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 letto 2 di M e G a Lubriano... di Carvelli
 
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Salta giù dal letto di primo mattino e si mette in cammino solo quando ha lo spirito netto, il cuore puro, il corpo leggero come un abito estivo. Non si porta dietro provviste. Berrà per strada aria fresca e respirerà salubri odori. Lascia le armi a casa, gli basta tenere gi occhi bene aperti. Gli occhi gli servono da reti dove le immagini verranno ad imprigionarsi da sole.

Jules Renard
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di Carvelli (del 03/05/2010 @ 09:33:04, in diario, linkato 508 volte)

Si allontana lui e lei si avvicina. Scompare lei e lui la cerca. Lui è risentito cercano di imbonirlo. Lui è triste e cercano di consolarlo. Lei è contenta cercano di screditarla. Tutte le storie che sento raccontare mi sembrano tutte leggibili alla luce di una semplice questione di potere. Tutto ha senso, pare, solo sotto la luce di questa freccia: come mantengo il potere sulle persone e sulle cose.

Saremo attaccati e questo si sa. Non è mai l'indice che le cose vanno male. Tutt'altro.

Ogni mattina da diciannove anni è così. Io a casa di qualcuno, qualcuno a casa mia. Senza mai smettere. Senza mai scoraggiarci. Ci incoraggiamo.

Giorni fa parlavo con qualcuno di Camera con vista. Mi è rivenuto in mente e ne ho sentito riparlare. Per radio. Sotto due arie dal film.

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Di Carvelli (del 03/05/2010 @ 14:23:10, in diario, linkato 590 volte)
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Di Carvelli (del 04/05/2010 @ 09:11:56, in diario, linkato 493 volte)

Forse è l'unico libro dell'autore in questione che manca nella mia biblioteca personale e forse è perché l'ho avuto da prestito bibliotecario e l'ho letto così. Quindi l'ho letto ma non ce l'ho. Ma siccome trattasi di cosa di almeno 15 anni fa l'ho comprato per rileggerlo. Il libro di cui si dice è di Bruce Chatwin e s'intitola Che ci faccio qui? Un titolo profetico o fatico. Adatto al viaggio. E in viaggio lo porto. C'è una storia illuminante dentro. Maria Reiche: l'enigma della Pampa.
Cito i brani che mi hanno illuminato e al tempo dirò perché.

Brano 1: "Wittfogel sosteneva che, dovunque vi fosse un'agricoltura con sistemi d'irrigazione su vasta scala, si sarebbero trovate schiere di schiavi con relativi sorveglianti. Si sarebbe riscontrata inoltre un'esplosione demogafica e, con essa, l'affermarsi di uno Stato centralizzato, con dittatori militari e guerre oltre i confini, dettate dalla volontà di assicurarsi manodopera a basso costo o gratuita e di ottenere la pace in patria seminando il caos all'estero. Quegli antichissimi Stati ebbero i primi informatori prezzolati e adottarono metodi polizieschi, l'assassinio sistematico dei rivali e una spietata disuguaglianza, con una ricchezza accumulata nelle mani di pochi mentre la sorte delle masse era un'atroce indigenza".

Brano 2: "Forse ha maggiore importanza un dato che tutti gli Stati, antichi e meno antichi, hanno in comune: per raggiungere l'unità scelgono un fulcro simbolico e rituale - che quasi invariabilmente ha sottintesi religiosi - facendo appello all'ordine inflessibile del Cielo per sanzionare l'autorità sulla Terra. (...) I megaliti di Stonehenge, il Tempio del Cielo a Pechino, la Piazza Rossa, San Pietro, la Ka'ba alla Mecca, la Versailles del re Sole o la Grande Piramide (...)"

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Di Carvelli (del 04/05/2010 @ 10:42:45, in diario, linkato 489 volte)
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Di Carvelli (del 04/05/2010 @ 15:00:14, in diario, linkato 458 volte)

 

Di Anna vedova non viene facile dire

Di Anna vedova non viene facile dire. Il fatto è che – e già l’ho detto – una donna senza figli a cui muore il marito rimane con un dolore corto. O almeno è opinione diffusa che un dispiacere in solitaria non debba avere la stessa vibrante attenzione che merita un male spartito con altri, figli piccoli o adolescenti.
E così, a esequie avvenute, a qualche mese di attenzione di amici e parenti suoi, amici e parenti di lui, Anna è rimasta lì, in un angolo un po’ sfortunato. In un cono di ombra infelice e sconsolato. E stiamo ancora parlando della percezione altrui.

