imparato a leggere e scrivere in inglese e l'anno immediatamente successivo in cui ho imparato a leggere e scrivere e parlare tedesco. Il processo traduttivo mi è stato instillato molto presto, quindi!
Al liceo già scrivevo in modo serio e al tempo stesso contemplavo la possibilità di lavorare come traduttrice. All'università traducevo e scrivevo contemporaneamente e da allora ho continuato a fare entrambe le cose. Mi è sempre piaciuto tradurre, tranne nel caso di certi libri scritti davvero male, quando avevo la sensazione che una macchina mi avrebbe potuta sostituire senza problemi! Ma la traduzione era principalmente quello che facevo per guadagnare, laddove non ho mai neanche considerato la possibilità di scrivere per soldi. Questo ha significato che scrivo solo e unicamente per piacere personale. Il piacere della traduzione è quello di vedere una nuova opera nascere in inglese, come per magia, senza l'invenzione e l'agonia dell'incertezza che si provano quando si scrive qualcosa di proprio. C'è anche il piacere di scrivere in uno stile completamente diverso dal proprio.

Leggendo Pezzo a pezzo le immagini e i pensieri dei personaggi mi sono sembrati così femminili e sottili che ho avuto l'impressione di avere tra le mani un libro in codice per donne, in cui il maschile è più che altro un interrogativo, qualcosa che si continua a cercare come senso, prima ancora che come uomo. Che ne pensi?
Quest'ultima idea è molto interessante e dovrò rifletterci su, più che rispondere subito. Tendo a credere, da sempre, che i pensieri e le reazioni emotive di uomini e donne non siano poi tanto diversi tra loro. O forse dovrei dire che secondo me, ogni uomo o donna porta in sé una mistura di tratti maschili e tratti femminili, in maggiore o minore quantità, e ci possono essere, per esempio, donne molto mascoline e uomini molto femminili e ogni possibile via di mezzo. Quindi io non vedo una linea di demarcazione così netta tra uomini e donne, ma piuttosto molte somiglianze. Ecco un esempio divertente: Una volta ho scritto un racconto che era fortemente autobiografico, ma nello scriverlo ho invertito il genere dei personaggi reali per camuffare le loro vere identità (cosa che funziona sorprendentemente bene) ma senza cambiare di una virgola alcun pensiero né azione. Dopo la pubblicazione, vari uomini che l'avevano letto si complimentarono con me, meravigliati che fossi riuscita a catturare con tanta accuratezza il modo di pensare e sentire degli uomini - ma ovviamente l'"uomo" di cui parlavano era, nella vita reale, una donna.

Nel corso della tua vita hai cambiato città e nazioni e case: ci sono alcuni libri particolari che porti sempre con te? Un nucleo cartaceo da cui proprio non riesci a separarti?
Quel "nucleo cartaceo" è un enorme problema nella mia casetta! Mi riesce difficilissimo separarmi da qualunque libro, persino da un qualche libro bizzarro preso per caso a una svendita di una biblioteca. (Mi viene da pensare che potrebbe rivelarsi utile se mi capitasse di scrivere una storia imitandone lo stile bizzarro...) Ci sono molti libri che mi porto dietro sin dall'università, e direi che i più preziosi sono quelli di Beckett e Kafka che non solo sono meravigliosi in sé e per sé, ma sono carichi anche di una serie di ricordi delle mie prime letture serie.

Tre autori preferiti morti.
A parte Beckett e Kafka, che sono stati come dei maestri, citerei Isaac Babel e, tra gli altri meravigliosi italiani, Italo Svevo e Primo Levi.

Tre autori preferiti vivi.
Grace Paley, una scrittrice di racconti che ora ha ottant'anni; Rae Armantrout, una poetessa mia coetanea che scrive poesie molto concise e umoristiche basate sul paesaggio della California del Sud; e quello che sto leggendo ora - se possiamo fare un'incursione lampo nella politica - un mio preferito per motivi del tutto diversi, dato che sono profondamente disturbata dalle azioni e dalle idee dell'attuale governo degli Stati Uniti, è l'umorista politico Al Franken e il suo libro necessario e importante intitolato Lies and the Lying Liars Who Tell Them: A Fair and Balanced Look at the Right. Per tornare alla letteratrura non-politica, e a quella italiana, di recente ho letto alcune poesie di Amelia Rosselli e ho trovato che fossero scritte in una forma molto interessante.