Anna ha fatto pace con il suo passato. E’ come se si fosse detta “ho avuto questo dalla vita” e fa un elenco:

un uomo che mi ha amato per anni

un uomo che ho amato per anni

dei viaggi in moto, in tenda

litigare e (soprattutto) fare pace

delle ore in cui ho fatto l’amore

un silenzio lungo ore o il sonno subito dopo

un cane già vecchio da portare per qualche anno a fare la pipì a turno

una macchina a cui pagare l’assicurazione facendo a chi si ricorda prima

uno specchio grande davanti al quale vedersi in due

due, la mia e la sua, cerimonie di laurea fatte da grandi e quindi senza tutte quelle bramosie e aspettative giovanili

estati da pianificare

feste da santificare e (soprattutto) da spartire con equanimità tra le famiglie

andare e (soprattutto) tornare dai grandi magazzini

la spesa fatta insieme alla domenica

la lista che l’anticipa

le discussioni sulla lista medesima

tanti oggetti brutti (secondo me) per scelta di lui a cui ora non rinuncerei per nulla al mondo

libri (di lui) che non ho letto, che mai avrei letto e che ora sto leggendo

libri miei (che lui mai avrebbe letto) e che ora leggo a brani, ad alta voce come se lui potesse sentirmi

apparecchiare per due

mangiare anche se non ho fame per fargli piacere

strofinare col sapone i colletti delle camicie (magari facendo un po’ di storie)

lavare la biancheria intima sua o la mia pensando a quando erano indosso.

 

E ora che ci ripensa le sembra davvero molto. 

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Di Carvelli (del 05/05/2010 @ 09:04:47, in diario, linkato 432 volte)

Particolare =≠ Universale.
Ieri mattina come tutte le mattine di questa settimana ero da S. di cui già ebbi a dire "la persona più intellettuale che abbia mai conosciuto nonostante faccia di mestiere l'estetista" e lo ribadisco senza tema di supponenza ma per dire esattamente come le cose stanno e anche perché la correttezza politica qui poco conta o conta poco tout court. Ieri mattina mi rimproverava così "Tu non ascolti. Tu non cogli i particolari" e usava quel "particolari" come se dicesse "universali". Cioè dava alla parola proprio una sinonimia. Diceva particolari ma intendeva "quello che conta, che è importante". E non conta qui dire cosa. Conta che io spesso vado per le generali e in questo andare per intendo "vado per le cose importanti". Sono le cose importanti le cose generali, in genere (generiche)? Forse no.

Eppure sono un osservatore di particolari. Mi piace for example certi piccoli gesti che fanno le persone. Il modo in cui si spostano fisicamente nell'asse della conversazione. I sorrisi che uno non trattiene. I moti incontenuti delle mani. Persino quella pubblicità di un olio in latta in cui un uomo salta uno steccato e la moglie lo guarda con aria maliziosa. Mi piace quando per radio sento il rumore delle sedie su cui sono gli ospiti. E persino questa piccola macchia che non è andata via sui pantaloni e ora mi ricordo di che cos'era.

E allora perché sulle cose umane (amichevoli o sentimentali) vado per universali, per norme, per assunti? Provo a concludere con semplicità: perché gli universali sono innocui. Si commentano da soli. Si autoaffermano o autonegano. Insomma si prendono e si tolgono da soli. Non come certe macchie piccole, particolari. Che non vanno via.

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Di Carvelli (del 05/05/2010 @ 10:10:33, in diario, linkato 489 volte)
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Di Carvelli (del 06/05/2010 @ 09:51:38, in diario, linkato 428 volte)
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Di Carvelli (del 06/05/2010 @ 11:26:32, in diario, linkato 472 volte)
Ho visto senza troppa felicità L'uomo ombra. Non so perché ma mi sento sempre un po' preso in giro dai film di Polanski. Un modo di stupirsi che non mi stupisce. Un clima indotto di sospetto che è sospetto e non mi fa tremare. Eppure il film regge (funziona). E' ben girato. Ben recitato. Ha ambientazioni magnifiche che si accordano nella lezione hitchkockiana con lo sviluppo della vicenda. Talvolta il gioco dell'imprevedibilità è prevedibile o posticcio, creato con troppo artificio. Film brutto? No. Eppure... Eppure andava pure bene non averlo visto.
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Di Carvelli (del 06/05/2010 @ 12:02:23, in diario, linkato 432 volte)

<i>Il rubino del martedì</i>

Eccolo il libro che ti ho comprato. Quello che avevi chiesto. Chissà cosa ne leggerai. Dove la matita si fermerà. Che bisogno ne avevi. Inizio a leggerlo io. E leggo.

Non mi lasciare nel traffico
nel buio sordo di un attimo
quando non ti volti più
e caschi fra i rami
come un tramonto colpito
nel petto da uno sparo
non lasciarmi andare sotto i portici
che non hanno braccia
non farmi credere che la piazza
sia più bella dei tuoi occhi
che i gradini siano le tue ginocchia.

Francesca Serragnoli - Il rubino del martedì - Raffaelli

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