Hai tradotto La strada di Swann di Proust. È interessante pensare a te, la "Virtuosa del racconto", autrice di minuscole, efficacissime bombe letterarie, che lavori su un'opera come Alla ricerca del tempo perduto che viene utilizzata come la metafora assoluta di un'opera letteraria lunghissima. Che sensazione dà affrontare un lavoro simile? Ti viene mai la tentazione, anche solo nella fantasia, di ideare un'opera molto molto lunga anche tu?
È stato meraviglioso lavorare sulla Strada di Swann perché è scritto con uno stile così diverso dal mio - era un piacere infinito costruire quelle frasi lunghe in inglese. Non ho scritto molto di mio mentre traducevo quel libro, perché richiedeva una concentrazione e devozione assoluta, quando però ho ripreso a scrivere le mie cose ho scritto i racconti più brevi di tutta la mia vita, che sono incluse nella mia ultima raccolta di racconti, Samuel Johnson Is Indignant: alcuni sono niente più di un titolo e una o due frasi.
E, sì, ho ideato un'opera molto lunga - anche se non lunga quanto quella di Proust! - che sto portando avavnti poco per volta. Contemporaneamente, ci sono sempre una serie di racconti che si procedono. Dubito che smetterò mai di scriverne!

 
Di Carvelli (del 04/05/2004 @ 12:24:12, in diario, linkato 717 volte)

"Morire

è un'arte, come ogni altra cosa.

Io lo faccio in un modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.

Io lo faccio che sembra reale.

Ammetterete che ho la vocazione."

 

Questa è Sylvia Plath e la sua Lady Lazarus. Ma questi siamo noi che come in una specie di snuff movie abbia assoldato carne per farla diventare inerte, sanguinolenta per essere esangue. E' la nostra arte, la nostra vocazione. La stessa che i reality show ahnoi non ci permettono. Ecco che nella scatola televisiva ci abbiamo messo la morte su commissione. Su vocazione. Ecco come muore un italiano. Ora lo sappiamo. Senza dover indagare nel vizio perverso. La nostra non è perversione. La nostra è vocazione. La nostra è redenzione.

 
Di Carvelli (del 03/05/2004 @ 11:43:37, in diario, linkato 695 volte)

Scudetto al Milan. Purtroppo non è la sola cosa che si cucca il signor B. quest'anno. Purtroppo. Anzi, per fortuna, è la meno grave (ma non ditelo ai romanisti). Ma ai romanisti diteglielo invece che il partito di governo per cui (anche indirettamente) hanno votato è il partito che si può permettere di far dire ad un presidente di club a dichiarazione post partita e post titolo... sono amareggiato come presidente del Milan e come presidente della Lega. Non ho altre considerazioni da fare. A parte il legittimo dolore di quanta acqua sotto i ponti da una curva politicamente più attenta, accorta e critica. E invece piace questo paese a chi urla forzaroma e milanmerda. Il paese delle deleghe e delle doppie cariche, delle incompatibilità, degli interessi è questo e hai voglia a tirare monetine accendini bottigliette bombe tricchetracche ... Ma magari è il caso che si leggano pure la bellissima poesia del mio amico Aldo Nove...

SOGNANDO AA ROMA

aa vita a parte i scherzi è probblematica
aa gente se dimentica li probblemi de aa vita
ciascuno tifa pe aa sua squadra e se scorda de li morti che aa televisione fa veede
mentre aa gente dovrebbe un pochino de reflette
anche aa questione de sti africaani che se morono pe venì a tifà aa roma
na catasta de morti su le barchete
per corpa der governo
li poveraci che se sognaavano de venì a vede r campionato nostro
li mejo campioni de aa roma
li stracioni
li morti dde fame

sognando aa roma

na pigna de morti così
che se li fucilerebero è mejo subbito
piutosto che sti poveraci che se mojono ne le barchete
per corpa der governo che non fa n cazzo
co i arbitri trucati
perchè non ce stanno più le partite de na vorta
anche se la aa roma è sempre aa roma

na puzza de morto
l’ano fatta vede aa r teleggiornale
sognando aa roma
ce stava pure na dona nuda
che pareva n morto
che pareva n omo
ma che era na dona seporta da i aartri cadavveri
se si refletterebbe de questo
er governo de li comunisti
anche sto fatto de l’universo e aa deriva de i continenti
sognando aa roma

che annassero a di aa berlusconi de proteggece da li comunisti
li peggio frocioni morti republiccani
sognando aa roma o per r esempio
a dicere de sto fatto de li viaggi de aa speranza
de mijaia de gnoranti cche se morono dentro aa sto cazzo de mare
de maria de filippi
de noi attri
sognando aa roma


mijoni de morti
sognando aa gippe
r fuoristraada
e straafighe de aa televisione
li mejo film
come totti se ncula aa juve

de l’africa
dee prostitute
de l’adiesse

sognando aa roma

 
Di Carvelli (del 29/04/2004 @ 08:18:47, in diario, linkato 896 volte)

“All’alba – il sangue più lento,/all’alba – il silenzio più leggibile./ Lo spirito dalla carne inerte si divorzia,/ l’uccello concede il divorzio alla sua gabbia d’osso./ L’occhio vede – la meno visibile lontananza,/ il cuore vede – il meno visibile legame…”

(Marina I. Cvetaeva – All’alba)

Non perché più sveglio. Forse proprio perché tutto è pagina bianca. Nessuna ancora costruzione. Il semplice trasporto del corpo alla tastiera. Nella assoluta assenza di attribuzioni di significato. Preferisco scrivere così o per pienezza di sentimenti ma è un altro discorso. Nulla è ancora successo. Una bella o una brutta giornata. Al limite sole sì o no. Pioggia. Perché ora la finestra è luce. Se fosse inverno sarebbe serranda verde (che al limite ticchetta di pioggia metallica) e luce da tavolo. Meglio ancora avere un progetto. Un’idea. Cose da fare come se fossero preghiere da recitare all’ora data. Per progetto ogni momento è buono. E’ il tempo l’esercito nemico, un’alleanza quello che cerco ma guerra se serve. Il nemico è sempre dentro. Sempre. Anche quando ha fattezze distinte da me. Ecco l’alba per sferrare l’attacco alla pigrizia al ‘non ho tempo’ al ‘lo farò’ al ‘tutto è inutile’.

 
Di Carvelli (del 28/04/2004 @ 14:24:51, in diario, linkato 890 volte)

Todas as cartas de amor são ridículas. Não seriam cartas de amor se não fossem ridículas. 

tutte le lettere d'amore sono ridicole. non sarebbero lettere d'amore se non fossero ridicole.

Também escrevi em meu tempo cartas de amor, como as outras, ridículas.

anch'io a mio tempo scrissi lettere d'amore, come le altre, ridicole.

As cartas de amor, se há amor, têm de ser ridículas.

le lettere d'amore, se c'è amore, devono essere ridicole.

Mas, afinal, só as criaturas que nunca escreveram cartas de amor é que são ridículas.

ma alla fine solo le creature che non han mai scritto lettere d'amore sono davvero ridicole. 

Quem me dera no tempo em que escrevia sem dar por isso cartas de amor ridículas.

quanto vorrei tornare al tempo in cui scrivevo, senza preoccuparmene, lettere d'amore ridicole.

A verdade é que hoje as minhas memórias dessas cartas de amor é que são ridículas. l

a verità è che oggi sono i ricordi che ho di quelle lettere d'amore ad essere ridicoli.

(Todas as palavras esdrúxulas, como os sentimentos esdrúxulos, são naturalmente ridículas.)

(tutte le parole sdrucciole, come i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicoli.)

Pessoa

da www.gusta.splinder.it

 

 

 
Di Carvelli (del 28/04/2004 @ 08:06:20, in diario, linkato 872 volte)

Sabato su Lo Specchio bell’articolo di Valentina Pigmei (sul fenomeno degli) sugli editori di provincia. Il bell’articolo si apre con una citazione da Luciano Bianciardi e precisamente da IL LAVORO CULTURALE. Si apre bene per così dire. Poi la rassegna. Meridiano Zero, Fernandel, Pequod, Quodlibet (perché non parlare di una linea adriatica se non addirittura marchigiana!), Giano.

 Tutti esponevano l’idea del Nemo profeta in patria. Noi che adoriamo riverenti questi editori coraggiosi nonché saggi e di sguardi panoramici non riusciamo ad immaginarci una piccola città che non li porti sul palmo della loro mano come se fosse onore la conterraneità. Gli intervistati negano. Peccato. E’ solo che forse la provincia è bella per chi sta in città? Sono belli questi articoli curiosi che girano attorno ai temi belli della letteratura e dell’editoria con leggerezza eppure con impegno. Un buon servizio. Il tema clou è la distribuzione e viene detto tra le righe dell’intervista a Giano. L’ago della bilancia della visibilità e quindi dell’esistenza (come editori) ma siamo già al PIANO B. Il PIANO A è aver idee ma i sopradetti ce le hanno eccome. Prosegue il mio corpo a corpo con al lavatrice (per restare alla letteratura). 1 a 1. Oggi Baggio (un bel titolo no?) e poi KILL BILL2 purtroppo ad ora impossibile affittare il KB1. E allora nel frattempo LA MACCHIA UMANA film non malvagio di tributo al grande ROTH con visione post piscina e condominiale. Oggi anche correzione delle bozze del libro PERDERSI A ROMA con i nodi che vengono al pettine (comunque siamo in fare pettine almeno!). Oggi di nuovo sole. Oggi.

 
Di Carvelli (del 27/04/2004 @ 08:22:00, in diario, linkato 923 volte)

In tutti i casi...per solidarietà una poesia della grande Marina I. Cvetaeva

QUELLI DELLE FABBRICHE

Stanno con tetraggine operaia

i corpi di fabbrica anneriti dal fumo.

Sopra la fuliggine scuotono i riccioli

i cieli mossi a pietà.

Verso la fumosa orfanezza dell'osteria

si trascina un berretto unto di grasso.

L'ultima sirena della periferia

ulula chiedendo giustizia.

Sirena! Sirena! Di fronti stravolte

l'ultimo grido: "Ci siamo ancora noi qui!"

Quale senso di condanna a morte

in questo lamento delle ultime sirene!

 
Di Carvelli (del 26/04/2004 @ 07:59:47, in diario, linkato 819 volte)

 

                                           

 

Prima di continuare con la giostra dei titoli e per completezza di riscontro ci si dovrebbe chiedere se sia giusto pubblicare la foto dell’autore e se sì dove. IV, bandella? E se sì come? Pensoso? Davanti alla sua sterminata biblioteca o… E ammesso che sì perché? E’ giusto conoscere la faccia di chi scrive? In ogni caso? Che informazione aggiunge al libro? E’ giusto ma solo se l’autore non più vivente o… E se tanto mi dà tanto…. In certuni casi forse sarà pure giusto tributare copertina al volto dell’autore? In quali casi? Vivo morto… Per quali autori a che scopo … cercare una identificazione così totale tra chi scrive e chi legge?

 

 

                     

 
Di Carvelli (del 22/04/2004 @ 08:08:54, in diario, linkato 875 volte)
Ieri per radio si parlava di titoli. Di libri. Belli o brutti. Efficaci oppure no. Promettenti, mentitori. Ad esempio, Rocco Carbone, che era il conversatore di quest’amabile conversazione diceva a titolo di esempio che Anna Karenina non è che fosse poi un titolo geniale. Ma qual è per noi un titolo geniale? E soprattutto promettente per il contenuto. Dico questo sulla scorta del fatto che il mio compagno di bisbocce non che amico DARIO MORGANTE  sta per pubblicare MIA SORELLA E’ UNA GRAN FIGA e oplà 950 copie di ordinativo che per un esordio è molto e meritato aggiungo io che l’ho letto. Ma da Tolstoj a Morgante cosa è cambiato (eh Dario!!!), c’è una cura dei titoli diversa? Commerciale? VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE? MORTE A CREDITO? LA MISERIA IN BOCCA (maneggiamento di THE POUR MOUTH in inglese…ma poi c’è l’irlandese…)? E quelli che invece cambiano da una tradizione all’altra? THE CATCHER IN THE RYE, il titolo più manomesso. Il titolo ha una sua circolarità in dei casi assonante ( SETA, CITY,  SANGUE). E in Italia? E di recente? DIARIO DI UN MILLENNIO CHE FUGGE, GLI SGUARDI CATTIVI DELLA GENTE, VI HO GIA’ TUTTI SOGNATI UNA VOLTA. E quelli di De Luca: NON ORA, NON QUI. TU, MIO. ACETO, ARCOBALENO (,). I titoli di, i titoli, Grossmann BAMBINI A ZIG ZAG, VEDI ALLA VOCE AMORE, COL CORPO CAPISCO, CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO. Paraculi? E poi ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI e CHIEDI ALLA POLVERE. E Marìas DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME, UN CUORE COSì BIANCO shakesperiana. Ehm MATTATOIO N.5? ON THE ROAD (SULLA STRADA non è la stessa cosa). LOVE IN A BLUE TIME (in italiano manco lo nomino), IL BUDDA DELLE PERIFERIE. Per questioni di tempo….to be continued
 
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